Ho capito l’Odissea di Nolan ascoltando mia figlia

La delusione di chi non trova nel film la prova d'amore che, grazie a Penelope, completa il ritorno di Ulisse si attenua di fronte allo sguardo di una generazione che vuole pace, non solo pacificazione. Perché la guerra, oggi, è già tra noi
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August 12, 2026
Ho capito l’Odissea di Nolan ascoltando mia figlia
Una scena del film "The Odissey", scritto, diretto e prodotto da Christopher Nolan (2026)/ FOTOGRAMMA
Premessa: tra l’Odissea di Christopher Nolan e Itaca - Il ritorno di Uberto Pasolini, anno 2024, non c’è storia. Vince l’italiano. Gusto e sensibilità del tutto personali, s’intende, ma forse anche generazionali. La coorte di bambini che ha ricevuto l’imprinting della miniserie Rai del 1968, quella con Irene Papas, ha quasi potuto fare a meno del liceo classico per capire, Omero è per molti una successione di immagini e parole indelebili che si vogliono ritrovare a ogni navigazione, come approdare in un porto sicuro. E nella storia rielaborata da Nolan evaporano tante certezze, si sa, pur se non sarebbe grave in sé tradire un racconto patrimonio del genere umano, capitale diffuso, a condizione che la cultura del tempo dal rimpasto ne sappia trarre nuovo sapere.
La colpa, in questo caso specifico, è però assai notevole: a questo Ulisse manca ciò che dà senso al ritorno, quello che si attende come la più bella canzone di un musical rivisto decine di volte, la scena madre, la hit più amata al concerto live. Che non è l’arco incordato, non la freccia a segno, né la mattanza dei proci. Qui, nell’ultima versione, l’eroe torna come sempre, trova la consorte in attesa ma contesa, dopodiché, eliminati i pretendenti, si parte insieme in crociera lasciando la casa libera al figlio-re. Meritata vacanza di coppia dopo la sudata pensione. Più o meno. Domanda: che fine ha fatto la "prova" di Penelope? Dov’è la donna che non ha alcuna intenzione di riprendersi in casa il marito se prima questi non riconosce il fondamento e le radici dell’unione nuziale, il letto cesellato da un ulivo ben saldo nel suolo natìo e attorno al quale è stata costruita l’intera casa?
Niente, Nolan tradisce proprio sulla fedeltà, nel test decisivo. Inammissibile. Quale ritorno e quale pacificazione saranno possibili – Massimo Recalcati docet – se il guerriero che ha rinunciato all’eternità non conferma la promessa? Se, ritrovata la memoria, non resta traccia alcuna della solidità dell’iniziale legame d’amore? Se il desiderio si inceppa tra la possibilità di ritrovare sé stessi e non anche l’altra parte della propria vita? Non è solo una questione di matrimonio, perché oggi la promessa si rinnova ogni giorno col cappuccino, ma di difesa minima e tragicamente contemporanea della dignità umana: le donne vincono abbastanza, con Omero, in Nolan un po’ meno, forse per niente.
Poi viene il momento del necessario confronto post visione, domestico, e personale, con la figlia fresca di Maturità. Tragedia, va da sé. La risposta è più o meno questa: «Papà, ma non hai capito, non è un film sull’amore, ma sul tormento e i sensi di colpa di un uomo che ha combattuto una guerra e si sente responsabile per aver sterminato interi popoli». Ecco, la pellicola girata in 70mm si riavvolge, il film riparte daccapo, e più di Nolan e della sua Odissea a diventare comprensibile è il vissuto di forse una generazione intera. No, non sono cresciuti a canzoni d’amore, desiderando sempre la pace, ma perché la guerra non tornasse più, immaginando orizzonti di solidarietà e fraternità, e poi vedendo muri cadere. No, questi figli sono arrivati tra troppe crisi, ed è anni che sentono e vedono continuamente guerra e riarmo. Conta poco che i fronti siano lontani dai confini: il mondo è una piccola casa in fiamme, l’incendio avanza. Basta sbloccare lo smartphone, e i bambini muoiono, le macerie delle città sono cronaca interna, gli ospedali devastati, i droni assassini, le esecuzioni, la fame, le malattie e le sofferenze causate dai conflitti, il sacrificio di innocenti. È uno sfondo quotidiano.
La guerra è qui, e non è fredda, l’economia si riarma, i muri anche, le parole sono proiettili. E noi guardiamo l’Odissea di Nolan pensando che Omero sia stato travisato. Ha importanza? I giovani che affollano le sale i-Max anche a notte fonda forse hanno trovato una mano che affonda nella carne delle loro inquietudini, non solo in quelle dell’Ulisse-Damon, e che stimola e mobilita a una nuova ricerca di senso, di giustizia e fratellanza. Non serve sapere che mancano i veri dialoghi omerici, se il senso di colpa alimenta una ricerca autenticamente giovane di pace e pacificazione, ma affinché le guerre che ci sono cessino sul serio, in una tensione che chiede solo di essere disarmata. E ovunque disarmante. Riascoltando il Guccini di Auschwitz, sembra pongano la stessa domanda: «Io chiedo quando sarà/ Che l'uomo potrà imparare/ A vivere senza ammazzare/ E il vento si poserà».
Si può capire l’Odissea di Nolan ascoltando i figli, si possono capire meglio i figli guardando l’Odissea di Nolan. Allora, provando ad avvicinare le generazioni, aiuta una frase della nuova Calipso cinematografica, destinata all’eroe che sfinito fatica più del previsto a ritrovare la strada di casa: «Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo. E vivi! È un atto di fede». Ok, psicologia spicciola. Ma anche una minima verità sull’amore. Il resto verrà, forse, come si spera la pace.

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