Sport: libertà e disciplina (per imparare il rispetto)
I giovani leggono nell’attività agonistica soprattutto due aspetti: il piacere di mettersi alla prova e il timore di non essere abbastanza bravi o di venire esclusi dai compagni

Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
Sport
[/spòrt/], s.m
«Per noi lo sport è energia, libertà, divertimento, condivisione e collaborazione. È sfida con gli altri e con sé stessi, desiderio di mettersi alla prova e di superare i propri limiti. È impegno, disciplina, rispetto per l’avversario. È un modo per sfogarsi, per liberare la mente dai pensieri e dimenticare i propri problemi. Talvolta implica anche il confronto con gli altri e il timore di non essere altrettanto bravi, di venire incolpati per gli errori commessi dalla propria squadra o di non essere scelti dai compagni per farne parte perché ritenuti poco abili»
Nello sport si può ridere moltissimo e vergognarsi moltissimo, a volte anche nella stessa partita. La definizione dei ragazzi tiene insieme queste due facce dell’esperienza. Da una parte l’energia, la libertà, il divertimento, la condivisione; dall’altra il timore di non essere abbastanza bravi, di venire incolpati per un errore, di restare fuori perché considerati poco utili alla squadra. Di sicuro qui lo sport non viene idealizzato. Ancora prima del risultato viene un’esperienza di movimento, di vitalità, di azione. In un tempo in cui molti ragazzi vivono il corpo sotto lo sguardo continuo degli altri, tra immagini social, confronti, modelli estetici e giudizi più o meno espliciti, nello sport il corpo riprende a correre, saltare, cadere, respirare, imparare. Non più soltanto un’immagine da esibire o da correggere torna finalmente a essere uno strumento concreto di rapporto con la realtà.
I ragazzi parlano poi di libertà e la cosa può sorprendere perché, di fatto, è evidente a tutti quanto lo sport sia pieno di tempi da rispettare, falli da evitare, ruoli da accettare, allenamenti da ripetere. La disciplina smette così di essere in opposizione al divertimento, diventa piuttosto la condizione per rendere migliore il gesto e maggiore il divertimento. La definizione insiste sulla sfida con gli altri e con se stessi, sul desiderio di mettersi alla prova e di superare i propri limiti. In questa prospettiva anche l’avversario assume un valore nuovo in quanto uno più bravo costringe a misurarsi, a correggersi, a trovare risorse inattese; e allo stesso modo la sconfitta, a condizione che non venga trasformata in umiliazione, sa documentare a che punto siamo e indicare quale lavoro resta da fare. Ogni sportivo, anche giovanissimo, conosce inoltre una misura intima che nessuna classifica ufficiale è in grado di registrare: oggi ho tenuto un minuto in più, ho avuto meno paura, ho passato la palla invece di trattenerla, ho provato anche sapendo che potevo sbagliare. Tutte piccole vittorie che non finiscono sul tabellone, eppure contano tanto.
La parte più matura della definizione arriva quando le ragazze e i ragazzi accostano a energia e divertimento il timore di non essere abbastanza bravi, di essere incolpati per un errore, di non venire scelti dai compagni perché ritenuti poco abili. Davvero lo sport può diventare anche questo tempo e questo luogo di esposizione dolorosa. Chiunque abbia vissuto una scelta delle squadre in cortile conosce il peso di quei secondi in cui il proprio nome tarda ad arrivare e ci si sente sottoposti a una piccola sentenza pubblica: tu non servi, sei anzi un peso per la squadra. L’errore sportivo, proprio perché pubblico, può diventare vergogna, trasformarsi in un’etichetta che finisce per essere creduta vera. È qui che si vede la qualità educativa di un ambiente sportivo. Il numero delle coppe vinte, la retorica del “dare tutto” e le frasi sul carattere da forgiare valgono poco se non guardiamo al modo in cui viene trattato l’errore. Può diventare una colpa, e allora si smette di rischiare; oppure materiale di lavoro per cui si guarda che cosa non ha funzionato, ci si corregge e si riprova.
