L'Ulisse di Nolan: il reduce testimonial dell’angoscia di oggi

Il personaggio dell'"Odissea" non è un "polýtropos" ma un personaggio a una sola dimensione. L’eroe antico si perde nella riscrittura, ma ci sa parlare in modo coinvolgente
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August 12, 2026
L'Ulisse di Nolan: il reduce testimonial dell’angoscia di oggi
Matt Damon è Ulisse nel film «Odissea» scritto, prodotto e diretto da Christopher Nolan
«Cantami, Musa, l’uomo polýtropon ...». Il nodo sta tutto qui, in questo aggettivo che qualifica Ulisse fin dal primo verso dell’ Odissea , e che ne segna l’incolmabile distacco rispetto alla riscrittura di Christopher Nolan. Polýtropos è una di quelle parole intraducibili, se non a prezzo di una inevitabile semplificazione: “versatile”, “ingegnoso”, “dal multiforme ingegno”, “ricco di espedienti”, “dall’agile mente” girano intorno al significato, ma nell’originale greco c’è qualche cosa di più, un’intensificazione di rimandi e sottintesi. Connesso al verbo trépo (volgere, girare, piegare) l’aggettivo definisce una persona “dalle molte pieghe, giravolte, rivolgimenti” e in senso figurato “dai molti modi” (di agire e comportarsi). Emily Wilson, nella sua recente, innovativa versione inglese, traduce complicated , che a sua volta manca la pregnanza dell’originale ma coglie la costitutiva complessità-contraddittorietà del personaggio.
Ulisse, l’Ulisse di Omero, è astuto (meglio: dotato di un pensiero divergente) e inoltre bugiardo, traditore, manipolatore, vanitoso, temerario, spietato, incline alla hybris ; ma è altresì avveduto, giusto, devoto, rispettoso, fedele alla sua missione e ai suoi princìpi, e conosce le sacre leggi dell’ospitalità. Al netto della maggiore consapevolezza maturata nel decennale nóstos verso Itaca, è un personaggio sfaccettato, metamorfico, dai mille volti, a più dimensioni. Umano troppo umano, con il suo carico di pregi e debolezze, ma anche con l’incrollabile determinazione di cavarsela in ogni situazione, nelle dure necessità della guerra come più in generale in quelle della vita, adattandosi, rivoltandosi, piegandosi e ripiegandosi senza mai spezzarsi: l’eroe occidentale per eccellenza, in cui ogni uomo di ogni epoca, in questa parte di mondo, ha rinvenuto qualche motivo per identificarsi.
L’Ulisse di Nolan è molto meno complicato. Non è un polýtropos ma un personaggio a una sola dimensione: quella del reduce di guerra traumatizzato, ossessionato dall’orrore a cui ha dato origine – Ulisse come l’Oppenheimer del precedente film del regista anglo-statunitense, il cavallo di legno come la bomba atomica – e dai conseguenti sensi di colpa. Una potente metafora, così come tutto il film è una (non troppo originale) denuncia metaforica della nostra civiltà, e segnatamente di quella americana, che, mentre vanta una presunta supremazia su ogni altra, si consuma dall’interno e accelera i tempi del collasso.
Anche l’Ulisse di Omero è segnato in profondità dall’esperienza della guerra: alla corte dei Feaci, ascoltando l’aedo Demodoco che racconta la caduta di Troia, scoppia in un pianto dirotto, e più volte, nel poema, collega l’esperienza bellica al dolore e alla sofferenza. Ma il ricordo non diventa un’ossessione, e soprattutto non si traduce mai nel senso di colpa; anzi, la distruzione di Troia e lo stratagemma che l’ha resa possibile sono rivendicati con orgoglio, come pure la fama di ptolíporthos (distruttore di città). Un aspetto della sua personalità oggi difficilmente accettabile – sebbene accanitamente emulato – e che convive con gli altri caratteri del personaggio a noi più congeniali.
Nolan ha svuotato Ulisse dalle sue ambiguità (sopravvive soltanto, e non poteva essere altrimenti, la selvaggia furia vendicativa contro i Proci), per farne il testimonial dell’angoscia contemporanea in un mondo agitato dai conflitti e sull’orlo di un nuovo collasso. Tocca un nervo scoperto, ed è per questa urticante attualità che ci parla in modo così coinvolgente. Possiamo solo augurarci che diventi presto inattuale, perché se continuerà a parlare potrebbe ritrovarsi a parlare in un deserto.

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