E ora cosa farà Trump? Il rimpasto di governo, le guerre, l'impeachment: gli scenari per i prossimi due anni

di Fabio Carminati
Dopo la debacle elettorale che ha portato i dem a controllare Camera e Senato, il presidente è un'anatra zoppa. E userà il suo potere di veto per fermare ogni attacco degli avversari politici
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November 4, 2026
E ora cosa farà Trump? Il rimpasto di governo, le guerre, l'impeachment: gli scenari per i prossimi due anni
Tim Evans / AFP)
"Veto". Quattro lettere bianche sul fronte dell’immarcescibile cappellino rosso. Non più “Maga”, non più “Trump”, non più. Così, con l’ironia involontaria che non lo ha abbandonato neanche nella notte della batosta, Donald John Trump ha riassunto sul suo social Truth la sconfitta e il programma degli ultimi due anni di mandato che lo aspettano. Distruggere, impedire, bloccare, smontare qualsiasi attacco dei democratici che hanno conquistato Camera e Senato in un colpo solo. In un giorno che si è trasformato non in un voto, ma nel “referendum del midterm” contro di lui.
La lame duck, l’anatra zoppa Donald ora avrà contro tutto il Congresso e ha accusato il colpo: nella prima telefonata in piena notte alla fedele Fox tv è apparso come un pugile suonato saltando di palo in frasca dal «Paese cresciuto», alle «bugie sul suo consenso» fino alle frontiere sigillate «non come l’Italia destinata a morire». Non che la chiarezza e la coerenza siano mai state caratteristiche dei suoi discorsi, ma dicendo che i «democratici adesso vogliono lavorare con lui» ha dimostrato tutta la profondità della sua caduta. Anche se in passato Donald ci ha abituati a impensabili risvegli, i dem sono l’altra riva di un fiume che separa ora il presidente dal potere politico e probabilmente dal popolo che non ha votato per i rivali, ma contro di lui. I democratici hanno una maggioranza di oltre settanta deputati alla Camera, hanno più di una decina al Senato e un raddoppio di governatori conquistati sul Gop. Questo è il primo dato che balza agli occhi ancor prima che i numeri si siano consolidati.
La foto di un cappellino rosso in stile Maga con la scritta "veto" è stata pubblicata da Donald Trump sul suo profilo Truth, 4 novembre 2026. I democratici hanno preso il controllo della Camera e del Senato, due giorni fa Trump aveva avvertito che in caso di sconfitta sarebbe diventato "Mr. Veto". TRUTH / DONALD J. TRUMP
La foto di un cappellino rosso in stile Maga con la scritta "veto" è stata pubblicata da Donald Trump sul suo profilo Truth, 4 novembre 2026. I democratici hanno preso il                  controllo della Camera e del Senato, due giorni fa                  Trump aveva avvertito che in caso di sconfitta sarebbe                  diventato "Mr. Veto".                  TRUTH / DONALD J. TRUMP
L’altro riguarda invece vincitori e vinti e le molte domande che li legano: quali democratici hanno vinto e quali repubblicani hanno perso? I progressisti di James Talarico in Texas o quelli che hanno scelto Abdul El-Sayed in Michigan? I conservatori dei Maga o i sempre più numerosi transfughi che hanno abbandonato e stanno abbandonando la barca ormai allagata? Perché, lo si è detto, la strategia dei democratici (che il presiente nella notte ha elogiato) è stata quella degli opposti: nel Texas conservatore e repubblicano hanno candidato alla Camera un democratico moderato come Jamer Talarico (che già studia da front runner per la corsa alla Casa Bianca nel 2028) e a Detroit un “radicale” di sinistra, Abdul El-Sayed, che non è stato scalfito neanche dal voltafaccia della seconda classificata alle primarie, ma è stato spinto dalla tremenda inerzia dell’onda blu. Perché, questo è chiaro, entrambi gli estremi politici della sinistra americana sarebbero stati eletti lo stesso, in quanto il bersaglio del voto erano le politiche del tycoon, il prezzo della benzina, le sanzioni e le tariffe che si sono ritorte sull’America, l’Intelligenza artificiale che divora e arricchisce solo i ricchi e, soprattutto, le guerre.
