Dalle celle alle comunità: la sfida della cura per le carceri (e ciò che serve perché funzioni)

La legge 140, che ha ampliato la platea di chi può scontare la pena presso strutture residenziali accreditate data la sua dipendenza, dovrebbe diventare operativa a breve. Pronto l'insediamento della Commissione nazionale e raddoppiati in Manovra i fondi previsti. Ma le comunità non possono essere considerate solo contenitori da riempire
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November 7, 2026
Giovani ospiti di una comunità / Imagoeconomica
Giovani ospiti di una comunità / Imagoeconomica
Non ha sorpreso nessuno, purtroppo, la fotografia delle carceri italiane scattata appena due giorni fa dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt): istituti sovraffollati all’inverosimile, violenze e soprusi crescenti, assistenza sanitaria insufficiente, poche opportunità di formazione e reinserimento. Una condizione che il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di affrontare accelerando il “Piano carceri” approvato la scorsa estate e ricorrendo anche a misure alternative alla detenzione. Al 31 ottobre, d’altronde, i detenuti erano 66.285 a fronte di 46.460 posti effettivamente disponibili. Ventimila dei quali (quasi uno su tre) con problemi di dipendenza da sostanze. Sul punto occorre più che mai tornare a riflettere. Quando la tossicodipendenza è parte della storia che ha condotto una persona a commettere reati, limitarsi alla custodia significa lasciare irrisolto uno dei problemi che più direttamente incidono sul suo futuro, oltre che sulla sicurezza della collettività che tanto sta a cuore al nostro Governo. È in questa prospettiva che la legge 140 del 5 agosto 2026 – oltre alla creazione di nuovi istituti penitenziari (coi relativi posti aggiuntivi appunto) prevista dal Piano carceri di cui sopra – ha introdotto una nuova misura di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti.
La norma, lo ricordiamo, consente, in presenza di determinati requisiti (una pena detentiva, anche residua, non superiore a 8 anni) e sulla base di un programma terapeutico socio-riabilitativo, di scontare la pena presso strutture residenziali accreditate o attraverso percorsi semiresidenziali. Una scelta a suo modo rivoluzionaria, perché riconosce per la prima volta in modo esplicito che una parte del problema carcerario richiede una risposta sanitaria e che le comunità terapeutiche possono avere un ruolo decisivo nel costruire questa risposta. Alla norma, però, per diventare effettiva, mancano due passaggi. Il primo è quello di mettere nero su bianco linee guida condivise: il compito spetta a una Commissione nazionale che dovrebbe essere annunciata a giorni (al cui interno saranno presenti anche rappresentanti delle reti nazionali delle stesse comunità). Una volta insediata, la Commissione dovrà procedere rapidamente: il cronoprogramma prevede 90 giorni per arrivare alle indicazioni destinate a carceri, tribunali di sorveglianza e SerD, i servizi pubblici per le dipendenze.
Secondo passaggio, i soldi. Nella Manovra, a questo proposito, si profila un rafforzamento delle risorse destinate alle dipendenze e al sistema delle comunità. Tra gli interventi previsti, in particolare: il rafforzamento (da 5 a 10 milioni di euro) del Fondo per le dipendenze gestito sempre dal Dipartimento delle politiche antidroga, che diventa strutturale; e poi lo stanziamento specifico previsto dalla legge 140 proprio per accompagnare i detenuti nei percorsi in comunità, che sale da 20 a 40 milioni di euro. Quest’ultimo è un incremento tutt’altro che marginale. Basta un piccolo calcolo per comprenderne la portata: considerando un costo medio di circa 70 euro al giorno per ospite in struttura, 40 milioni corrispondono teoricamente a oltre 1.500 posti all’anno. Si tratta, naturalmente, di una capacità “potenziale”, che dipenderà dalla distribuzione delle risorse, dalla disponibilità delle comunità e dalla durata dei programmi (potrebbe quindi anche crescere nel tempo), ma la dimensione economica dell’intervento indica che la misura non è destinata a rimanere semplicemente una dichiarazione di principio, come a molti era apparsa all’inizio. Ed è sulle risorse, del resto, che si gioca una parte decisiva della sua attuazione: le comunità – lo avevano precisato subito, dando la propria disponibilità al ministero della Giustizia – dovranno essere messe nelle condizioni di accogliere un numero maggiore di persone, aumentando la disponibilità dei posti oppure attivando strutture di appoggio. Servono operatori, competenze, continuità assistenziale, progetti individuali. C’è poi la questione della sicurezza. Le comunità hanno da tempo esperienza nell’accoglienza di persone sottoposte a misure giudiziarie, ma esiste un limite di sostenibilità: la presenza di persone provenienti dal circuito penitenziario non dovrebbe superare il 30% degli ospiti complessivi. Oltre quella soglia, il rischio è compromettere l’equilibrio delle strutture e la qualità del lavoro terapeutico rivolto a tutti.
Sullo sfondo resta un punto essenziale che dovrebbe orientare la politica: le comunità non sono contenitori da riempire. Sono, piuttosto, presidi terapeutici e sanitari nei quali una persona viene presa in carico nella sua interezza: la dipendenza, certo, ma anche la storia che l’ha preceduta, le fragilità, le condizioni familiari e sociali. E il lavoro da fare con la persona in questione consiste, sì, nell’interrompere il consumo di una sostanza, ma anche nell’accompagnarla a recuperare autonomia, riportandola dentro la propria vita e nella società. La differenza tra un semplice trasferimento e un percorso di riabilitazione passa da qui: sarebbe un errore imperdonabile perderla di vista proprio nel momento in cui si cerca una risposta all’emergenza penitenziaria. Se l’obiettivo della legge 140, cioè, diventasse soltanto liberare posti nelle carceri, si finirebbe per riprodurre altrove la stessa logica semplicemente “custodiale”, senza affrontare le ragioni per cui tante persone tornano a commettere reati, spesso dentro circuiti di dipendenza e marginalità dai quali non riescono a uscire. La cura non cancella la responsabilità per quel che si è commesso, né rende meno importante la tutela delle vittime e della sicurezza collettiva. Può invece offrire alla pena una possibilità concreta di assolvere alla sua funzione rieducativa. Ciò che manca drammaticamente, nelle nostre carceri, molto più (e molto prima) che i metri quadrati liberi.

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