La «categoria giovani» e gli interessi degli adulti
Dietro le proteste e gli slogan, il peso della burocrazia, del debito pubblico e dei privilegi che ostacolano il cambiamento

Ogni volta che sento pronunciare la categoria “giovani” a proposito di disagi emersi in occasione di proteste o manifestazioni mi insospettisco. L’esordio della indistinta categoria “giovani”, si sa, avvenne con il ‘68. Mi insospettisco sia perché, ovviamente, chi protesta è una parte minoritaria dei “giovani” e non si può essere sicuri che rappresenti il punto di vista di tutti. E mi insospettisco soprattutto perché in tal modo si offusca in partenza la necessaria lucidità di analisi sui reali problemi che avviliscono le vite di tanti ragazzi, manifestanti e non. Si prendono infatti per buoni – in quanto espressi dai “giovani” – concetti e richieste che in buona parte sono stati in realtà indotti nella loro visione da forze ben radicate di adulti nella scuola, nella politica e sui media. E questo, si badi, vale per le opposte sponde politiche, che per certi aspetti sono figlie di una storia che non divide l’Italia (e l’Europa) per generazioni orizzontali, cioè di età. Ma verticali, cioè per rami culturali e politici. Che esista una sola “generazione” di giovani è idea comoda, figlia di una concezione inevitabilmente progressiva della storia la quale necessita di avanguardie giovani che ne guidino il corso. E così si rischia di far fare ai “giovani” una parte decisa da adulti. Già Pasolini metteva in guardia i giovani in corteo e occupanti del ‘68 e ‘70 a non cadere nel tranello di farsi usare proprio da forze che volevano cambiamenti sì ma a proprio favore, non a loro. O da forze opposte a cambiamenti reali.
Come provo a mostrare nel mio piccolo in questi anni, l’impegno per una Italia che non sia un Paese per vecchi e che valorizzi le linfe giovani è una priorità, ma lo è sempre. E rende necessari non la conferme di dinamiche del passato, ma cambiamenti strutturali. Abbiamo indicato veri e radicali cambiamenti necessari nel manifesto Per una giovane italia che viaggia per diverse piazze con momenti artistici di ottimi ragazzi e ragazze. La indistinta categoria “giovani” è doppiamente pericolosa, sia per i ragazzi che per le Istituzioni che devono interpretare i problemi. Parrebbe infatti che il problema dell’Italia, ciò per cui essa non sostiene i giovani, secondo i manifestanti, sia una precisa parte politica o una carenza di presenza dello Stato. Mentre è esattamente il contrario. Ci sono dinamiche ogni parte politica non mette in discussione. C’è troppo Stato e male organizzato, troppa burocrazia, troppo costo pubblico sostenuto male. E i ragazzi ne sono vittime. Il debito pubblico schiaccia i giovani, e questo non dipende dal riarmo Europeo, ma da anni di costi troppo alti sostenuti per pagare una pubblica amministrazione spesso confusa e lenta nel volersi occupare di “tutto”, dalle aule scolastiche agli stipendi di milioni di persone, ai processi burocratici infiniti spesso giustificati solo dalla esistenza degli uffici che li richiedono.
Incidere nello Stato e nei privilegi di troppi adulti, questo sì sarebbe rivoluzionario. Ma ai “giovani”, come li chiamano coloro che li spalleggiano più per nostalgia che per analisi del presente, queste cose non vengono dette e discusse. Quattro slogan facili e via pur di mantenere dinamiche che non tocchino privilegi e stanchezze del sistema, che non tocchino veramente Università, Scuola, Ordini professionali, costo del lavoro. E così come i “giovani” non sono una categoria, così nemmeno “adulti” è una categoria. Tra gli adulti si possono distinguere quali sono quelli generativi. Cioè che sospingono, rischiando, vita giovane, e quelli che pensano a se stessi.
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