Quando le donne contano i giorni in carcere

Il corpo che cambia, i figli, le dipendenze: un’indagine condotta in tre istituti pugliesi esplora le conseguenze della reclusione femminile
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November 4, 2026
Quando le donne contano i giorni in carcere
/Foto Siciliani
In Italia sono poche le strutture detentive dedicate esclusivamente alle donne. Dopo il terremoto del 2024 e la conseguente chiusura della struttura di Pozzuoli, restano, infatti, solo quelle di Roma Rebibbia (il carcere femminile più grande d’Europa), Venezia e Trani (BT). La maggior parte delle ristrette si trova, dunque, in sezioni (poco meno di 45) ricavate all’interno degli istituti dedicati in prevalenza agli uomini, in cui spesso le donne scontano la loro pena accresciuta dal carico ulteriore, derivante dall’irrilevanza quantitativa (intorno al 4,4% dell’intera popolazione ristretta).
Chi è la donna prima della detenuta, come cambia il suo corpo – e inevitabilmente anche la sua mente – dal momento in cui entra in un’istituzione totalizzante come il carcere? In che maniera questo finisce per logorare abilità e capacità femminili, minando resilienza e coping? Sono aspetti che la ricerca Il corpo della donna e il carcere , condotta da un’équipe del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto – due psicologhe psicoterapeute, due medici, una sociologa – ha provato a sondare, contando sulla partecipazione volontaria di 64 ristrette presso la Casa Circondariale (C.C.) di Taranto e Lecce e presso la Casa di Reclusione femminile di Trani (BT). Complessivamente, l’età media riscontrata è di circa 44 anni con la più giovane di 25 anni e la più adulta di 71. Il titolo di studio più frequente è quello di Scuola secondaria di I grado (un tempo Scuola Media Inferiore), con un numero di laureate inferiore a quante hanno indicato un’istruzione scolastica che si è fermata già in quinta elementare. L’85% è madre.
I reati che le 64 donne partecipanti alla ricerca hanno indicato, sebbene non va trascurata la percentuale di quante non hanno risposto alla domanda specifica sono nell’ordine: spaccio (art.73 del DPR 309/90), furto (art.624 del C.P.), truffa (art.640 C.P.) ed estorsione (629 C.P.) sono appaiate. L’85% ritiene che il proprio corpo sia cambiato dall’inizio dell’attuale detenzione e la maggior parte dei disturbi è legata a variazione di peso, umore deflesso, depressione, ciclo irregolare, problemi dell’apparato gastrointestinale e del ciclo del sonno. Il 65% si percepisce depressa. Il 25% si è deliberatamente fatta del male durante la detenzione, il 60% dichiara di non piacersi fisicamente, il 70% di avere malattie diagnosticate e di queste il 43% puntualizza che tali patologie limitano le attività quotidiane.
Alla domanda: «Cosa pensi che manchi di più al tuo corpo oggi?», la risposta maggioritaria è stata il contatto fisico con i familiari e l’attività sportiva (spesso correlata all’esigenza di spazio e luce naturale). Alla domanda: «In che modo è possibile colmare più facilmente il disagio relativo alla lontananza dai figli per una detenuta madre?», le risposte più ricorrenti sono state: telefonate giornaliere, più videochiamate e più incontri fisici, sebbene alcune rinunciano alla visita dei propri figli per non sottoporli all’umiliazione della perquisizione personale.
Se la salute delle donne detenute in carcere non è particolarmente buona, quella delle donne consumatrici/dipendenti da sostanze (legali e illegali) è certamente peggiore. Se il 30% ha ammesso, attraverso il questionario, di fare uso di sostanze, quanto emerso dai Focus group, condotti nella C.C. di Taranto, ha evidenziato una percentuale di gran lunga superiore e, nella percezione di alcune, quasi pari alla totalità delle ospiti. Pur in una condizione di sofferenza, però, molte per paura di eventuali ripercussioni, soprattutto sul proprio ruolo genitoriale, non si rivolgono ai Servizi dentro e fuori il carcere.
Da una più puntuale messa a fuoco sulle donne consumatrici di sostanze emerge che: l’89% fuma tabacco e tra queste, il 78% dichiara di fumare più di 10 sigarette/tabacco al giorno; il 100% dichiara di avere problemi ad addormentarsi; il 42% si è fatta deliberatamente del male (tagli, bruciature, ecc.), l’85% assume farmaci regolarmente prescritti – ma non sempre somministrati secondo prescrizione, il 27% riconosce di aver subito durante il periodo di questa o di altre detenzioni attenzioni o molestie non volute da altre donne; il 42% confida che sono presenti nel suo vissuto una o più esperienze traumatiche legate al sesso (l’intero campione indicava il 23% e per l’80% da riportare a familiari e conoscenti). Secondo le recenti stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, il 35% delle donne detenute nel mondo è in carcere per reati legati alle droghe, contro il 19% degli uomini, con un rovesciamento sul versante dei trattamenti. Sulla base del World Drug Report 2025 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, infatti, riceve un trattamento un uomo ogni sette con disturbi da uso di droghe, ma soltanto una donna ogni diciotto. Una doppia sproporzione: maggiore incidenza dei reati di droga nella detenzione femminile e minore accesso alle risposte sanitarie.
Gli operatori del Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA, impegnati nello studio hanno avviato il progetto “ Vis a vis. Promozione e prevenzione integrata della salute nella popolazione femminile detenuta ”, a partire dalla sezione femminile di Taranto, fiduciosi che lo stesso possa trovare continuità anche in altre realtà.L’iniziativa ha offerto alle ospiti della sezione femminile interventi di promozione della salute correlati ai corretti stili di vita, alla prevenzione dell’uso di sostanze legali e illegali, ai comportamenti a rischio, alle patologie croniche non trasmissibili, infettive, oncologiche. Al mese di luglio 2026, delle 46 detenute presenti all’avvio del progetto, il 25% ha partecipato agli incontri di promozione della salute e oltre il 50% ha aderito alle prestazioni sanitarie proposte (60% delle detenute ha effettuato vaccinazione anti-HPV e il 55% ha aderito allo screening della cervice uterina). La positività a Pap-test/HPV DNA test è risultata pari al 14%, dato due volte superiore rispetto alla media italiana (7,6%), con presa in carico per i successivi livelli diagnostico-terapeutici. Per corrispondere realisticamente al dettato dell’art.32 della nostra Carta Costituzionale sarebbe necessario riconoscere, anche a uomini e donne in condizione di privazione della libertà, quei bisogni che solo una visione orientata al genere potrebbe, però, far emergere in termini di innegabili e specifiche peculiarità.

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