Riarmo ognun per sé: spese nazionali a 454 miliardi. E ancora latita il coordinamento fra gli Stati europei
di Matteo Marcelli
Dall’Agenzia europea per la Difesa i primi dati dopo il Rearm Eu: nel ‘25 costi saliti già del 22%, un boom senza precedenti. Acquisti congiunti solo sul 24% degli investimenti

Molta difesa ma per nulla, o quasi, comune. I primi numeri ufficiali dall’approvazione del piano di riarmo dell’Unione ( Readiness 2030) confermano quanto previsto da chi nutriva dubbi sull’impianto annunciato dalla Commissione: le spese militari volano alle stelle, ma nessun coordinamento e comunque insufficiente.
Questo almeno è quanto emerge dai dati diffusi dall’Agenzia europea per la Difesa (Eda). Che non sono molti, anche perché il rapporto dedicato ( Annual defence Readiness report ) non è pubblico, ma a «uso esclusivo dei governi», preparato con il contributo della Commissione assieme al Servizio europeo per l’azione esterna e dello staff militare dell’Unione. L’Agenzia lo ha presentato tre giorni fa ai ministri della Difesa prima del Consiglio Affari esteri e in vista del Consiglio Europeo del 15 e 16 ottobre. La sintesi dell’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, è abbastanza eloquente: «Il rapporto mostra che abbiamo fatto molto. Gli investimenti nella difesa sono aumentati, ma rimangono notevoli lacune nelle capacità. Ora dobbiamo concentrarci su come colmare concretamente queste lacune».
Esiste però un altro report sulle spese militari ( Defence Data 2025-2026), che non è specifico sull’avanzamento del piano Readiness, ma i numeri sono gli stessi. Ed è abbastanza per farsi un’idea della direzione intrapresa.
Andiamo con ordine. Nel 2025 la spesa militare aggregata degli Stati membri ha sfiorato i 418 miliardi di euro (417,623 per la precisione, di cui 134 in investimenti), pari al 2,2% del Pil dell’Unione. Un incremento del 22% rispetto al 2024, quando il totale delle spese aveva raggiunto i 343 miliardi. La proiezione per il 2026 è di 454 miliardi (il 2,4% del Pil), mentre entro il 2029 la spesa totale potrebbe arrivare a 547 miliardi. Per quanto riguarda l’Italia, la spesa complessiva è stata di 45 miliardi, pari al 2% del Pil, circa 770 euro pro capite. La Germania, tra gli Stati più solerti nella spesa in armamenti, è a quota 107 miliardi (1.279 euro pro capite). Si tratta di una crescita senza precedenti, agevolata dalle risorse dei fondi Safe (prestiti agevolati garantiti dall’Unione).
Tuttavia restano delle incognite. Tra queste, la principale è la frammentazione: gli acquisti congiunti rappresentano solo il 24% degli investimenti totali e la quota è distribuita in modo disomogeneo tra Stati membri e aree di capacità. E poi «gli approcci nazionali continuano a dominare lo sviluppo delle capacità – si legge nel Defence Data –, mentre le iniziative di approvvigionamento e i cicli di vita dei sistemi d’arma rimangono in larga parte non sincronizzati, compromettendo le economie di scala, l’interoperabilità e la convergenza nel lungo periodo». In pratica, se i 27 acquistano separatamente, anziché aggregare domanda e programmi, si perde parte della possibilità di ottenere vantaggi dalla produzione su scala maggiore. Se poi gli eserciti comprano sistemi diversi, con standard, tecnologie, piattaforme e cicli logistici differenti, diventa più difficile farli operare insieme efficacemente. Con il rischio di sviluppare capacità che evolvono secondo traiettorie diverse, anziché costruire progressivamente un sistema europeo più integrato. Senza contare che l'aumento della spesa non si sta ancora traducendo proporzionalmente in capacità operativa che, per dirla con André Denk, chief executive dell’Agenzia per la Difesa europea, «non è mai qualcosa di semplice come l’acquisto di equipaggiamenti. Richiede personale, sistemi e addestramento per poter impiegare tali equipaggiamenti nel tempo e oltre i confini nazionali». Cioè di concerto con gli Stati partner.
Ovviamente il tema mette in moto la polemica politica, con il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che tira le somme: «L'aumento delle spese militari non determina più sicurezza, ma va a discapito dei necessari investimenti in salari, sanità, istruzione, nuove politiche industriali ed occupazionali e mette in discussione, in Italia e in Europa, la tenuta del nostro modello sociale». Parole simili a quelle dell’eurodeputato M5s Gaetano Pedullà, che cita direttamente il rapporto: «Il boom delle spese per il riarmo, così come confermato dall'Eda, indica chiaramente la direzione intrapresa dai governi nazionali sotto la regia europea: per le lobby delle armi tanti assegni in bianco, per i cittadini solo le briciole. Siamo alla follia più totale». Nessuna reazione dalla maggioranza né dal principale partito di opposizione, il Pd, al cui interno il tema delle armi resta motivo di dissidi e distinguo.
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