Sul monte Bokor si riparano pietre contro le truffe che hanno un volto
In Cambogia l'intelligenza artificiale presta il viso alla frode dei "compound", dove migliaia di persone vittime di tratta sono costrette a mentire. Sulla montagna un missionario risponde restaurando una chiesa sopravvissuta ai Khmer rossi

Sulla cima del monte Bokor, a mille metri d’altezza nel sud della Cambogia, c’è una chiesa che i Khmer rossi usarono come caserma e deposito di munizioni. I missionari francesi la cominciarono nel 1919 e la benedissero nel 1928; poi vennero l’abbandono, la guerra, decenni di nebbia sui muri crivellati. Nel 2017 il governo l’ha restituita alla Chiesa cattolica e oggi un piccolo comitato, di cui fa parte padre Will Conquer, missionario delle Missioni Estere di Parigi a Sihanoukville e mio ex studente in Gregoriana, lavora per riaprirla nel 2028, a cento anni dalla benedizione. Sullo stesso altopiano sorge un albergo di lusso con casinò, dove nel 2023 un’inchiesta giornalistica cambogiana ha descritto un compound di truffe online alimentato dalla tratta di persone; la proprietà ha respinto l’accusa.
Più che covi di hacker, gli scam compound sono fabbriche, e lavorano una materia prima precisa: la fiducia degli altri. Chi vi sta dentro è stato attirato con offerte di lavoro false, privato dei documenti e costretto a truffare sotto minaccia; chi si rifiuta viene picchiato o torturato. Amnesty International ne ha identificati ottantasei nella sola Cambogia; secondo stime delle Nazioni Unite, nel Paese sarebbero state trafficate tra le centomila e le centocinquantamila persone. Ad agosto il governo ha dichiarato chiusi tutti i compound, ma le stesse autorità ammettono che molti operatori si sono trasferiti in appartamenti e pensioni: l’industria si è fatta più piccola e meno visibile. Papa Leone XIV, nel messaggio per la giornata contro la tratta, l’ha chiamata schiavitù informatica.
A questa schiavitù l’intelligenza artificiale ha dato un volto. Un rapporto dell’Ufficio dell’Onu contro la droga e il crimine stima tra 88 e 114 miliardi di dollari le perdite causate nel 2025 dalle truffe dei gruppi criminali del Sud-Est asiatico. La traduzione automatica permette di colpire vittime in molte lingue nello stesso momento. E quando la vittima, dopo settimane di chat, chiede di vedere in video chi le scrive, il compound manda davanti alla telecamera un operatore il cui viso il software trasforma in quello atteso. In quella videochiamata le persone ingannate sono due: chi guarda e crede di incontrare qualcuno, e chi è guardato, spesso una persona trafficata e senza passaporto, cui la macchina cancella il volto mentre parla.
Gabriel Marcel osservava che la presenza ha poco a che fare con la vicinanza: si può sedere accanto a qualcuno senza essergli presenti. La presenza nasce da una disponibilità, dal rendersi accessibili all’altro, e per questo si lascia offrire e mai fabbricare. Il compound tenta proprio di produrla in serie, e ottiene il suo contrario: una funzione che imita l’intimità per estrarne denaro. Levinas ricordava che il volto dell’altro porta con sé un comando, “non uccidermi”. Il volto sintetico ne è privo. Chiede soltanto un bonifico.
All’inizio dell’anno, quando molti compound si svuotarono e migliaia di persone si ritrovarono per strada, un indonesiano musulmano fuggito da uno di questi luoghi raccontò all’agenzia Ucanews di aver pensato a un solo posto sicuro a Sihanoukville: la chiesa. Lì gli diedero da mangiare, un letto, un passaggio verso la capitale. Cercava un luogo dove qualcuno ci fosse davvero, con la propria faccia, senza volere nulla in cambio. Nello stesso servizio padre Will descriveva una tempesta di inganno fatta di annunci di lavoro falsi, finte stazioni di polizia allestite dentro i compound, vittime costrette a truffare i propri connazionali; e raccontava di parrocchiani che portavano cibo dalle proprie cucine e di un rifugio della Caritas, a sud di Phnom Penh, ormai sopraffatto.
La montagna, del resto, conosce la violenza da tempo. La stazione climatica dei francesi fu costruita, secondo le cronache, al prezzo di centinaia di morti tra gli operai, e la chiesa stessa nacque dentro quel progetto coloniale. Riparare oggi quei muri significa contestare un destino che sembra ripetersi, dal lavoro forzato di allora a quello digitale di oggi, e affermare che quel luogo può diventare altro.
Per questo il cantiere del Bokor ci riguarda anche da qui. Una chiesa restaurata non smantellerà un’economia criminale da decine di miliardi di dollari, che ha imparato a usare i modelli generativi meglio di molti governi: servono indagini, cooperazione internazionale, sanzioni a chi la finanzia, protezione per le vittime. Offre però un’unità di misura. Più la simulazione si perfeziona, più contano i luoghi dove ci si guarda in faccia senza filtri e dove il vero e il falso si distinguono ancora con i sensi. Oltre otto secoli fa, a San Damiano, Francesco sentì chiedersi di riparare una casa in rovina e cominciò dalle pietre; solo dopo capì quale casa fosse. Sul Bokor si fa oggi la stessa cosa. E la domanda arriva fino a noi: quali luoghi stiamo custodendo perché chi un giorno sarà circondato dalla menzogna sappia ancora dove andare?
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