
«Sono io che do la morte e faccio vivere; io percuoto e io risano». La solennità del Cantico di Mosè, nel libro biblico del Deuteronomio (32,29), risuona come una eco potente dietro la vicenda giudiziaria e umana della cinquantenne americana Christa Pike, sopravvissuta a una doppia iniezione letale nel carcere di massima sicurezza di Riverbend, a Nashville in Tennessee. Condannata alla pena capitale nel 1996 per l’uccisione della diciannovenne Colleen Slemmer, Pike ha trascorso trent’anni nel braccio della morte. Una vita. All’epoca appena diciottenne, assieme all’allora fidanzato Tadaryl Shipp picchiò, torturò e ammazzò quella compagna che avevano conosciuto a un campus di formazione lavorativa per adolescenti problematici. Il ragazzo evitò la pena capitale perché minorenne: aveva 17 anni. E oggi può chiedere la libertà condizionale. Per Christa, adulta suo malgrado, nessuna attenuante.
Nel tentativo di fermare in extremis l’esecuzione fissata per mercoledì scorso, gli avvocati avevano presentato ricorso alla Corte Suprema sostenendo che la condanna di Pike non teneva conto del pesante vissuto personale di quella ragazza: abusi sessuali, disturbo bipolare, miseria morale e materiale. Quando mancavano dieci minuti allo scadere, il conto alla rovescia era stato bloccato. Non per molto. Con una prova di massima efficienza, il massimo tribunale americano in poche ore ha dato il via libera all’esecuzione. Lo Stato ha deciso: Christa deve morire. E così sia. Nella sera del giorno stabilito (erano arrivate le 20, l’una di ieri in Italia), la detenuta viene condotta dalla sua cella alla stanza dell’iniezione letale. «Qualunque cosa accada, sarà sempre meglio di così», avrebbe detto alla vigilia stando ai media Usa. Il lettino, l’operazione di stringere i lacciuoli, la siringa. La prima dose di pentobarbital non riesce a uccidere. Lo Stato ha previsto l’evenienza: sarà ripetuta l’iniezione. Il protocollo è chiaro. Somministrata la seconda dose, per la seconda volta viene chiusa la tenda che separa la stanza della morte da quella dei testimoni. Il Dipartimento di correzione del Tennessee rivendica di aver «seguito ogni passaggio della legislazione dello Stato, attuato il protocollo per l’esecuzione approvato dall’Ufficio del Procuratore generale».
Capita che un corpo umano colga in fallo un protocollo dello Stato. La detenuta Christa Pike, cinquant’ anni, si è ostinata a non morire. Dopo la seconda iniezione il suo respiro non cessa, il cuore batte ancora. Lo Stato sa sempre cosa fare: non essendo prevista dal protocollo una terza iniezione letale, ogni persona in fin di vita va soccorsa. Dunque, la condannata a morte che non muore viene trasferita d’urgenza in ospedale. «Ha perso coscienza ma il respiro si sente, è pesante – informa il suo legale –. La stanno sottoponendo a misure salvavita». Lo Stato boia, lo Stato che cura. La mano che uccide, la stessa che salva. Il paradosso crudele di uno Stato che si ritiene onnipotente. O si comporta come tale. Chissà se quel corpo femminile troverà la forza di riprendere a vivere. O se si arrenderà al “meglio di così”. Su tutto, un interrogativo giganteggia: cosa prevede il protocollo dello Stato per l’evenienza – improbabile, ammettiamolo – che la sua azione risanatrice abbia successo e la condannata a morte che non muore sia disintossicata dal veleno che lo Stato boia le ha somministrato per ucciderla? Dovrebbe, quella donna, ritornare al suo posto nel braccio della morte e, come in un tragico “Ricomincio da capo” grottesco e surreale, essere ricondotta al patibolo? Un caso di studio per giuristi. Il fallimento dell’umanità.
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