Bill Gates: «Non stiamo facendo abbastanza per ridurre i danni dell'intelligenza artificiale»
di Elena Molinari, New York
La nostra intervista a New York con il fondatore di Microsoft. «Il punto è che non diamo attenzione al problema, né riusciamo a cogliere i benefici possibili. L'IA è assai più dirompente di qualsiasi tecnologia emersa finora. Trovo importante che il Papa intervenga ricordando i valori della Chiesa, perché non dice che è tutto terribile, ma che se non custodiamo certe cose potrebbe diventarlo»

Un’intelligenza artificiale che metta al centro l'essere umano è possibile. Bill Gates, che Avvenire ha incontrato a New York, ne è convinto. Non a caso il fondatore di Microsoft ha voluto che quest’anno ad aprire i lavori del suo forum per lo sviluppo sostenibile Goalkeepers— un ruolo di solito riservato a un capo di Stato o di governo — fosse Vincenzo Paglia, già presidente della Pontificia Accademia per la Vita e tra le voci più impegnate sull'etica dell’IA.
Nelle ultime settimane l'industria tecnologica ha lanciato l'allarme sui rischi dell'IA. Nonostante ciò, pensa che stia ancora minimizzando il pericolo reale di uno sviluppo dell’IA senza regole?
In realtà è sorprendente quanto siano diretti gli stessi protagonisti del settore sulle loro preoccupazioni: sanno che l'IA è ormai abbastanza potente da rappresentare un pericolo serio. Le aziende hanno anche provato a darsi strutture che non rispondessero solo al profitto, ma le mettessero in grado di decidere quando frenare. Ma quelle strutture funzionerebbero solo se ci fosse un'unica azienda, perché se una sola si ferma e le altre vanno avanti, la dinamica non cambia. La risposta allora è chiara: l’industria può fare la diagnosi, ma le regole devono venire dall'esterno, dai governi. Ma i governi non lo stanno facendo. Per questo sto mettendo in gioco tutta la credibilità e reputazione della mia carriera per dire: non stiamo dando abbastanza attenzione al problema, non stiamo facendo abbastanza per ridurre i danni possibili, né per cogliere i benefici possibili.
Papa Leone XIV ha detto che per l'intelligenza artificiale non servono solo regole, ma scelte comuni che mettano la persona al centro. Pensa sia un obiettivo realistico?
Sì, credo sia possibile. Ma sarà una grossa sfida, perché non abbiamo mai affrontato nulla come l’IA. La difficoltà è che molti pensano all'IA come alle tecnologie precedenti e credono che si aggiusterà tutto da sé, magari con qualche dolore di transizione. Ma non è così. L'IA è assai più dirompente di qualsiasi tecnologia emersa finora, comprese quelle su cui ho avuto la fortuna di lavorare, il personal computer e internet. Per molti versi eguaglia o supera la cognizione umana. Sarà un test inaudito per l'umanità.
Sul fronte del controllo pubblico, le proposte vanno dal congelamento immediato dello sviluppo al bando della superintelligenza artificiale. C'è qualcosa che le sembra più praticabile?
Fermare tutto non è la risposta giusta e sarebbe deludente: rinunceremmo anche a trovare cure per le malattie, a strumenti contro il cambiamento climatico, a tanti aiuti. Possiamo però darci delle salvaguardie. La discussione dovrebbe vertere su quali garanzie servano a prevenire gli attacchi informatici o biologici. Ho idee precise, e faranno parte del dialogo.
L'IA sembra rendere necessaria una profonda riorganizzazione sociale, del modo in cui è concepito il lavoro, alla tassazione, al rapporto fra cittadini e governi. Ha una visione di come sarà una società con un uso diffuso dell'IA?
Bisogna distinguere due fasi. C'è quella iniziata ora, la transizione. E poi, forse tra vent'anni, un tempo in cui l'IA e i suoi robot umanoidi potranno occuparsi di coltivare, trasformare e distribuire gran parte del cibo, delle costruzioni, dei servizi: un mondo in cui tutti i bisogni umani saranno delegati. Sarà una fase che porrà domande profonde su come impiegare il proprio tempo e su cosa significhi essere umani, ma di quello si occuperanno i più giovani. La mia urgenza riguarda la transizione, durante la quale molti lavori andranno perduti: prima quelli impiegatizi, poi, con gli umanoidi, quelli manuali. Sarà molto dirompente e per attenuarla bisognerà cambiare parecchio la struttura fiscale. È un dibattito che spero di guidare non solo nell'industria, ma nelle università e tra i cittadini, perché in modo democratico possano aiutarci a scegliere.
Il lavoro è un tema su cui il Papa insiste molto: quali impieghi non andrebbero mai delegati ai robot, anche quando l'IA sarà capace di svolgerli in modo efficiente?
