Mogol fa novanta. Ma senza paura.
«Le canzoni? Come fax dal Cielo»

Lunedì il compleanno del grande paroliere, che abbiamo incontrato al Cet, sulla collina umbra di Toscolano. Gli inizi grazie al padre Mariano, le prime firme e le vittorie a Sanremo, l’incontro con Battisti e quindici anni di sodalizio
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August 13, 2026
Mogol fa novanta. Ma senza paura.
«Le canzoni? Come fax dal Cielo»
Giulio Rapetti, in arte Mogol, è nato a Milano il 17 agosto del 1936
«Due sono i geni della scrittura dei testi nella tradizione cantautorale italiana: Francesco De Gregori e Mogol», scrive convinto nella sua Autontologia il Professore Roberto Vecchioni. Giudizio unanime, specie per colui che è sicuramente l’autore più prolifico (oltre 2mila canzoni scritte dal 1959 a oggi): Mogol, per brevità chiamato “Poeta”. Nato Giulio Rapetti, a Milano, il 17 agosto 1936, per la Siae ha rischiato di chiamarsi “Zippo”, «ma per fortuna venne fuori quel nome che avevo “dimenticato” dalla lista degli pseudonimi depositati. Mogol, come la dinastia asiatica che invase l’India, nome in cui echeggiano la steppa, il cavallo, la febbre di conquista», dice divertito con i suoi occhietti furbi e rapaci: «Ora sono Giulio Mogol anche per l’anagrafe». Figlio d’arte, papà Mariano Rapetti lavorava alla Ricordi e come autore di hit, come il Vecchio scarpone , si firmava Calibi. Il ragionier Rapetti Giulio viene introdotto dal padre in casa discografica e comincia con lo scouting. Alla Ricordi porta Giorgio Gaber che propone Non arrossire e poi Adriano Celentano con Piccolo sole . «Mio padre ascolta quella canzone davanti a me e Adriano e inorridisce per via delle stonature. Poi per Celentano ho scritto Stai lontana da me e fu tutta un’altra musica, ma fino ad allora prendevo 5mila lire a canzone». Assieme al futuro divo Giulio, quel padre pigmalione scrisse Le colline sono in fiore ma il battesimo del giovane Mogol avvenne nel ‘59 con Briciole di baci . «Testo mio e musica della “Farfalla”, Mario Lavezzi».
Prima vittoria a Sanremo con Al di là , canta Luciano Tajoli «un signore, umile come tutti i grandi, ma quello sarà il canto del cigno del genere “romanza”». Siamo nel 1961 e a New York fa il suo debutto il re dei menestrelli, Bob Dylan, di cui Mogol diventa l’autore di riferimento delle versioni in italiano delle sue canzoni, a partire da La risposta è caduta nel vento ( Blowin’ In The Wind ). «Quando incontrai Dylan a Londra si complimentò per le mie cover italiane». Era l’inizio di un cammino lastricato di colpi di genio. Ma il Maestro non ama sentirsi dare del “genio”, «perché come dice Einstein: la scintilla creativa è l’1%, il 99% è il duro lavoro». Un lavoro senza fine, anche adesso che sta per tagliare il traguardo dei 90 anni. Li compie lunedì prossimo in questa terra umbra, dove lo incontriamo, che è diventata la sua prima casa, dal 1992, anno in cui sulla collina di Toscolano (comune di Avigliano) ha fondato il CET, Centro Europeo Toscolano per la divulgazione e tutela della musica pop.
Foto tratta dall' autobiografia “Senza paura - La mia vita” (Salani)
Foto tratta dall' autobiografia “Senza paura - La mia vita” (Salani)
Ad aiutarlo in questo luogo francescano, da “mio cantico libero”, c’è una tribù che canta e studia musica dall’alba al tramonto, coordinata da sua moglie Daniela e dalla gemella Barbara che con Mogol comunicano in un lessico famigliare incomprensibile ai più. «Ho dovuto impararlo per non impazzire quando le ascoltavo parlare tra di loro, e adesso anch’io so esprimermi in omperiano , la lingua dei bambini con le a che diventano “aica”, le e “emper” e i “irichizzi”». Licenze poetiche anche queste. «Se non avessi fatto il Poeta sarei diventato medico», scrive nell’autobiografia Mogol senza paura. La mia vita (Salani). Un medico magari come il dottor Paride Sartini, umbro anche lui, che lo guarì da quei mali così atroci che gli fecero girare il mondo alla ricerca della panacea, fino a poter tornare a cantare Nessun dolore . La canta sottovoce, ed è come se a noi si unisse Battisti. «Lucio come Dylan era capace di cantare parlando. La nostra alchimia è durata quindici anni, dal 1965 (anno in cui rivinsi Sanremo con Bobby Solo, scrivendo Se piangi, se ridi ) al 1980. La formula magica delle nostre canzoni? Mia moglie dice che è come se ogni tanto mi arrivassero dei fax dal Cielo. Io di formula comunque ne conosco soltanto una: non scrivo mai senza prima aver ascoltato la musica, perché è nella musica che cerco il testo. Cerco l’anima della melodia per poi poterla esprimere a parole dopo averla ascoltata due e tre volte in attesa che arrivi l’atmosfera».
