La sconfitta delle guerre
Il voto americano di metà mandato boccia l’avventurismo militare di Trump e l’attacco all’Iran. Come dimostra la storia, i conflitti di media dimensione compromettono la credibilità delle amministrazioni presidenziali e minano la fiducia dei cittadini nella politica estera

La convinzione granitica che le elezioni negli Stati Uniti si vincono sul fronte interno, ed essenzialmente su temi di natura economica, sebbene ancora più che plausibile, esce però alquanto ammaccata dalla tornata intermedia di martedì 3 novembre 2026. Trump, in questi due anni di mandato, ha scatenato due tipi di guerre: quella interna (anzi, transnazionale) contro i migranti attraverso la milizia dell’Ice; e quella esterna (internazionale) contro l’Iran. Sul primo punto, è chiaro che gli elettori ispanici hanno in gran parte realizzato l’errore di prospettiva dell’aver sostenuto Trump nel 2024, ma anche compreso che la nuova iniziativa del cosiddetto “scudo delle Americhe” mira a ristabilire la ben nota politica della sovranità limitata per molti Paesi dell’America Latina, con una nuova versione della tradizionale ingerenza di Washington negli affari interni del continente americano. Quanto all’Iran, a parte la scelta scellerata dell’attacco armato, e le conseguenze molto gravi per la stabilità nel Golfo e l’economia globale, la scelta dell’aggressione fa tutt’uno con il totale appiattimento americano sulle priorità strategiche di Netanyahu.
Ora, un fattore di primario interesse per l’intera comunità internazionale della bocciatura delle politiche trumpiane decretata dalle urne è anzitutto l’innegabile smentita dell’avventurismo bellico (esterno) e della stretta securitaria (interna) di questa Amministrazione Usa. In quest’ottica, la sconfitta di Trump è la disfatta della guerra, anzi delle guerre, la cifra che definisce questa fase delle relazioni internazionali, e non solo per le conseguenze economiche, comunque gravi sia per gli Stati Uniti che per il mondo globalizzato. Ormai si è giunti alla spudoratezza ed all’aberrazione di includere la guerra nel programma elettorale, a Washington come a Tel Aviv, quasi di trattasse di una politica tra le altre. Mentre Martin Luther King proclamava “I have a dream”, i nuovi leader vagamente distopici proclamano “I have a war”. Ora, bisognerebbe ricordare che la guerra non è affatto la continuazione della politica con altri mezzi, ma la pura e semplice negazione di ogni politica.
Gli esponenti democratici che meglio hanno espresso questa ripulsa del bellicismo e militarismo nelle due versioni, quella made in Usa e quella di esportazione, sono stati, in particolare, due. Da una parte, Abdul El-Sayed, finito sotto un fuoco di fila, anche di una parte del suo partito, per aver menzionato la necessità di evitare di inviare denaro degli onesti contribuenti americani per finanziare l’apartheid, il genocidio e il conflitto. D’altra, il seminarista presbiteriano James Talarico, quando ha detto senza ambiguità che una cosa è la difesa di Israele, altra cosa è bombardare civili, ostacolare o impedire gli aiuti umanitari, provocare carestia indotta, e usare la tattica della punizione collettiva, crimini che sono perpetrati con i fondi americani. Tra l’altro, Talarico ha veicolato una narrazione totalmente diversa, rispetto a quella aggressiva dei gruppi evangelici Maga, del rapporto tra politica e religione, difendendo il pluralismo delle opzioni politiche dei credenti, purché basate sulla necessità di dare risposte ai bisogni sociali: «Cerco di amare il mio prossimo – ha detto – attraverso le politiche pubbliche: riducendo il costo dei farmaci su prescrizione, degli asili nido e delle abitazioni».
Queste posizioni di chiarezza etica e politica hanno indotto lo stesso Trump, non sappiamo se strumentalmente o meno, a dichiarare che gli Stati Uniti intendono interrompere il flusso annuale di circa 4 miliardi di dollari a Israele per aiuti militari (ma senza fornire dettagli operativi sui tempi e sui modi). Ci aveva visto giusto Robert Kaplan, che, in un recente articolo, aveva ricordato che le democrazie solitamente sono attrezzate per sostenere le guerre sistemiche (le guerre mondiali), con la mobilitazione dell’intera società, o le guerre minori (la cattura di Maduro in Venezuela, il Panama con Noriega), combattute da militari di professione. La storia è diversa per le guerre cosiddette di media dimensione, che pur essendo devastanti – provocando enormi distruzioni e molte vittime – non possono essere messe sullo stesso piano delle due guerre mondiali del Novecento. Credo che questo assunto valga anche per le superpotenze. Pensiamo alla Cecenia degli anni di Eltsin e del primo Putin. La Russia è precipitata, in Ucraina, in un conflitto di lunga durata, per giunta con intenti di conquista territoriale. Gli Stati Uniti sono stati risucchiati in vortici militari in Afghanistan e in Iraq, così come, precedentemente, in Corea e in Vietnam. Per gli Stati Uniti – sostiene Kaplan – queste guerre “intermedie” finiscono per compromettere la credibilità delle amministrazioni presidenziali e minano la fiducia dell’opinione pubblica nella capacità del governo americano di condurre una politica estera efficace. Il responso delle urne, stavolta, lo conferma appieno.
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