Azzardo, la Consulta denuncia i costi sociali che il governo non quantifica
La Corte costituzionale invita a valutare gli effetti negativi sulla collettività nel calcolo degli effettivi benefici erariali. Secondo la Procura nazionale antimafia, lo Stato spende quattro volte quanto incassa. Tra le conseguenze, dipendenza patologica, indebitamento delle famiglie e infiltrazioni criminali

«Attorno al gioco e alle scommesse con vincite in denaro si è negli anni sviluppato un fiorente settore economico, che vede il volume totale delle giocate in continua espansione, specie per il dilagante utilizzo dei canali on line. Crescente è, al contempo, l’impatto negativo sulla collettività, che genera imponenti costi sociali con elevate ripercussioni economiche, di cui pure occorrerebbe tenere conto nel valutare l’effettiva consistenza dei benefici erariali del comparto». A fare queste importanti affermazioni non è qualche movimento “no slot” ma la Corte Costituzionale nella sentenza 176 depositata lo scorso 20 ottobre sul divieto di pubblicità dell’azzardo. Parole che contrastano con la scelta del Governo di inserire nella Manovra economica provvedimenti per aumentare l’offerta del gioco d’azzardo, prevedendo di incassare circa 900 milioni aggiuntivi. La Consulta, invece, invita a fare bene i conti, ricordando, tra l’altro, che le entrate dello Stato nel 2025 «per la crescita del gioco on line, sono diminuite dello 0,7%, nonostante la raccolta lorda abbia registrato una crescita del 4,8% rispetto all’anno precedente». Ma soprattutto i giudici sottolineano quanto, invece, l’azzardo sia un costo «dovuto in primis alla messa a repentaglio della salute individuale e collettiva, in ragione del dilagare del gioco d’azzardo patologico, che richiede poi a Stato e regioni una gestione di tale patologia finalizzata alla cura e al recupero dei soggetti che ne sono vittime». Non solo effetti di natura sanitaria, perché l’azzardo «produce poi numerose ulteriori conseguenze, anch’esse con riflessi dannosi sulla collettività» come «i costi sociali prodotti dalle rotture nelle relazioni familiari, dalla dispersione scolastica e dall’abbandono di prospettive di avanzamento negli studi superiori e/o universitari, come pure dalla diffusione del senso di isolamento o di angoscia per il futuro, che talvolta sfocia nel gesto estremo del suicidio». E ancora «situazioni di sovraindebitamento e di crisi, che si riflettono, indirettamente, sulle finanze pubbliche utilizzate per fronteggiare richieste di sussidi e di incentivi fiscali». E infine «risvolti occupazionali, come l’assenteismo e lo scarso rendimento lavorativo, suscettibili di incidere in senso peggiorativo sulla produttività».
Quanto è il costo di tutto questo? Malgrado le richieste da parte del mondo associativo, nessuno Governo lo ha mai quantificato o voluto rendere noto. Lo aveva fatto invece 12 anni fa la Procura nazionale antimafia (Pna), calcolando che lo Stato spenda quattro volte quello che incassa con l’azzardo: spese sanitarie per i giocatori patologici, debiti delle famiglie, controlli, guadagni delle mafie, spese per contrastarle. Se, quindi, lo Stato incassa dall’azzardo 10-12 miliardi l’anno, ne spende tra 40 e 50. Non sembrino troppi. Secondo l’Istituto superiore di sanità i giocatori patologici sono 1 milione e 500mila e quelli a rischio moderato 1 milione e 400mila. Ma per ogni “giocatore”, altre sette persone sono coinvolte, soprattutto i suoi familiari. Il risultato è sia per il “giocatore” che per i familiari la perdita di 7,6 punti percentuali di qualità della vita, come ben descritto dalla Consulta. E ricordiamo che l’80% del “giocato” è garantito dai patologici. Le mafie lo sanno bene e, come sottolinea la Dia, «approfittano dei giocatori patologici, sanno chi sono, li seguono, li contattano, concedendo prestiti a tassi usurari». Parole sovrapponibili a quelle della Corte costituzionale. «Non va sottovalutata l’agevolazione degli affari illeciti della criminalità organizzata che, proprio nel gioco d’azzardo e nelle scommesse, ha trovato un canale privilegiato per le attività di riciclaggio e usura». Affermazioni che smontano la tesi secondo la quale l’azzardo legale è il migliore strumento per combattere quello illegale. Ben undici anni fa la Pna scriveva che la liberalizzazione del gioco d’azzardo non ha tolto «risorse alla criminalità», piuttosto «progressivamente, e anzi esponenzialmente, è aumentata l’infiltrazione nel settore della criminalità organizzata» che «sta acquisendo quote sostanziose del mercato del gioco». Grazie anche a «un’imprenditoria collusa a sua volta legata ad ambienti istituzionali». Allarme inascoltato come quelli della Corte che è più volte è intervenuta sottolineando come l’azzardo costituisca un «fenomeno da tempo riconosciuto come vero e proprio disturbo del comportamento, assimilabile, per certi versi, alla tossicodipendenza e all’alcolismo» (2017), «con riflessi, talvolta gravi, sulle capacità intellettive, di lavoro e di relazione di chi ne è affetto, e con ricadute negative altrettanto rilevanti sulle economie personali e familiari» (2021, 2024 e 2025), patologia «frequentemente incoraggiata dall’illusione di un miglioramento sociale legato alla fortuna, che ha spesso come conseguenza l’attrazione verso il gioco d’azzardo di quelle componenti più deboli e meno facoltose della società» (2024) e che rappresenta «uno di quegli ostacoli di fatto che è compito della Repubblica rimuovere» (2024). Rimuovere, appunto, non incentivare come intende fare la Manovra economica.
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