Tre anni di progressi? Vero. Ma la lotta alla fame deve tornare al centro

Secondo il Rapporto Sofi 2026, l'anno scorso la quota della popolazione globale colpita dalla denutrizione è scesa al 7,8% dall’8,6% del 2022. Quasi 43 milioni di persone sono riuscite a sottrarsi alla morsa. Un segnale, non una vittoria
Google preferred source
August 13, 2026
Tre anni di progressi? Vero. Ma la lotta alla fame deve tornare al centro
Padre 
e figlia lavorano nella raccolta dei pomodori in Etiopia 
/ Foto Siciliani
La pubblicazione del Rapporto sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2026 (Sofi 2026) offre una notizia che, a prima vista, sembra dare finalmente un segnale di speranza. Per il terzo anno consecutivo, la fame nel mondo è diminuita. Nel 2025, la quota della popolazione globale colpita dalla denutrizione è scesa al 7,8 per cento, pari a circa 645 milioni di persone, rispetto all’8,6 per cento registrato nel 2022. In tre anni, quasi 43 milioni di persone sono riuscite a sottrarsi alla morsa della fame. È un passo. E dimostra che quando volontà politica, investimenti, innovazione e cooperazione internazionale convergono verso un obiettivo comune, il cambiamento è possibile. Ma sarebbe molto pericoloso scambiare un segnale incoraggiante per una vittoria definitiva. La realtà è che il mondo è ancora lontano dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile “Fame Zero” entro il 2030. Dietro i dati aggregati si cela infatti una verità molto meno rassicurante: i progressi sono fragili, diseguali e distribuiti in modo sempre più squilibrato. L’Africa ne è l’esempio più evidente. Pur mostrando una lieve stabilizzazione dei tassi di denutrizione, il continente ospita oggi più persone affamate dell’Asia: oltre 309 milioni contro 292 milioni. Ancora più allarmante è il dato sull’insicurezza alimentare moderata o grave, che colpisce il 56,6 per cento della popolazione africana, una quota nettamente superiore a quella registrata in Asia, America Latina, Caraibi ed Europa. In altre parole, il luogo in cui una persona nasce sta tornando a determinare in misura crescente le sue possibilità di accedere al cibo. Una prospettiva che la comunità internazionale non può accettare.
Il rapporto evidenzia inoltre quanto i progressi raggiunti restino vulnerabili. Le tensioni geopolitiche, dalla crisi nello Stretto di Hormuz ai conflitti in Medio Oriente, l’impennata dei costi energetici e dei fertilizzanti, gli eventi climatici estremi sempre più frequenti e il calo delle risorse destinate alla cooperazione e agli aiuti umanitari rappresentano minacce concrete per la sicurezza alimentare globale. Non sorprende, quindi, che le proiezioni più recenti indichino che nel 2030 tra 510 e 520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame. Un numero politicamente e moralmente inaccettabile. Se il quadro della sicurezza alimentare suscita preoccupazione, quello nutrizionale non è meno problematico. Alcuni indicatori mostrano lievi miglioramenti: diminuiscono lentamente il ritardo della crescita infantile e il basso peso alla nascita, mentre cresce l’allattamento esclusivo al seno. Tuttavia, i progressi procedono a una velocità insufficiente. L’anemia tra le donne continua ad aumentare, l’obesità negli adulti cresce in tutte le regioni del mondo e numerosi obiettivi nutrizionali restano fuori portata.
È il grande paradosso del XXI secolo: mentre centinaia di milioni di persone non hanno abbastanza da mangiare, centinaia di milioni di altre si ammalano per diete inadeguate e squilibrate. La sfida non consiste più soltanto nel produrre abbastanza cibo, ma nel garantire a tutti l’accesso a diete sane, nutrienti e accessibili. Proprio l’accessibilità economica delle diete sane è al centro del rapporto. Sebbene il numero di persone che non possono permettersi un’alimentazione adeguata sia diminuito, quasi 2,7 miliardi di individui restano esclusi da quello che dovrebbe essere il presupposto fondamentale di ogni sviluppo umano: una corretta nutrizione. In Africa la situazione è particolarmente critica. Due persone su tre non possono permettersi una dieta sana, una percentuale più che doppia rispetto a quella registrata in Asia e America Latina. Il costo medio globale di una dieta sana ha raggiunto i 4,28 dollari al giorno per persona nel 2025, contro i 2,94 dollari del 2017. Non si tratta soltanto di una sfida alimentare: è una questione economica, sociale e politica che incide sulla salute, sull’istruzione, sulla produttività e sulla stabilità delle società.
Per colmare questo divario non bastano misure emergenziali. Serve una trasformazione strutturale dei sistemi agroalimentari. Occorrono investimenti in infrastrutture, irrigazione, ricerca, stoccaggio, catene del freddo, reti di trasporto e logistica. Occorrono mercati più efficienti e filiere più competitive, capaci di ridurre i costi e creare valore lungo tutto il percorso che va dal produttore al consumatore. Se fino a tre quarti del prezzo finale degli alimenti si forma fuori dal campo è proprio lì che si gioca una delle partite decisive per rendere il cibo più accessibile. Ma il messaggio forse più importante che emerge dal Sofi 2026 è di natura politica. La lotta contro la fame richiede un nuovo slancio multilaterale. La fame non conosce confini e nessun Paese può affrontarla da solo. In un momento storico segnato da crescenti frammentazioni geopolitiche, la risposta non può che essere una cooperazione internazionale più forte ed efficace. L’adattamento climatico, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la resilienza dei sistemi agroalimentari e la prevenzione delle crisi devono tornare al centro dell’agenda globale.
In questo contesto, la Fao è chiamata a svolgere un ruolo cruciale. Grazie alla combinazione di competenze tecniche globali e soluzioni adattate ai contesti locali, l’Organizzazione può sostenere i Paesi nel definire politiche efficaci, mobilitare investimenti e rafforzare la resilienza delle comunità. Tuttavia, le competenze tecniche da sole non bastano. Senza leadership politica e senza un impegno duraturo da parte dei governi e dei partner internazionali, nessun progresso sarà realmente sostenibile. Anche l’Europa ha una responsabilità particolare. Attraverso strumenti come il Global Gateway e la sua rete di partenariati internazionali, l’Unione Europea può contribuire a colmare il deficit globale di investimenti nella sicurezza alimentare, rafforzando al contempo un ordine internazionale fondato sulla cooperazione e su regole condivise. In un mondo sempre più instabile, l’Europa deve continuare a essere un punto di riferimento per lo sviluppo sostenibile e la lotta alla fame. La lezione del Sofi 2026 è semplice ma inequivocabile: i progressi sono possibili, ma non sono sufficienti. La riduzione della fame registrata negli ultimi tre anni dimostra che la direzione è quella giusta. Ora, però, occorre evitare che questa ripresa rimanga un episodio isolato. La vera sfida è trasformarla in un cambiamento duraturo. Fame Zero resta un obiettivo raggiungibile, ma solo se la comunità internazionale saprà dimostrare una volontà politica e un’ambizione all’altezza della posta in gioco.

Direttore Generale aggiunto Fao

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire