Darwin, il dogma della competizione sfidato dalla simbiosi cellulare
di Jacopo Fo
La ricerca mostra che le strutture fondamentali degli esseri viventi derivano dall’unione di microrganismi diversi, non da entità isolate. Nel 1967 Lynn Margulis riconobbe nei due DNA delle cellule eucariote la traccia di un’antica simbiosi, rivalutando il ruolo della cooperazione nell’evoluzione

Siamo davvero egoisti e crudeli per natura? Jacopo Fo propone un viaggio in sette tappe tra neuroscienze, biologia evolutiva e psicologia che mette in discussione questa convinzione. Dai neuroni specchio alla simbiosi, dalla violenza alla solidarietà, la serie esplora il ruolo della cooperazione e dell’empatia nella storia della vita e dell’umanità. E propone una tesi controcorrente: la bontà non è soltanto una virtù morale, ma una componente profonda della nostra natura.
La vita ha potuto manifestarsi solo grazie a una dose straordinaria di empatia? Un sospetto che sovverte il principio scientifico che considera la competizione la principale molla dell’evoluzione. Già immagino qualcuno che pensa: «Non vorrai mica mettere in dubbio Darwin?». Certamente non voglio negare che discendiamo dalle scimmie e che le scimmie discendono da animaletti grandi come topolini… E che le balene prima erano mammiferi terrestri grandi come una volpe… Ma credo che Darwin sulla questione della competizione abbia sbagliato! E lo sostengono anche grandi scienziati da decenni. Non lo sapevi? E allora forse non sapevi neanche che a scuola ci hanno mentito sulla cellula. È sconcertante accorgersi che una serie di evidenze accettate ormai da tutto il mondo scientifico non siano state urlate ai quattro venti da tutte le trasmissioni televisive che si sono occupate di divulgazione scientifica e siano tuttora assenti dai libri di testo delle scuole superiori. Forse stai pensando che esagero. Ma non è così.
Uno dei pilastri della cultura dominante è il dogma della competitività. Il singolo umano deve dare prova di sé. Deve sapersi sacrificare, reprimere i propri impulsi animali, imporsi disciplina e sofferenza per vincere la competizione della vita e deve pure reprimere la propria natura aggressiva e violenta e comportarsi da persona ben educata. Siamo isole, siamo solitudini, viviamo nello scontro continuo con altre individualità. Siamo esseri unici e siamo formati da cellule che sono unicità. Sui miei libri di scienze del liceo c’era scritto: «La cellula è il più piccolo organismo unitario», e ho ritrovato lo stesso concetto espresso nei libri di mia nipote. La signora Margulis, giovane docente di biologia, fu sbeffeggiata quando rovesciò queste idee. La sua scoperta fu semplicissima e scioccò tutto il mondo accademico. Aveva dimostrato che un preconcetto, il dogma della competitività, aveva accecato migliaia di biologi incapaci di vedere quel che era sotto i loro occhi. Era il 1967 quando la Margulis si rese conto che dentro le cellule evolute (eucariote) c’erano due diversi DNA. Immagino che qualche professorone le abbia detto: «Hai scoperto l’acqua calda!». La cosa incredibile è che non era un mistero che dentro ogni cellula evoluta ci fossero due DNA. L’esistenza del DNA dei mitocondri era stata dimostrata nel 1963. Ma non ci si rendeva conto che la presenza di due DNA voleva dire che ogni cellula era il frutto della fusione di due esseri indipendenti. Ogni cellula era nata da una relazione simbiotica tra due proto batteri che chissà come si erano fusi. C’è voluto qualche anno ma alla fine la scienza ha accettato quel che osò sostenere la Margulis.