Ci sono ruoli in cui riponiamo la nostra fiducia in una persona: una giuria, un giudice, un sacerdote. Non credo dovremmo sostituirli. Così la cura dei bambini, o certa assistenza medica. In altri campi, come l'insegnamento e la medicina, si possono riservare alcune attività agli esseri umani senza però escludere del tutto l'IA: in Africa, dove i medici scarseggiano, può aiutare. E in una crisi mentale notturna un assistente virtuale predisposto a intervenire e poi passare la parola a un umano quando necessario può essere utile. Stiamo avviando il dialogo su quali lavori riservare all'uomo. Alcune comunità, poi, decideranno di usare meno questa tecnologia: pensiamo agli Amish, e ce ne saranno altre. Trovo importante che il Papa intervenga ricordando i valori duraturi della Chiesa, perché non dice che è tutto terribile, ma che se non custodiamo certe cose potrebbe diventarlo. E le domande su che cosa significhi essere umani non cambiano, che si sia cattolici, protestanti o altro.
Nel bilancio tra rischi e benefici, i bambini sono particolarmente vulnerabili. Dove va tracciata la linea tra un'IA che li aiuta, soprattutto i più fragili, e una che li isola?
La Cina è netta: niente relazioni tra bambini e IA. È il genere di scelta che un Paese può fare, o che una famiglia o una confessione religiosa può fare. Ma non è così bianco o nero: se l'IA ti dà consigli e ti spinge verso il mondo, dicendoti «forse quell'amico ha solo fatto un errore, torna da lui», può essere positiva. Se invece dice «parla solo con me, ci sono sempre, non ti contraddico mai e non arrivo mai in ritardo», è un'altra cosa. Stiamo parlando con gruppi non profit come Common Sense Media, che aiuta i genitori a orientarsi. Il problema è che spesso i figli sono più esperti dei genitori e aggirano i loro controlli. Me ne sono accorto anch’io con mia figlia.
Il tipo di ruolo che IA può avere nel dare consigli sulle relazioni non ci riporta al ruolo dell'industria? Come garantire che l'IA si sviluppi in una direzione che aiuta alla crescita anziché nel suo opposto?
Questi sistemi sono flessibili: puoi dire all'IA «aiutami a stare con i miei amici», e lo farà sempre meglio. Ma le puoi anche dire «non spingermi a uscire». La scelta non spetta tanto agli ingegneri quanto al livello sopra di loro, alla pianificazione, dove l'impostazione predefinita dovrebbe incoraggiare la socialità, salvo poi lasciare che, in situazioni particolari, un ruolo di fiducia la riconfiguri. È il punto in cui IA interagisce con le debolezze umane, ed è molto delicato. Vogliamo impedire che IA spinga le persone a farsi del male, ma senza spingerci a creare un sistema di sorveglianza totale. Bisogna poter sbagliare. Senza dimenticare che non abbiamo mai avuto uno strumento così pervasivo, che è sempre presente, che può essere usato come mezzo di controllo, per togliere la libertà a chi la pensa diversamente. Come proteggere la riservatezza, anche delle opinioni contrarie? È una domanda seria.
Pensa che l'elettore medio occidentale — americano, ad esempio — sia abbastanza consapevole di questi temi da potersi esprimere con il suo voto? Alle prossime elezioni di midterm l'IA sembra assente dalla campagna.
L'IA si sta affacciando appena, soprattutto sulla questione dei data center nelle comunità. Ma sono convinto che entro il 2030, e certamente entro il 2032, la gestione dell'IA sarà un tema centrale in ogni elezione accanto all'economia, che è sempre il primo. Nel 2028 forse non ancora, perché forse non avrà ancora sottratto abbastanza posti di lavoro. Paradossalmente nel breve termine l'IA crea occupazione — si pensi alla costruzione dei data center —, ma nel medio periodo distrugge posti. Molti ancora non lo vedono e solo quando ci saranno centinaia di migliaia dei disoccupati in carne e ossa, il tema diventerà scottante, e i politici dovranno affrontarlo. Alcuni saranno semplicisti («avanti tutta»), altri all'opposto («mai, per nessun motivo»).
La sua fondazione ha stanziato un miliardo di dollari in due anni per ampliare l'accesso globale all'IA. A che cosa serviranno, precisamente? E si può fare dell'IA uno strumento che crei più uguaglianza?
La fondazione punta ad accelerare le cose buone e il loro impatto è potenzialmente più forte proprio nei Paesi poveri, che sono la nostra priorità. Se una donna non può recarsi da un medico, l'IA può migliorare enormemente la qualità delle cure che riceve. E i contadini possono ricevere consigli su sementi, meteo, fertilizzanti. Per l'agricoltura le barriere sono minori, perché non ci sono complessi nodi normativi. Molti, però, hanno bisogno di un'interfaccia vocale, e le loro lingue sono pochissimo supportate dai sistemi di riconoscimento. È una delle cose da correggere. Il nostro compito è accelerare il bene perché non arrivi solo nei Paesi ricchi, come avverrà se lasciamo fare al mercato. Ci restano diciannove anni per spendere i nostri fondi, e la generosità dei Paesi ricchi cala. Ma se non ci saranno altri tagli agli aiuti, questi strumenti ci permetteranno di raggiungere obiettivi ambiziosi.
In conclusione, è ottimista o pessimista?
Io mi concentro su ciò che dobbiamo fare. Ma non posso che essere ottimista. Con le tecnologie precedenti si poteva esserlo. Questa però è molto più potente.
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