Se i libri di scuola vengono ridotti a un PDF
Il governo ha annunciato e poi ritirato una misura che prevedeva il prezzo dimezzato per i manuali digitali. Ma il sostanziale fallimento della rivoluzione dell’e-book dimostra che il formato tradizionale possiede caratteristiche non replicabili

Le rivoluzioni del libro di Elizabeth L. Eisenstein, è un saggio abbastanza famoso tra quanti si interessano di trasmissione del sapere. Negli Stati Uniti uscì nel 1983, da noi arrivò una dozzina di anni più tardi, quando il discorso sul digitale era appena agli inizi: lo standard PDF, per dire, era stato brevettato da poco, ma non era affatto di uso comune. La studiosa americana si occupava in particolare della rivoluzione tipografica, che aveva preso avvio nel XV secolo. Non era il primo salto di specie compiuto dal libro, che nell’antichità era diffuso come rotolo ( volumen ) e si era imposto nella forma attuale ( codex ) solo nel IV secolo, lasciando immutate le modalità di produzione manuale. Con la svolta di Gutenberg, il manoscritto va in disuso e il libro entra nell’era della riproducibilità tecnica. Anzi, la inaugura. Fin qui, grosso modo, la parabola descritta dalla ricerca di Eisenstein.
Nel passaggio tra XX e XXI secolo c’era però un’altra rivoluzione in vista, un’altra promessa di trasformazione definitiva: l’addio alla stampa, l’avvento trionfale dell’ e-book . Non è andata così, per tutta una serie di motivi che non si esauriscono nella retorica celebrazione del profumo della carta (in qualsiasi biblioteca, anche domestica, è semmai il retrogusto della polvere a farsi sentire). Se l’avanzata del libro digitale si è fermata a un certo punto, portando per esempio alla sostanziale sostituzione dei tascabili a basso prezzo con gli e-book nel mercato anglosassone, è perché il libro tradizionale ha dimostrato di avere caratteristiche non replicabili. Umberto Eco, che se ne intendeva, parlava di un’invenzione impossibile da migliorare, come la ruota o le forbici. La rivoluzione digitale del libro è in larga parte fallita non per la scarsità degli investimenti destinati all’ e-book , ma per l’obiettiva superiorità del contendente. Ecco, è da qui, da questa lunga e perfino libresca premessa, che occorre partire per cercare di trarre qualche insegnamento dalla vicenda del provvedimento governativo – improvvisamente annunciato e rapidamente stralciato – che prevedeva la commercializzazione dei manuali scolastici e universitari in PDF al 50% del prezzo di copertina del cartaceo.
C’erano le incongruenze già messe in rilievo da Roberto Carnero su queste pagine (si ipotizzava un file protetto, stampabile un’unica volta, ma i costi di copisteria avrebbero vanificato il presunto risparmio e nulla avrebbe impedito che la copia venisse a sua volta fotocopiata) e c’era, sotto il profilo istituzionale, la scelta sorprendente di un’iniziativa assunta senza la minima concertazione con gli attori della filiera, quasi a confermare il pregiudizio per cui case editrici e librerie non costituiscano il più importante comparto industriale italiano per fatturato, ma siano un club di gente fortunata, che si occupa di cose belle senza darsi pena del conto economico. L’editoria scolastica non è esente da difetti e le ricorrenti manifestazioni di insofferenza per il cosiddetto “caro libri” lo dimostrano con chiarezza. Tuttavia, sarebbe ingiusto non ammettere che ancora oggi, in molte case, i libri scolastici sono gli unici libri presenti. Applicare ai bisogni delle famiglie la logica del Black Friday , riservando ai PDF una scontistica da “fuori tutto”, significherebbe rinunciare a intervenire su una disparità economica e sociale che, a queste condizioni, non può che aggravare il disagio ed esasperare il dissenso. È ormai accertato che nell’apprendimento il libro tradizionale comporta benefici del tutto incomparabili a quelli, drammaticamente più modesti, consentiti dal libro digitale. L’obiettivo non sta nel rifiuto dell’innovazione, ma nell’elaborazione di percorsi formativi che permettano lo sviluppo di quello che la neuroscienziata Maryanne Wolf definisce il «cervello bi-alfabetizzato», capace cioè di muoversi tra digitale e cartaceo approfittando dei vantaggi specifici del rispettivo formato. Non è un’impresa facile e di sicuro non si realizza a colpi di sottocosto. Ma questa sì che sarebbe una rivoluzione.
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