Tradizionalmente il midterm, come è stato anche per Ronald Regan o Barack Obama, è sempre stato uno strumento per manifestare la propria delusione per le promesse non mantenute. In questo caso però l’onda è diventata tsunami perché The Donald è riuscito a racchiudere in due anni l’esatto contrario di quanto aveva promesso per arrivare al 1600 di Pennsylvania Avenue. Guardando oltre, perché il midterm altro non è che l’inizio della campagna per la Casa Bianca, entrambi i partiti appaiono però come automobili che hanno bisogno di un motore nuovo e un restiling della carrozzeria. E per capire chi li guiderà non resterà altro da fare che leggere ciò che avverrà in quell’edificio bianco a Capitol Hill nelle prossime settimane. Il centro della democrazia americana che il 6 gennaio del 2021 venne stato attaccato da un popolo con corna in testa e pellicce. Lo stesso edificio che ora è stato “restaurato dalla democrazia”, come ha scritto qualcuno sui siti Usa ricordando la quantità inusuale di americani che si sono iscritti al voto. E il veto (giocando con le parole) sarà invece soltanto uno degli strumenti con i quali Trump potrà tentare (per la verità con grande fatica) di vincere il torneo di braccio di ferro che lo aspetta. Avrà però solo sessanta giorni per affilare le sue armi, perché insegnano gli analisti in questo tipo di situazioni estreme il presidente e il suo partito dovranno agire in aula prima dell’insediamento del nuovo Congresso il prossimo 6 gennaio. Leggi e ordini esecutivi per salvare il salvabile e poi due anni per tentare di bloccare tutto con la forza del presidenzialismo. Con queste armi in campo e con Camera e Senato dipinti di blu, il potere politico dem avrà i mezzi per congelare le nomine dei giudici e dei ministri che Trum potrebbe scegliere per il rimpasto che tanti preconizzano: una mossa per sottrarre a inchieste ministri additati come gli errori commessi nella guerra all’Iran, in economia o nell’immigrazione.
C’è anche la questione della messa in stato d’accusa (impeachment) del capo della Casa Bianca. Mossa estrema che i leader del partito dell’asinello dicono di non volere attuare, almeno stando alle dichiarazioni di Kamala Harris che era arrivata al testa a testa dopo il tentativo dei suoi colleghi deputati di indagare il presidente che ne ha però giovato anziché venirne danneggiato.
Infine la politica estera, con scenari ancora aperti che hanno a loro volta generato la crisi che anche l’America (dopo averla indotta) sta subendo. A urne aperte Trump ha annunciato che da fine anno non fornirà più aiuti militari a Israele e che l’ipotesi di un attacco finale all’Iran è solo un’opzione. Vere o boutade che siano entrambe le ipotesi, Hormuz è stata per il leader dei Maga più devastante delle sette guerre che ha detto di aver fermato. Anche in questo quadrante, però, si sta riproponendo la situazione del febbraio scorso quando gli F-35 americani hanno colpito insieme a quelli di Israele l’antica Persia. Netanyahu anche la settimana scorsa ha ipotizzato l’attacco comune, dopo essere uscito a sua volta da una tornata elettorale devastante. Oggi il premier israeliano inizierà anche le trattative per cercare di formare un governo senza avere i numeri per farlo. Ed è quindi con le spalle al muro. Elementi politici questi che non depongono per una soluzione militare rapida e ravvicinata, nonostante il doppio “strike” subito dai due grandi alleati.
Inevitabilmente l’altro scenario è quello ucraino, in cui Volodimir Zelensky (sussurrano i maligni) avrebbe voluto votare per i dem. Vladimir Putin a questo punto si trova infatti a sua volta con le carte in mano, con le sanzioni americane alla Russia che potrebbero essere ripristinate entro due mesi e una guerra che rischia di prolungarsi. Con la Cina di Xi Jinping seduta sulla riva del fiume ad aspettare.

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