Foto tratta dall' autobiografia “Senza paura - La mia vita” (Salani)
Foto tratta dall' autobiografia “Senza paura - La mia vita” (Salani)
Sdraiati a terra per intere giornate, Lucio strimpellava la chitarra alla ricerca degli accordi, mentre Giulio si arrampicava tra i rami frondosi della creatività per staccare le parole essenziali per quella che ogni volta è stata un’avventura. Nel 1970, quando da un anno era già attiva la loro casa discografica, la Numero Uno, Mogol realizza il “capolavoro” di Nicola di Bari, La prima cosa bella che a Sanremo si piazza al secondo posto dietro a Chi non lavora non fa l’amore di Celentano e Claudia Mori. Una innocente evasione da Lucio, prima di tornare ad essere “l’artista bicefalo” Mogol-Battisti, protagonisti di quell’alchimia irripetibile, e per certi versi inspiegabile. I giovani degli anni ’70, oltre a cantare tutte le canzoni, hanno anche immaginato di cavalcare al loro fianco in quella traversata epica a cavallo, da Milano fino a Roma. «In quel viaggio di 24 giorni, in sella per 700 chilometri, incontrammo un’umanità varia, ricaricando la memoria di tante storie. Un episodio per tutti? In Toscana un vecchietto ci prese per dei cavalleggeri della Grande Guerra e quando Lucio deludendolo gli disse “sono Battisti, il cantante” quello gli rispose: “Allora canta no!”».
Foto tratta dall' autobiografia “Senza paura - La mia vita” (Salani)
Foto tratta dall' autobiografia “Senza paura - La mia vita” (Salani)
Sorride al ricordo dell’amico Lucio che vive e vivrà per sempre in tutte le loro canzoni, che però il pubblico smise troppo presto di ascoltarle dal vivo. Assenza più acuta presenza. «Il 23 aprile 1972, dopo la mitica esibizione in Rai (a Teatro 10) con Mina, Lucio Battisti si ritirò dalle scene». Da quel momento, Lucio incontrerà solo Mogol e lo farà per registrare i nuovi dischi (12 album, tra il 1969 e l’80). Battisti viveva da rifugiato tra Molteno, nella Brianza velenosa e la casa di Londra, la città in cui aveva stupito persino i Beatles («rifiutò la tournée con i quattro ragazzi di Liverpool perché non voleva fare da rincalzo ai loro concerti», dice Mogol) e dove divenne il cantante preferito di David Bowie, «che inciderà in italiano il mio brano Ragazzo solo, ragazza sola , la cover di Space Oddity pubblicata nel 1970».
Lucio artista solitario, eppure ironico e divertente quando si concedeva alla compagnia. «Mentre facevamo quel viaggio a cavallo se ne uscì con un “Ahooo, pare de esse al Cavalgiro!”. Una sera in un salotto romano incontrò Bettino Craxi e l’ascoltò in silenzio per mezz’ora mentre quello “comiziava” su tutti i retroscena del Palazzo della politica. Alla fine Lucio rivolgendosi alla moglie del leader socialista disse candidamente. “Aho, è mejo de Dallas!”». Un raggio di sole in quelle che sarebbero diventate tante giornate uggiose dopo che il loro sodalizio si sciolse. Fino alla fine, Battisti è morto nel 1998, a 55 anni, i tentativi per una fantastica reunion, che in tanti auspicavano, sono andati tutti a vuoto. «Una leggenda che ci tengo a sfatare per sempre: io e Lucio non abbiamo mai litigato, ci siamo solo persi di vista», dice Mogol facendosi serio. Mentre Battisti sperimentava, dando alle stampe i cinque album scritti con l’esoterico Pasquale Panella, Mogol proseguiva tra le Canzoni stonate di Gianni Morandi e l’era della Celeste nostalgia con Riccardo Cocciante con cui vinse per la quarta volta il Festival di Sanremo, quello del 1991, con il brano Se stiamo insieme . Con Oro e Australia si adopera per la consacrazione della splendida voce di Pino Mango, «il migliore di tutti, ma aveva un limite, non faceva tour lontano da casa, ovunque si trovasse doveva rientrare a dormire a casa nella sua Lagonegro». L’ultimo sodalizio artistico lo stringe con Gianni Bella, «il più grande compositore pop che abbiamo. Con Gianni negli anni ’80 abbiamo fatto hit come Nell’aria , Problemi e Senza un briciolo di testa cantate da sua sorella Marcella Bella, poi ci siamo ritrovati per gli album di Mina e Celentano. Ma soprattutto vado fiero di essere riuscito assieme a Gianni a portare in teatro (al Bellini di Catania) La Capinera , il melodramma moderno ispirato al romanzo di Giovanni Verga». Con Gianni Bella ha scritto anche L’arcobaleno interpretata da Adriano Celentano. «È una canzone che mi ha cambiato la percezione della morte e mi ha fatto capire che c’è la possibilità di continuare a comunicare con le persone che abbiamo amato, anche quando non sono più qui, fisicamente, tra noi. Quell’arcobaleno mi è apparso due volte, la prima anni dopo la morte di Lucio quando poi ho scritto la canzone, e la seconda volta è stato il giorno prima di ricevere la triste notizia che Mango era morto sul palco mentre stava tenendo un concerto a Policoro». Si ferma un istante Mogol e gli occhi del rapace buono diventano due laghi profondi e lucenti: «Ho viaggiato in quasi tutto il mondo e camminato tanto, ma solo di due cose sono certo: la prima, è che l’arcobaleno rappresenta l’alleanza tra l’uomo e Dio, la seconda, è che sono riuscito a vincere tante delle mie paure. Anche se, provare la giusta dose di paura nella vita aiuta, ci tiene al riparo dal fallimento».

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