La faglia in Medio Oriente e l'illusione di risolverla con la pura forza

Washington appare sempre più impotente, mentre Teheran si riorganizza e l'Arabia Saudita cerca con Turchia e Pakistan una nuova architettura di sicurezza. L’unica alternativa resta la via diplomatica
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August 12, 2026
La faglia in Medio Oriente e l'illusione di risolverla con la pura forza
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il premier pachistano Shehbaz Sharif dopo la firma dell'accordo congiunto di difesa alla Mecca, in Arabia Saudita, il 7 agosto
Non che siano rimasti in molti, al di là della cerchia – tanto ristretta quanto screditata – del presidente Trump, a credere ai suoi trionfali annunci di pace e ai suoi fantasmagorici piani del secolo. Di solito, la realtà dei fatti dimostra rapidamente quando vuote e illusorie siano le parole di questo catastrofico inquilino della Casa Bianca. Ma sorprende che il suo stesso alleato di ferro, il premier israeliano Bibi Netanyahu, lo abbia sconfessato pubblicamente, rifiutando il piano di pace in 15 punti approntato dal Board of Peace per Gaza.
Gli Stati Uniti sembrano ormai impotenti, invischiati nel labirintico dedalo che è oggi il Medio Oriente: non sanno come uscire dalla guerra insensata che hanno lanciato contro l’Iran, stretti fra le rigidità dei negoziatori iraniani e le proprie scadenze elettorali interne; faticano a contenere la violenza dell’ultradestra israeliana, anch’essa in piena campagna elettorale; mentre anche i legami con gli alleati regionali – in particolare le monarchie arabe del Golfo – si fanno via via più complicati. Ma se Washington, per via dei suoi stessi errori, sembra aver perso il proprio tradizionale ruolo egemonico, diversi Paesi regionali stanno accrescendo il loro dinamismo geopolitico, per quanto entropico possa apparire.
L’Iran ha mostrato ancora una volta la propria grande resilienza agli attacchi militari: il regime si sta ristrutturando e consolidando nuove gerarchie di potere, pur con l’incognita delle condizioni di Khamenei. Per di più, questo assurdo conflitto ha regalato a Teheran un nuovo, straordinario asset strategico: lo stretto di Hormuz. Assieme all’arsenale missilistico e di droni, esso sta diventando uno strumento di deterrenza ben più efficace del fallimentare programma nucleare iraniano, oltre a poter essere una fonte futura di introiti finanziari.
L’Arabia Saudita si è convinta che l’ombrello difensivo Usa non sia affidabile e risenta degli umori e delle idiosincrasie israeliane, come dimostrato dall’ostilità dello Stato ebraico alla vendita americana dei più avanzati sistemi d’arma o all’annunciato, ma assai confuso, “accordo nucleare” fra Washington e Riad. Da qui l’estensione degli accordi strategici siglati lo scorso anno con il Pakistan alla Turchia dell’ex nemico Erdogan. Già ribattezzati gli “Accordi di Muhammad”, per quanto ancora tutti da rendere operativi, essi rappresentano il primo serio tentativo di creare un’architettura di sicurezza interna alla regione, senza “protettori” esterni. Con questa alleanza, che mette a sistema le immense ricchezze saudite con la potenza militare della Turchia, e la capacità nucleare del Pakistan, Riad cerca uno strumento di contenimento e protezione dall’Iran e dai suoi alleati che appaia meno polarizzante rispetto all’asse con gli Usa e con Israele.
Chi invece ha scelto di legarsi strettamente allo Stato ebraico è la “Piccola Sparta”, ossia gli Emirati Arabi Uniti. Una scelta che esaspera le tensioni con l’Iran e allarga anche la distanza con gli altri Stati arabi, in particolare con l’Arabia Saudita, con cui si moltiplicano i punti di divergenza e rivalità, come le tensioni per l’influenza sullo Yemen o nel Corno d’Africa. A dimostrazione dei limiti intrinsechi al ruolo effettivo che può giocare il Consiglio di Cooperazione del Golfo, creato decenni fa dai emiri sunniti, incapaci di superare le loro rivalità e contrapposizioni.
Insomma, le linee di frattura che da tempo rendono instabile la regione appaiono oggi ancora più instabili e pericolose e sono ulteriormente accentuate per via di alcuni motivi contingenti. Innanzitutto, le elezioni in Israele, che vedono il premier Netanyahu alla ricerca dell’ennesima riconferma – anche per sfuggire ai processi che lo inseguono – mentre la parte migliore della società israeliana cerca di allontanare dal potere i partiti dell’ultradestra, ormai privi di ogni freno inibitore nelle loro pulsioni xenofobe e razziste. È poi in corso il riconsolidamento del sistema di potere di Teheran, dopo la decapitazione politica e militare subita; tutto qui sembra indicare un rafforzamento dell’ala dura a scapito di quella più aperta agli accordi con l’Occidente. Processi simili, sono in corso nella Siria post-Assad e in Libano.
Ma sono i problemi strutturali mai risolti del Medio Oriente, che rendono le faglie geopolitiche regionali così instabili e pericolose. L’illusione di poterli risolvere con la pura forza militare, la violenza o l’accumulo compulsivo di sistemi d’arma sempre più costosi e avanzati si è rivelata disastrosa. Ribadendo ancora una volta che lo strumento militare è – appunto – solo uno “strumento” nelle mani della politica, possibilmente da non usare mai. E che non vi è una reale alternativa ai negoziati e alla via diplomatica, per quanto lunghi ed estenuanti possano sembrare.

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