A Hormuz un disastro ambientale: il greggio raggiunge la costa dell'Oman
di Luca Foschi
All’ombra della guerra si allarga la chiazza fuoriuscita dall’esplosione di una petroliera "fantasma" russa. Greenpeace: i 45 chilometri quadrati sono già diventati 600

Con il contributo della guerra, ha raggiunto le spiagge dell’Oman la sterminata macchia di greggio che rischia di generare uno dei più gravi disastri ambientali degli ultimi decenni. Lo sversamento della petroliera Caroline Bezengi è stato registrato per la prima volta all’inizio di luglio, quando l’imbarcazione si è incagliata a poca distanza dall’isola disabitata di al-Qibiliyyah, situata a circa 50 chilometri dalla costa omanita. Per settimane, a causa della limitatezza degli interventi, la falla ha continuato a rilasciare enormi quantità di idrocarburi, fino a coprire un’estensione che ha già raggiunto i 2.000 chilometri quadrati. Il danno severo già arrecato a tutte le specie marine potrebbe trasformarsi in una catastrofe se, come è possibile, sotto l’insistenza del vento e delle onde la Caroline Bezengi finirà per spezzarsi e affondare, spargendo una quantità di petrolio che potrebbe raggiungere le 160mila tonnellate. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale, un’agenzia delle Nazioni Unite, sono stati i venti monsonici stagionali a impedire l’attuazione dei piani di emergenza intorno all’isola di al-Qibiliyyah, parte di una riserva naturale che ospita, fra le tante specie, tartarughe e megattere, ed è circondata da una preziosa barriera corallina. Lunedì le autorità omanite hanno ridotto l’area coperta dalla perdita a 400 chilometri, e confermato, senza offrire ulteriori dettagli, l’impiego delle boe per limitare la diffusione del petrolio.
Impressionante il costo pagato per l’impotenza, o l’inefficienza: i 45 chilometri quadrati della chiazza segnalati a fine luglio sono diventati 600 il 5 agosto, sostiene Greenpeace. A proteggere la dilagante pozza velenosa è stata, probabilmente, l’ombra della guerra. In aprile, con il suo carico di 800mila barili, la Caroline Bezengi ha lasciato il porto di Novorossysk nel Mar Nero, uno dei fronti più caldi della guerra fra Russia e Ucraina. La petroliera fa parte della “flotta fantasma” che Mosca ha incaricato di aggirare le sanzioni internazionali, e che Kiev colpisce. Passato indenne il canale di Suez, in maggio, l’equipaggio si è trovato ad affrontare un’esplosione a bordo l’8 giugno, davanti alle coste dello Yemen, dove gli Houti, alleati dell’Iran, presidiano un braccio di mare fondamentale nel conflitto che oppone la Repubblica islamica agli Stati Uniti e Israele. Nessuno ha rivendicato l’attacco, né sono emerse le cause di una possibile avaria. Se anche le ragioni fossero “endogene”, il contesto bellico ha sicuramente favorito il propagarsi dello sversamento, soprattutto quando la Caroline Bezengi si è definitivamente arenata davanti all’isola omanita, il 30 giugno. La IOPC Funds, un’agenzia intergovernativa che si occupa delle compensazioni legate alle perdite delle petroliere, ha dichiarato di non essere chiamata a partecipare alle operazioni di pulizia perché l’incidente si considera determinato da «un atto di guerra». «Più aspettiamo, più i danni aumentano, rendendo la petroliera fatiscente, difficili e potenzialmente pericolose le operazioni di contenimento», ha spiegato a Reuters John Amos, direttore di Sky-Truth, organizzazione non-profit che utilizza le immagini satellitari per la tutela ambientale. L’intervento prevede l’impiego di barriere galleggianti, la stabilizzazione dell’imbarcazione e il trasferimento del greggio ancora conservato su un’altra petroliera. L’entità dello sversamento, sostiene Amos, potrebbe rivaleggiare con quella verificatasi a bordo della Exxon Valdes nel 1989.
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