Cisgiordania, i soldati dell'Idf nel monastero di Taybeh. «Mi hanno puntato un fucile addosso»
di Luca Foschi
I militari hanno fatto irruzione a Sant'Efrem. Secondo la testimonianza di una pellegrina, cercavano «ebrei israeliani». Padre Jaques: «Se proteggono noi, perché non i nostri vicini islamici?»

Scendono lungo il sentiero polveroso i cinque soldati israeliani, confondendosi nella prospettiva offerta dalle telecamere di sorveglianza con la rete e il filo spinato che sormontano il muro di protezione. Scompaiono per un attimo dietro il grande cancello azzurro segnato da una croce per riapparire, pochi istanti dopo, nel piazzale del monastero di Sant’Efrem, piccolo complesso poggiato fra le assolate e pietrose colline alla periferia di Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania. «Ho sentito il cancello aprirsi, ma pensavo fossero Alessandro e Francesco, i due confratelli, di ritorno dalla spesa. Uscendo, hanno dimenticato di chiudere il lucchetto. Stavo leggendo, spalle alla porta, quando mi sono accorta che qualcuno era entrato nel refettorio. Voltatami, ho visto le canne dei fucili puntate contro di me», racconta ad Avvenire Palma, pellegrina arrivata all’eremo 15 giorni prima. «Mi hanno chiesto di identificarmi, chi fosse il responsabile della struttura. Poi hanno perlustrato il monastero, sono entrati in chiesa. Cercavano ebrei israeliani», continua.
La visita della squadra dell’Idf risale al mattino di sabato 8 agosto, vigilia dell’ufficializzazione della «zona militare» intorno a Taybeh, costretta nell’ultimo anno a subire l’intensificarsi degli attacchi dei coloni, cresciuti in numero e sfrontatezza fra gli insediamenti e gli avamposti che assediano il villaggio, situato a circa 25 chilometri da Ramallah, capitale amministrativa della Cisgiordania e capoluogo del governatorato più colpito dalla quotidiana e strategica aggressione dei “giovani delle colline”. Il documento diffuso il 9 agosto dall’Idf ha dichiarato Taybeh preclusa a tutti i non residenti, specificando, in apparente contraddizione, che la misura riguarda solo gli israeliani, colpevoli di aver condotto «alcuni attacchi violenti nell’area». Iniziativa giunta in palese ritardo, se si considera che dopo l’incendio appiccato nel luglio 2025 in prossimità del secolare cimitero, motivo di indignazione internazionale, le aggressioni non si sono mai fermate.
Fra ottobre e novembre, a turno rappresentanze di diverse ambasciate europee hanno scortato i proprietari degli uliveti per permettere loro la raccolta, altrimenti impedita dalle incursioni coloniche. Le angherie sono continuate nel periodo natalizio, a febbraio, in primavera, fino a pochi giorni fa: «Il 6 agosto i coloni hanno tagliato la recinzione e guidato il loro gregge dentro la proprietà di una famiglia cristiana, costretta a barricarsi per ore dentro casa. La violazione è stata ripetuta nei giorni successivi, ora la casa è stata abbandonata», spiega indicando un piccolo edificio perduto nell’avvallamento bruno padre Jacques Frant, melchita francese e fondatore dell’eremo Sant’Efrem, presidente dell’associazione l’Arca della pace di Udine e “cittadino” di Taybeh da oltre 40 anni.
«Sabato, dopo la visita al monastero, i soldati hanno smantellato due avamposti nati qualche settimana fa. Ma sospetto che quando sono entrati nel monastero andassero anche alla ricerca degli attivisti israeliani filo-palestinesi che si nascondono nelle case del villaggio, e intervengono in difesa della comunità quando vengono segnalati gli attacchi. I coloni qui sono un grande imbarazzo per il governo di Tel Aviv, soprattutto durante la campagna elettorale. Mi chiedo se la zona militare non serva a proteggere i cristiani perché l’attenzione della comunità internazionale è maggiore nei loro confronti. Che dire di Deir Jrir, il piccolo villaggio musulmano, che vive in continuità geografica con Taybeh. È incluso o no nella zona militare? Dall’ottobre 2023 sono nove i ragazzi uccisi da coloni ed esercito, decine i feriti. La sua esclusione dall’area protetta potrebbe causare degli attriti che non sono mai esistiti. E noi? Come dobbiamo comportarci? Quali sono le regole? Non ci è stato comunicato niente», dice padre Jacques.
La prima notifica, informale, ha raggiunto gli abitanti il 23 luglio. Nel frattempo sui telefoni è proliferata una mappa in ebraico della zona militare che risulta ingannevole, descrittiva di un’altra area chiusa della Cisgiordania. Nessun blindato israeliano presidia la rotonda sulla quale si erge il Redentore, simbolo dell’accesso al villaggio. Taybeh è deserta, svuotata dalla canicola, dall’emigrazione e dalla paura. Il comitato della comunità si ritrova su Whatsapp per segnalare il verificarsi di un attacco o di una scorribanda provocatoria lungo le vie del centro. Alla notizia di pericolo tutti si rifugiano nelle proprie case, strategica dispersione che fa parte di un approccio non-violento alla sopravvivenza, garantito dal sostegno della comunità internazionale. Il paese è uno dei pochi in Cisgiordania a non aver registrato nessuna uccisione da parte dell’esercito israeliano o dei coloni. Anche la polizia palestinese, un’eccezione nella Zona B, dove il controllo è garantito dagli Accordi di Oslo all’Idf, si rinserra negli uffici. «Ci hanno mentito, qui nulla è cambiato, le macchine dei coloni vanno e vengono, ieri sono stato io a dover allontanare due ebrei americani, entrati nel villaggio, dicevano, per ragioni turistiche. Il governo israeliano vuole solo dimostrare che sta facendo qualcosa per noi», afferma padre Jack Nobel Abed, archimandrita e parroco della chiesa melchita. «Negli ultimi due anni 17 famiglie hanno abbandonato Taybeh, ora ridotta a poco più di 1.200 abitanti. Gli altri sono fuggiti, soprattutto negli Stati Uniti. Nel mondo i taibiti sono almeno 16.000. Noi parroci ci troviamo nella difficile condizione di trattenere i giovani, che non hanno altra idea se non quella di partire, e al contempo di convincerli a non rispondere alle provocazioni degli israeliani. Come può sopravvivere così il villaggio? Ci sono 350 case, abitate solo da gatti e uccelli. Così tutti gli altri villaggi della zona, e della Cisgiordania, segnati dalla morte della gioventù». Alle porte di Silwad, cittadina che precede Taybeh sulla strada diretta a nord, non c’è nessuna zona militare, ma una barriera gialla poggiata su un plinto di cemento, sul quale è innestato da quattro grossi bulloni un inamovibile stelo che culmina nella stella di David.
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