Leone XIV e la tregua per salvare i sopravvissuti di Oleshky. Pace disarmata e disarmante, profezia che si fa storia
All'inizio del suo pontificato, papa Prevost aveva detto: «Perché la pace si diffonda, io impiegherò ogni sforzo. E la Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino». Dalle telefonate a Putin e Zelensky all'azione diplomatica umanitaria del Vaticano alle missioni di Zuppi, così quelle parole si sono fatte concreta testimonianza

C’è un filo sottile ma tenace che lega la martoriata città ucraina di Oleshky con l’Aula Paolo VI e con la Loggia centrale della Basilica di San Pietro: è l’opera di promozione della pace – di una pace giusta e duratura – portata avanti da Leone XIV fin dall’inizio del pontificato. Sono le parole, i gesti, l’iniziativa di papa Prevost che, sui passi dei predecessori, da instancabile costruttore di ponti – questo significa “pontefice” – non solo ha rilanciato l’azione diplomatica umanitaria del Vaticano ma si è esposto in prima persona, intercedendo fra popoli in guerra e leader nemici per tenere aperta la via del dialogo. E rendere possibili gesti concreti di pace e di solidarietà.
Così, nella notte oscura di un mondo che sembra consegnarsi alla cultura della potenza e che ha riabilitato la guerra quale strumento di politica internazionale – come ha denunciato Leone XIV nella Magnifica humanitas – Oleshky è una piccola luce ostinata che invoca, però, di essere tenuta accesa, custodita, rinnovata. Come ha chiesto lo stesso Pontefice all’Angelus la scorsa domenica 1° novembre: «In questi giorni si è svolta l’azione umanitaria a favore della popolazione civile nella città di Oleshky. Auspico che la collaborazione tra le parti, che ha reso possibile questo doveroso gesto di umanità, faccia crescere la volontà di dialogo e porti a nuove iniziative concrete di pace».
Era stato proprio Leone XIV a portare all’attenzione del mondo la tragedia vissuta dalla popolazione di Oleshky, piccola città della regione di Kherson, occupata dai russi, strangolata dalla guerra e dalla fame, senza vie di fuga per i superstiti. Con appelli, preghiere, telefonate a Putin e Zelensky, il Pontefice aveva chiesto una tregua umanitaria per portare aiuti e permettere l’evacuazione dei civili. Putin, conversando col Papa, aveva accolto la sua richiesta riguardo alla tregua e al corridoio umanitario e lo aveva ringraziato per l’iniziativa, con un’apertura inattesa e sorprendente. Si era arrivati così a un accordo – raggiunto, per la prima volta dallo scoppio del conflitto, con il coinvolgimento diretto dei massimi leader dei due Paesi in guerra, oltre che con la mediazione statunitense – per un cessate il fuoco, il più lungo dall’inizio dell’invasione russa, che è rimasto in vigore fino al 2 novembre.
Ripercorriamolo, dunque, quel filo sottile e tenace che ha permesso di trarre in salvo dalla trappola mortale dell’assedio gli abitanti di Oleshky. Giovedì 8 maggio 2025: Leone XIV, appena eletto, si affaccia alla Loggia centrale della Basilica Vaticana e saluta i fedeli del mondo proclamando «la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante», e invocando l’aiuto di tutti per «costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro». Pochi giorni dopo, il 14 maggio, Prevost riceve in Aula Paolo VI i patriarchi delle Chiese Orientali. «La pace di Cristo – spiega – non è il silenzio tombale dopo il conflitto, non è il risultato della sopraffazione, ma è un dono che guarda alle persone e ne riattiva la vita. Preghiamo per questa pace, che è riconciliazione, perdono, coraggio di voltare pagina e ricominciare». Quindi: «Perché questa pace si diffonda – scandisce – io impiegherò ogni sforzo. La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli sia restituita una speranza e sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace». Poi, rivolgendosi ai responsabili dei popoli: «Incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano; perché passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare».
Parole illuminanti e ineludibili per leader politici che siano sinceramente interessati alle sorti della pace e dei popoli. Parole, che intanto, si sono fatte concreta testimonianza nell’iniziativa dello stesso Pontefice (si pensi alle telefonate con Putin, agli incontri e ai colloqui con Zelensky) come nell’azione diplomatica umanitaria del Vaticano, nelle missioni in Russia e in Ucraina del cardinale Matteo Zuppi, inviato speciale del Papa per le questioni umanitarie (chiamato a promuovere ponti fra le parti su temi delicati come lo scambio dei prigionieri, la ricerca delle persone scomparse, i minori da riportare alle famiglie, e con la vicenda di Oleshky che è entrata fra i temi centrali della sua ultima missione), nella visita a Mosca dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, e nella recente missione in Ucraina dell’elemosiniere pontificio, l’arcivescovo Luis Marín de San Martín, che ha portato aiuti e la vicinanza del Papa alle popolazioni stremate fino quasi alla linea del fronte, a Zaporizhzhia.
Parte dunque da lontano – e guarda lontano, e coinvolge molti, a partire dal popolo cristiano vicino alle vittime della guerra con la carità, l’azione umanitaria, la preghiera – questo filo sottile e tenace che lega Oleshky a Roma. Un filo che precede Leone XIV e si annoda alle parole e ai gesti di pace di papa Francesco e ad aperture profetiche di altri suoi predecessori, come lo “spirito di Assisi” di Giovanni Paolo II e la “civiltà dell’amore” di Paolo VI, che Prevost addita nella sua prima enciclica quale via alternativa alla cultura della potenza. Certo: è un filo teso sul quale si cammina fra mille insidie, trappole, rinnovate atrocità. Mentre il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, ricorda al mondo che «nei territori occupati ci sono molte altre città come Oleshky», bisognose di azione umanitaria, ecco arrivare la notizia delle bombe russe che nella regione di Zaporizhzhia hanno colpito una scuola utilizzata per distribuire aiuti, provocando decine di morti. Sullo sfondo, e alla radice: resta l’ostacolo implacabile di una politica, di un’industria e di una finanza che si ingrassano con la guerra, mentre il conflitto fra Russia e Ucraina è diventato tragico laboratorio per testare strumenti e tecnologie per uso bellico.
Ma il filo che lega Roma all’Oleshky ucraina e a tutte le Oleshky del mondo dice c’è un’alternativa alle armi, all’odio, alla morte, che il dialogo fra nemici non è impossibile, che realizzare «iniziative concrete di pace» non è un’illusione. E che la pace disarmata e disarmante non è uno slogan ma – operando con umiltà, perseveranza e lungimiranza nelle incandescenze del tempo presente – può essere, ed è, profezia che si fa storia.
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