La scuola del desiderio
di Paola Muller
Nel discorso di Leone XIV al Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria emerge una trama profondamente agostiniana: educare significa risvegliare e orientare il desiderio che abita la persona e riconoscere una dignità che non dipende dai risultati

Nel suo discorso rivolto ai partecipanti al Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria, prima di partire per il viaggio sudamericano, papa Leone XIV non ha citato mai Agostino. Eppure le sue parole lasciano riconoscere una trama profondamente agostiniana, che ci riporta a una domanda decisiva: che cosa significa davvero educare? Il primo filo è il desiderio. Il Papa invita a riconoscere «il desiderio che ognuno porta in sé» e, in particolare, quello «profondo di comprendere, di dare un senso alla realtà». Difficile non cogliervi l'eco dell'inquietudine che apre le Confessioni : «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (I.1.1). Per Agostino l'uomo è un essere che desidera e non si accontenta di ciò che già possiede; la sua inquietudine è il segno di un'apertura che lo spinge oltre sé stesso. Applicata all'educazione, questa intuizione cambia la prospettiva: educare significa, anzitutto, risvegliare e orientare un desiderio che già abita la persona. Prima ancora di essere uno studente, il giovane è qualcuno che cerca. E la scuola tradisce la propria vocazione quando dimentica questa ricerca, riducendo l'apprendimento a una successione di prestazioni da valutare. Per questo Leone XIV indica nella «ricerca comune della verità» la vocazione propria di scuole e università. Agostino lo ha detto con forza: la verità non è mia né tua, ma di tutti, e chi pretende di farne un possesso privato finisce per perderla (Confessioni XII.25.34). Ne discende il ruolo del maestro, come mostra il De magistro : chi insegna può spiegare, interrogare, indicare una direzione, ma non può sostituirsi all'intelligenza di chi apprende. Le parole esteriori sollecitano un processo che si compie nell’interiorità del discepolo, là dove, secondo Agostino, è Cristo stesso a insegnare. Educare non è trasferire contenuti da una mente all’altra, ma aiutare qualcuno a riconoscere la verità.
In un tempo dominato dalla velocità e dalla disponibilità pressoché illimitata di informazioni il Papa richiama poi la necessità di rispettare la «germinazione lenta del pensiero». È difficile non accostarvi il celebre invito agostiniano: «Non uscire fuori, rientra in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità» (La vera religione 39.72). Rientrare in sé non significa sottrarsi al mondo ma imparare a comprenderlo in profondità. L’interiorità è lo spazio in cui le informazioni diventano conoscenza e il giudizio personale prende forma. Il discorso denuncia anche una «cultura della prestazione» che induce molti giovani a temere l’errore e a rinunciare prima ancora di tentare: «Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone». Per Agostino la dignità dell’uomo non coincide con i risultati che consegue: creato a immagine di Dio, possiede una grandezza originaria che nessun insuccesso può cancellare. Di qui una delle frasi più belle del discorso di papa Leone: «Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso». Agostino, scrivendo proprio a un educatore, lo aveva formulato così: «Non c’è invito più grande ad amare che precedere nell’amore» (Prima catechesi cristiana 4.7). È questo sguardo che il Papa chiede alle istituzioni educative, invitandole a essere anzitutto «casa»: un luogo in cui qualcuno ricorda il tuo nome, si accorge della tua assenza e si rallegra del tuo ritorno.
Il percorso si compie nell’«educazione del cuore»: alla compassione, alla gratitudine, alla capacità di lasciarsi toccare dal dolore altrui, alla lode e al desiderio di Dio. Per il vescovo di Ippona il cuore è il centro della persona, e l’uomo è definito non solo da ciò che conosce ma anche da ciò che ama: «Il mio peso è il mio amore; da esso sono portato ovunque io vada» (Confessioni XIII.9.10). Educare il cuore significa insegnare ad amare bene, secondo quell’ ordo amoris in cui Agostino riconosce la virtù stessa (La città di Dio XV.22), perché la conoscenza, senza attenzione all’altro, rischia di diventare strumento di affermazione individuale, mentre l’intelligenza trova la sua piena dignità quando si apre alla responsabilità e al servizio. Non è casuale che il discorso del Papa si chiuda con i discepoli di Emmaus. Il Risorto cammina con loro, ascolta le loro domande, ne illumina l’intelligenza e fa ardere il loro cuore. Agostino, commentando la pagina, nota che lo riconobbero allo spezzare del pane dopo averlo accolto come ospite (Sermo 235). Accompagnamento, ospitalità, riconoscimento: è la pedagogia che il Papa chiede alla scuola e all’università. Perché la grande lezione di Agostino è proprio questa: la verità porta a compimento il desiderio e un’educazione autentica non si limita a riempire la mente ma insegna al cuore e all’intelligenza a cercare insieme.
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