La fatica di vedere quanta sofferenza c’è in Ucraina
Si chiama “strategia della sofferenza”, l’hanno ideata i russi per fare capitolare un Paese che ancora, sui campi di battaglia, regge. Eppure da noi non se ne sente molto parlare. Indifferenza, o una sorta di difesa?

La chiamano “strategia della sofferenza”. L’hanno ideata i russi per fare capitolare un’Ucraina che ancora, sui campi di battaglia, regge: quel cocciuto nemico che si ostina a non piegarsi alla evidente preponderanza dell’avversario. Allora, si cambia obiettivo. La guerra si fa – apertamente e non come “danno collaterale” – ai civili, nelle loro case. Si colpisce una centrale elettrica, e in duecentomila si ritrovano al buio. Senza riscaldamento, senza ascensore, magari in palazzi di dieci piani. Come fare la spesa, come portare le borse piene su per quegli interminabili gradini? In fretta poi, prima che scenda, veloce, il buio dell’autunno ucraino. Bombe su una centrale, e duecentomila prigionieri nelle case: almeno i vecchi, i malati, le madri sole con i bambini. Occorre danneggiare, poi, prevede il protocollo della sofferenza, anche le reti idriche. Neanche più l’acqua per lavarsi, per cucinare. Peggio: se si bloccasse la rete fognaria, lo stagnare dei reflui nelle tubature creerebbe una emergenza sanitaria. In fondo, la strategia della sofferenza nella sua essenza è molto antica: è la logica degli assedi medioevali, le città prigioniere nelle loro mura, private di ogni rifornimento, stremate da fame e epidemie. Che c’è di nuovo dunque?
C’è la scientificità del progetto. Una faccenda studiata a tavolino da generali e ingegneri che sanno dove colpire per fare più male; con l’ausilio dell’IA, per ragionare velocemente, per non dimenticare niente. Intelligenza all’ennesima potenza, usata per annichilire. Su tutto questo poi, l’altra notte a Kiev, una goccia in più di veleno. Ignoti hackers si sono introdotti nel sistema di alarm che avverte la popolazione dell’arrivo di missili e bombardieri. Nella notte, gli schermi dei cellulari improvvisamente lampeggianti segnalavano scontri nelle strade, e addirittura rilevamento di radiazioni. Tutto falso. Ma vallo a capire, nel panico, nei palazzi in cui qualcuno scende le scale di corsa verso i rifugi e altri, impotenti, restano immobili ad aspettare. Quella dei fake alert è una crudeltà sottile. Non uccide ma corrode i nervi, moltiplica l’ansia, toglie il sonno. Nella strategia della sofferenza, una raffinata guarnizione. Ci sarà poi forse chi, al terzo allarme fasullo, deciderà di non prestare fede più a niente. Finché magari una notte l’alert sarà autentico, ma la gente, sfinita, non si muoverà di casa. E non siamo nemmeno all’inizio dell’inverno, che in Ucraina è neve alta nelle strade, e ghiaccio. Arriverà il Generale Inverno, a sostenere la strategia della sofferenza. Pensi ai bambini stretti nei cappotti, alle madri che si chiedono con ansia cosa dare loro mangiare, ai malati in carrozzella senza più medicine. Troppo, troppo dolore. Eppure, strano, da noi in giro, nei bar, nelle case, non se ne sente molto parlare. Indifferenza, o una sorta di difesa? Immaginare tanto strazio ci è insopportabile. Non possiamo, se vogliamo vivere. Il che è umano. E tuttavia c’è quell’atto possibile, anche solo due minuti al mattino: vedere, sapere, immedesimarsi, pregare. Com-muoversi almeno. Chiedendo a Dio pietà, per quegli sconosciuti destini cui nemmeno riusciamo a pensare.
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