Lo sport educa quando non identifica la persona con la prestazione. “Hai giocato male” è una valutazione dura, a volte necessaria. “Sei scarso” pretende di dire chi sei. Gli adulti dovrebbero saperlo, visto che poi trascorrono anni a ripetere ai ragazzi di avere fiducia in se stessi, dopo magari averli guardati come problemi ambulanti con le scarpe da ginnastica. Una scena della fortunata serie televisiva Ted Lasso mostra bene la differenza. Nel finale della prima stagione, Jamie Tartt, tornato al Manchester City contro il Richmond, invece di cercare personalmente il gol decisivo passa il pallone a un compagno che segna. È proprio quel gol a provocare la sconfitta e la retrocessione del Richmond. Eppure Ted, allenatore della squadra appena battuta, gli fa recapitare un messaggio per congratularsi di quel passaggio. Il padre di Jamie, al contrario, lo rimprovera duramente perché non ha tirato lui. Ted si complimenta quindi con Jamie per l’azione che ha appena condannato la sua squadra alla retrocessione. Avrebbe tutte le ragioni per fissarsi soltanto sulla sconfitta e invece da ex allenatore riesce a vedere anche il giocatore che Jamie sta diventando laddove il padre in quello stesso gesto identifica solo un difetto. Uno sguardo adulto autentico si misura pertanto anche nella capacità di non fare del risultato l’unico criterio di giudizio.
La squadra stessa è un banco di prova decisivo. Collaborare significa passare la palla, coprire un compagno, accettare un ruolo meno visibile, riconoscere che il talento individuale non basta. Si scopre che la propria riuscita dipende anche dagli altri e che il successo di un compagno non ci toglie necessariamente qualcosa. Lo stesso vale per l’avversario: senza di lui non esisterebbero la gara e la sfida. Si può imparare a voler vincere senza dover distruggere chi ci sta davanti. I ragazzi dicono poi che lo sport permette di sfogarsi e di liberare la mente. Per molti adolescenti il movimento può realmente offrire una via concreta per trattare ciò che dentro resta confuso o difficile da dire. Il corpo corre, salta, colpisce, respira, si stanca e intanto i pensieri possono perdere, almeno per un po’, il loro peso assoluto. Lo sport restituisce anche un corpo da usare, non soltanto da guardare. Un corpo che ha il fiatone, sbaglia una misura, prende una botta, impara un movimento. In un tempo in cui il corpo rischia continuamente di diventare un’immagine da confrontare con altre immagini, non è poco tornare a sentirlo come qualcosa con cui fare esperienza. In questo contesto il potere degli allenatori, dei genitori e degli insegnanti si trova sempre a un bivio: fare dello sport un luogo in cui crescere oppure un tribunale permanente. I commenti urlati dalla tribuna, le battute sul ragazzo meno capace, l’ossessione per il risultato, la convinzione che umiliare renda più forti possono lasciare segni che durano molto più di una partita.
Per riuscire, stare bene, e magari anche vincere, occorrono allenamento, regole, attesa, avversari da rispettare, ma soprattutto compagni con cui essere davvero insieme. Per riuscire, stare bene, e magari anche vincere, occorrono allenamento, regole, attesa, avversari da rispettare, ma soprattutto compagni con cui essere davvero insieme. Lo racconta bene anche Haikyu!! , manga e serie animata ambientata nel mondo della pallavolo scolastica giapponese. Tobio Kageyama, alzatore di eccezionale talento, alle scuole medie era stato soprannominato “Re del campo” per il modo autoritario con cui pretendeva che i compagni si adeguassero alle sue alzate. Entrato nella squadra della Karasuno, impara poco a poco che giocare insieme non significa né comandare gli altri né limitarsi ad assecondarli; scopre che può chiedere molto ai compagni nel momento in cui ha imparato a fidarsi di loro. Il vecchio “Re del campo” voleva che tutti si adeguassero a lui; il nuovo Kageyama sa invece che il suo talento dipende anche da quello degli altri. Forse allora bisogna allargare anche il senso della parola vittoria. Esiste quella delle classifiche, delle coppe e delle medaglie, ma c’è anche il ragazzo che scopre di poter sbagliare senza essere finito, che un limite può diventare qualcosa su cui lavorare, che si può dipendere dagli altri senza per questo valere meno. Per la cronaca queste vittorie non esistono. Eppure, spesso, sono proprio quelle che restano nel cuore.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