Oggi qualunque manuale universitario ci dice che nella cellula eucariote c’è il DNA del nucleo, mutuato da un archeo primitivo e il DNA dei mitocondri (protobatteri, alfaproteobatterio). Ma come è successo che due microorganismi sono entrati in simbiosi? Per ora nessuno ha saputo spiegare come sia stato possibile. Ma che sia accaduto è certo. La presenza di due DNA in ogni cellula è incontestabile. Cambia la tua visione del mondo se pensi che tutte le creature viventi sono il risultato di una simbiosi? Per essere precisi dobbiamo dire che le cellule vegetali hanno esagerato. Non gli bastava un amore “extra-specie”: hanno voluto fare una cosa a tre. Tutti i vegetali sono il risultato della fusione di tre microorganismi primitivi. Oltre a mitocondri e archea, nelle cellule delle piante ci sono pure i cloroplasti che permettono la funzione clorofilliana. A partire dalle sue scoperte la Margulis ha riformulato la visione dell’evoluzione sostenendo che il motore della vita è la cooperazione e che la competizione ha un ruolo importante ma secondario. La Margulis scrisse: «Vedrai la simbiosi ovunque». Ed è quello che è successo negli ultimi 60 anni. Oggi sappiamo che la simbiosi e la cooperazione permeano ogni aspetto della vita. Disgraziatamente solo una piccola percentuale di esseri umani ne è a conoscenza. La simbiosi è lo strumento che ha permesso il rapido sviluppo della vita in molteplici forme. La simbiosi è presente in molti aspetti essenziali della vita. Sono simbiotici i formicai e gli alveari, e licheni, muschi, batteri e piante sono capaci di creare associazioni cooperative o che si estendono raggiungendo misure e complessità inimmaginabili. Una realtà stupefacente. E si è scoperto che decine di migliaia di miliardi di batteri amici sono presenti in tutto il nostro organismo e svolgono parecchie funzioni indispensabili per la nostra sopravvivenza, dalla digestione dei cibi alla lotta contro batteri e virus patogeni. E continuamente la ricerca scopre nuove funzionalità di questa simbiosi tra umani e batteri.
Ma un’altra scoperta è un indizio strabiliante dell’importanza della simbiosi. Alcuni ricercatori hanno notato che le cardiomiopatie che colpivano madri nella fase finale della gravidanza avevano tempi e modalità di recupero particolarmente alti nei primi mesi dopo il parto. Questa osservazione portò a uno studio sui topi. Kara e colleghi (Circulation Research, 2012) fecero così una scoperta incredibile: le cellule fetali migravano selettivamente verso il cuore materno danneggiato e si trasformavano diventando cellule endoteliali, muscolari lisce e cardiomiociti. Cioè attecchivano proprio nelle zone di lesione sostituendo le parti danneggiate. Isolate in laboratorio, formano cardiomiociti che battono spontaneamente. Da qui il sospetto che siano queste cellule del feto che si trasformano in cellule del cuore, a curare lo scompenso cardiaco. L’idea, ancora da verificare sperimentalmente, è che la capacità delle madri umane di recuperare la salute dopo una cardiomiopatia dipenda proprio dalle cellule del feto che corrono a riparare i danni trasformandosi in cellule del cuore di diversi tipi a seconda della necessità. Le cellule del feto diventano parte vivente del cuore materno sostituendo col proprio corpo i tessuti danneggiati. Quando ho letto di questa ricerca non ci potevo credere!
Ho poi trovato un’altra informazione sconcertante: durante la gravidanza lo scambio di cellule tra feto e madre è reciproco. Noi abbiamo assorbito cellule materne durante la gravidanza. Non è una scoperta banale. Il feto si sviluppa a partire da un ovulo materno ma acquisisce subito una sua identità. Le cellule del feto contengono DNA materno e paterno e hanno uno sviluppo indipendente. Sono un essere diverso. Il corpo della madre nutre il feto ma il feto si sviluppa generando le proprie cellule. Quindi è interessante che alcune cellule materne migrino nel corpo del feto. Ancora non sappiamo nulla di preciso sulla loro funzione ma si sospetta che similmente a quel che succede con le cellule del feto che curano il cuore della madre, lo scopo di questa migrazione di cellule nel feto abbia come obiettivo proteggere la salute del nascituro. Ma non è finita. Si è dimostrato che durante la nostra crescita nel ventre materno assorbiamo anche cellule di eventuali fratelli generati prima di noi che sono restati nel corpo materno. Ma possiamo assorbire anche cellule di nostra nonna e dei fratelli di nostra madre. In un’analisi di queste scoperte redatta da Graham J. Burton sui Proceedings of the Royal Society si legge: «Questo traffico di cellule sfida il concetto stesso di individualità e la premessa immunologica del sé e del non-sé».
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