Il bilancio, le guerre, i dazi: tutti i motivi per cui l'America ha voltato le spalle a Trump
Il bagaglio che il presidente si portava appresso era di una pesantezza impossibile da far digerire a un elettorato scontento e smarrito: dal bilancio federale all’inopportuna guerra senza sbocchi con l’Iran

«Sono un po’ sorpreso, pensavo che sarebbe andata meglio. Penso che i democratici abbiano fatto un buon lavoro. Spero di riuscire a collaborare con loro sull'immigrazione». "The Donald" in versione conciliante accoglie con garbo inusuale la sconfitta. Ma c’è davvero da fidarsi? Più che di un’anatra zoppa, sarebbe opportuno parlare di un presidente dimezzato. Difficile pensare a Donald Trump come a qualcosa di diverso di un Commander in Chief che ha teatralmente perduto gradi, medaglie e onorificenze, costretto da gennaio del prossimo anno a sottostare alla tagliola di un Congresso che lo ha sonoramente ridimensionato. Lo tsunami blu è andato al di là delle più rosee previsioni dei democratici e per Trump si profila il rischio di assistere fra pochi mesi allo scontro permanente tra il suo esecutivo e Capitol Hill, ovvero fra la poderosa macchina di potere della Casa Bianca e il voto di sbarramento dei congressmen che lo costringerebbero a governare solo grazie agli executive orders. Niente di nuovo sotto il sole: è già accaduto a Joe Biden, a Barack Obama, a Bill Clinton (l’unico peraltro che con il Congresso avverso ha fatto cose mirabolanti), accade di norma al secondo mandato di un presidente, e a suo modo è la salutare profilassi per una democrazia liberale.
Ma per The Donald, che già ha pencolato fra una misurata accettazione del voto e la minaccia già sventolata nelle scorse ore di trasformarsi in Mr Veto, colui che mette sistematicamente i bastoni fra le ruote al Congresso, l’onda blu è qualcosa di peggio di una battuta d’arresto sulla strada della seconda metà del mandato. Occorrerà tempo ed energia per analizzare nel dettaglio la consistenza e le singole ragioni del voto popolare che ha stracciato l’universo Maga, ma appare chiaro fin d’ora che il bagaglio che Trump si portava appresso era di una pesantezza e una vastità impossibile da celare e soprattutto da far digerire a un elettorato scontento, deluso e in buona parte smarrito: dal bilancio federale all’inopportuna guerra senza sbocchi con l’Iran, dalle liti permanenti con la Fed all’ondivaga politica dei dazi, dalle mire neocoloniali sul Canada, il Venezuela, la Groenlandia, Cuba, il Messico all’indecifrabile appeasement con la Russia di Putin, Donald Trump si è mosso come un elefante nella cristalleria, spazzando via secoli di sottigliezze diplomatiche (non occorre ripensare a Henry Kissinger, basta la felpata moral suasion che la Casa Bianca sapeva adottare quando occorreva) all’insegna di un gigantismo muscolare ad uso e consumo del suo elettorato.
Un elettorato che tuttavia aveva ben chiare due cose: che della politica estera gli importava assai poco, quanto invece gli è caro il proprio portafoglio. E l’impennata del gallone di benzina che le forche caudine dello stretto di Hormuz hanno strangolato anche per l’americano medio, i sussulti dell’inflazione, i costi lievitati dei mutui, l’incertezza diffusa sul futuro di quella vasta palude che sta sopra la soglia di povertà ma abbondantemente sotto quella della ricchezza stratosferica che The Donald ha sciaguratamente premiato, hanno dato l’esito che si poteva immaginare. Acciaccato e frastornato, Donald Trump non può che specchiarsi nel proprio fallimento, avendo messo sul tavolo il suo volto e il suo nome, trasformando le elezioni di medio termine in un referendum sulla sua persona. Un referendum perduto in Florida, in Ohio, in Georgia, in Texas, in Kansas, in cento diverse contrade. «Se il mio nome fosse stato sulla scheda avrei vinto io», mormora. Ma intimamente sa che non è vero. L’America gli ha in larga misura voltato le spalle. A cominciare dai suoi. La cui guerra civile in vista delle presidenziali del 2028 è ufficialmente cominciata.
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