L'Ulisse di Nolan: il reduce testimonial dell’angoscia di oggi
Il personaggio dell'"Odissea" non è un "polýtropos" ma un personaggio a una sola dimensione. L’eroe antico si perde nella riscrittura, ma ci sa parlare in modo coinvolgente

«Cantami, Musa, l’uomo polýtropon ...». Il nodo sta tutto qui, in questo aggettivo che qualifica Ulisse fin dal primo verso dell’ Odissea , e che ne segna l’incolmabile distacco rispetto alla riscrittura di Christopher Nolan. Polýtropos è una di quelle parole intraducibili, se non a prezzo di una inevitabile semplificazione: “versatile”, “ingegnoso”, “dal multiforme ingegno”, “ricco di espedienti”, “dall’agile mente” girano intorno al significato, ma nell’originale greco c’è qualche cosa di più, un’intensificazione di rimandi e sottintesi. Connesso al verbo trépo (volgere, girare, piegare) l’aggettivo definisce una persona “dalle molte pieghe, giravolte, rivolgimenti” e in senso figurato “dai molti modi” (di agire e comportarsi). Emily Wilson, nella sua recente, innovativa versione inglese, traduce complicated , che a sua volta manca la pregnanza dell’originale ma coglie la costitutiva complessità-contraddittorietà del personaggio.
Ulisse, l’Ulisse di Omero, è astuto (meglio: dotato di un pensiero divergente) e inoltre bugiardo, traditore, manipolatore, vanitoso, temerario, spietato, incline alla hybris ; ma è altresì avveduto, giusto, devoto, rispettoso, fedele alla sua missione e ai suoi princìpi, e conosce le sacre leggi dell’ospitalità. Al netto della maggiore consapevolezza maturata nel decennale nóstos verso Itaca, è un personaggio sfaccettato, metamorfico, dai mille volti, a più dimensioni. Umano troppo umano, con il suo carico di pregi e debolezze, ma anche con l’incrollabile determinazione di cavarsela in ogni situazione, nelle dure necessità della guerra come più in generale in quelle della vita, adattandosi, rivoltandosi, piegandosi e ripiegandosi senza mai spezzarsi: l’eroe occidentale per eccellenza, in cui ogni uomo di ogni epoca, in questa parte di mondo, ha rinvenuto qualche motivo per identificarsi.
L’Ulisse di Nolan è molto meno complicato. Non è un polýtropos ma un personaggio a una sola dimensione: quella del reduce di guerra traumatizzato, ossessionato dall’orrore a cui ha dato origine – Ulisse come l’Oppenheimer del precedente film del regista anglo-statunitense, il cavallo di legno come la bomba atomica – e dai conseguenti sensi di colpa. Una potente metafora, così come tutto il film è una (non troppo originale) denuncia metaforica della nostra civiltà, e segnatamente di quella americana, che, mentre vanta una presunta supremazia su ogni altra, si consuma dall’interno e accelera i tempi del collasso.
Anche l’Ulisse di Omero è segnato in profondità dall’esperienza della guerra: alla corte dei Feaci, ascoltando l’aedo Demodoco che racconta la caduta di Troia, scoppia in un pianto dirotto, e più volte, nel poema, collega l’esperienza bellica al dolore e alla sofferenza. Ma il ricordo non diventa un’ossessione, e soprattutto non si traduce mai nel senso di colpa; anzi, la distruzione di Troia e lo stratagemma che l’ha resa possibile sono rivendicati con orgoglio, come pure la fama di ptolíporthos (distruttore di città). Un aspetto della sua personalità oggi difficilmente accettabile – sebbene accanitamente emulato – e che convive con gli altri caratteri del personaggio a noi più congeniali.
Nolan ha svuotato Ulisse dalle sue ambiguità (sopravvive soltanto, e non poteva essere altrimenti, la selvaggia furia vendicativa contro i Proci), per farne il testimonial dell’angoscia contemporanea in un mondo agitato dai conflitti e sull’orlo di un nuovo collasso. Tocca un nervo scoperto, ed è per questa urticante attualità che ci parla in modo così coinvolgente. Possiamo solo augurarci che diventi presto inattuale, perché se continuerà a parlare potrebbe ritrovarsi a parlare in un deserto.
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