L'economia non sta precipitando, ma esige risposte all'altezza
di Marco Ferrando
La fiammata dell'inflazione e del costo del debito non è una sorpresa ma l'ennesimo segnale di un deterioramento partito da tempo. Con gli sconti "spintanei" sulla benzina si ripropone la via dell'autoregolamentazione: basterà?

L’inflazione oltre il 4% (ai massimi da tre anni), lo spread verso quota 120 e soprattutto il rendimento pagato dal BTp decennale oltre il 4,6% danno la misura di un quadro economico in rapido peggioramento. La situazione, però, non sta precipitando. Siamo piuttosto di fronte alla naturale evoluzione di un processo di aggravamento progressivo, partito da lontano, generalizzato e dovuto alla stratificazione di numerosi elementi critici o straordinari: le tensioni in Medio Oriente con le loro ricadute commerciali, ma anche i giganteschi investimenti dell’IA, con debiti enormi e altrettante incognite in termini di ritorni. Un mix di focolai grandi e piccoli che non sembrano destinati a spegnersi in tempi brevi, anzi. Non a caso i problemi sono più o meno gli stessi in tutto il mondo, come dimostrano gli interessi pagati dal debito americano (i titoli trentennali viaggiano al 5,65%) o gli allarmi inflazionistici che mettono a dura prova tutte le principali banche centrali con le loro politiche monetarie, chiamate a trovare una quadra non facile tra prezzi e sostegno alla crescita.
La vera urgenza è sulle conseguenze ultime di tutto questo, e quindi anzitutto su prezzi insostenibili per una fetta sempre più ampia di famiglie e imprese. In Italia e non solo. Ma se prendiamo per buona la diagnosi d’insieme, emerge chiaramente la necessità di risposte all’altezza. E per cercarle può essere interessante e forse anche utile andare alla radice dei problemi, dove – in una necessaria ottica di medio-lungo periodo – si possono trovare le uniche soluzioni in grado di sbrogliare un groviglio che ha assunto proporzioni inedite. Da dove partire? Una pista l’ha indicata Donald Trump a proposito di un altro dei grandi fattori di incertezza politica ed economica del momento: l’Intelligenza artificiale. Durante un incontro con alcuni rappresentanti dei colossi americani, un paio di giorni fa il presidente tycoon ha evocato la necessità di «una grande autoregolamentazione» per incanalare al meglio lo sviluppo dell’Ia; che peraltro sarebbe preferibile chiamare “superintelligenza” onde evitare letture eccessivamente catastrofistiche. La posizione era già stata accennata in altri momenti, ma questa volta Trump l’ha usata con il probabile intento di silenziare per alcune settimane – magari fino alle elezioni di mid term – l’ultimo dei periodici allarmi sugli algoritmi fuori controllo, e sull’opportunità di frenare una corsa che ci sta portando chissà dove.
Al di là e al netto delle strategie elettorali, quella dell’autoregolamentazione è una soluzione possibile e praticabile, che in molti casi si è rivelata più rapida ed efficace di approcci di ispirazione dirigistica. In fondo, ne abbiamo prova proprio in questi giorni in Italia: dopo mesi trascorsi a chiederci se e come tassare gli extra profitti delle compagnie petrolifere (e a finanziare onerosi e inefficienti tagli alle accise), ecco che il mercato si è “spintaneamente” mosso nella direzione tanto auspicata della riduzione di prezzi e tariffe, con una fantasia in termini di offerte che in pochi avrebbero osato immaginare appena una settimana fa. Anche senza farsi troppe illusioni sulla durata e sulla portata, quanto sta accadendo è un caso di autoregolamentazione in cui le compagnie petrolifere e le utility dell’energia hanno deciso in autonomia quanto auspicato e/o suggerito dal Governo, che al tempo stesso ha saputo raccogliere i frutti di una tela diplomatica stesa in tempi non sospetti. Nel breve, tutti contenti: i consumatori tirano il fiato, i privati ricostruiscono una reputazione incrinata nei mesi, le istituzioni incassano il dividendo di una regia nascosta.
Reggerà sul lungo periodo? Non è detto. E non solo perché i tagli sui prezzi potrebbero rivelarsi insostenibili per le aziende private (che rispondono ai propri azionisti). Il problema è che la misura da sola potrebbe non rivelarsi più sufficiente di fronte a un ulteriore aggravamento della situazione, sia dal punto di vista geopolitico che di mercato. E questo è il punto: che sia una soluzione regolatoria o auto-regolatoria, a renderla efficace è la capacità di misurarsi con la complessità del problema che va risolto. Utile in tal senso riflettere su un passaggio della recente intervista di Bill Gates ad Avvenire, con l’invito a non considerare la rivoluzione IA al pari delle altre, evocando soluzioni “strutturali”. Perché anche la corsa dei prezzi ha chiaramente bisogno di una lettura e di una cura di pari portata rispetto alla crisi economica dalle infinite facce di cui è solo l’ultimo sintomo. Ed è altrettanto chiaro che nessun governo, da solo, potrà risolverla.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





