La forza di Kimi Antonelli è nella "mêtis" di cui parlava Omero

L'astuzia di chi sa cogliere l'attimo e trovare un varco dove gli altri vedono un ostacolo: il talento del pilota italiano della Mercedes racconta una lezione antica
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October 31, 2026
La forza di Kimi Antonelli è nella "mêtis" di cui parlava Omero
Il pilota della Mercedes, Andrea Kimi Antonelli dopo la vittoria al Gran Premio di Austin, in Texas, USA, il 25 ottobre 2026/ ANSA
Venerdì scorso, ad Austin, i numeri non lasciavano spazio a illusioni. La telemetria raccontava di una Mercedes lenta, sbilanciata, tradita da aggiornamenti aerodinamici che sembravano un passo indietro; i piloti si lamentavano e al box ci si preparava a un fine settimana da dimenticare. Domenica pomeriggio, invece, Andrea Kimi Antonelli, vent'anni, bolognese, era sul gradino più alto del podio del Gran Premio degli Stati Uniti: nona vittoria stagionale, centoventitré punti di vantaggio sul compagno di squadra George Russell, cinque gare ancora da correre. Domani, a Città del Messico, potrebbe diventare il più giovane campione del mondo della storia della Formula 1 e il primo italiano dai tempi di Alberto Ascari, settantatré anni fa. Toto Wolff, il direttore tecnico Mercedes, ha descritto il giro di qualifica di Kimi ad Austin come “miracoloso”, ma i miracoli, nello sport, sono il nome che diamo a qualcosa che non sappiamo misurare.
I Greci, quel qualcosa, lo chiamavano mêtis. Per capire che cosa sia bisogna tornare al ventitreesimo canto dell'Iliade, quando Achille organizza sulla spiaggia di Troia i giochi funebri in memoria di Patroclo. La prima gara è la più prestigiosa: la corsa dei carri trainati dai cavalli. Fra i concorrenti c'è Antiloco, figlio di Nestore, il più giovane e talentuoso del lotto ma, purtroppo, anche quello con i cavalli più lenti. Lo sa lui, lo sanno i suoi avversari e lo sa suo padre, che prima della partenza gli consegna una parola sola, ripetuta tre volte in modo martellante: con la mêtis e non con la forza il taglialegna abbatte gli alberi più grandi, con la mêtis e non con la potenza fisica il timoniere governa una nave quando il mare è in tempesta, con la mêtis un auriga può superare un altro auriga, stringendo una curva al momento giusto. Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant, in un libro diventato un classico, Le astuzie dell'intelligenza nell'antica Grecia (Laterza, 1999), hanno dedicato a quella corsa pagine memorabili mettendo in chiaro che cosa sia questa mêtis: non la sapienza dei filosofi, né la forza degli eroi, ma un'intelligenza trasversale, concreta, che abita le situazioni instabili, dove non esistono regole fisse, ma opportunità. È l'intelligenza della volpe e del polpo, che sanno piegarsi, cambiare forma, aspettare. È l'arma del più debole contro il più forte, la capacità di riconoscere l'attimo, il kairós, e di infilarcisi dentro. I linguisti fanno risalire mêtis a una radice indoeuropea che significa “misurare”, la stessa che ritroviamo nel latino metiri: la parola che indica ciò che sfugge a ogni misura nasce, paradossalmente, dalla misura stessa. Non è però la misura dei cronometri: è la misura dell'occhio, del corpo, della mano, dell’intuito che “sentono” e trovano uno spazio per passare, così come Leo Messi vede un varco per un dribbling dove tutti gli altri vedono solo tibie e parastinchi.
La Formula 1 contemporanea sembra costruita apposta per mettere alla prova la mêtis. Quest'anno il regolamento tecnico è stato riscritto da capo e la Mercedes, quasi sempre, ha avuto i cavalli migliori: sarebbe poco onesto negarlo. Tuttavia, la monoposto più veloce non basta, e lo dimostra il fatto che nello stesso box, con una macchina identica, c'è un pilota centoventitré punti più indietro. La differenza sta altrove: nel punto di staccata, nella gestione delle gomme, nella scelta di una sola sosta quando gli altri ne fanno due, come ad Austin. O nel tempismo di Suzuka, a marzo, quando Antonelli rientrò ai box un istante dopo l'ingresso della safety car, uscendone in testa. “Fortuna”, scrisse qualcuno. Omero forse l'avrebbe attribuita a un dio, e infatti nella corsa dei carri gli dèi intervengono eccome: Apollo strappa la frusta di mano a Diomede, Atena gliela restituisce e spezza il giogo del carro di Eumelo. Ma il kairós è anche questo: farsi trovare pronti quando gli dèi decidono di entrare in gioco. Il momento decisivo della gara di Antiloco, il giovane talento con i cavalli lenti, non arriva in rettilineo, proprio come gli aveva pronosticato suo padre, Nestore. Arriva in una strettoia, dove la pioggia dell'inverno ha scavato la strada e c'è spazio per un carro solo. Davanti c'è Menelao, re di Sparta, compagno d’armi. Antiloco non trattiene i cavalli, anzi, li spinge fuori traiettoria e lo affianca. Menelao gli urla che è un pazzo, che così finiranno entrambi nella polvere, ma è lui a cedere: tira le redini e lascia passare il ragazzo. Chi segue la Formula 1 riconosce facilmente la scena: la strettoia è una chicane, la traiettoria è la corda di una curva, il compagno d'armi è il compagno di squadra. A Montréal, in primavera, le due Mercedes si toccarono nella gara sprint, le radio si riempirono di accuse e Wolff dovette convocare i suoi piloti per stabilire regole d'ingaggio, un po’ come Achille, facendo da arbitro. La gara dell’Iliade, infatti, non finisce al traguardo: Antiloco arriva secondo, davanti a Menelao, che si alza davanti agli Achei, e lo accusa di averlo superato con l'inganno, lo sfida a giurare su Poseidone di non averlo ostacolato apposta.
Qui il ragazzo che aveva rischiato tutto in quella strettoia fa una cosa sorprendente: non giura. Cede. Offre a Menelao la cavalla vinta in premio e pronuncia una frase piena di buonsenso: la mente di un giovane è più impetuosa, ma la sua mêtis è sottile, esile, acerba. Menelao, commosso, gli lascia il premio: non sei mai stato sconsiderato, gli dice, questa volta la giovinezza ha vinto il senno. È questo il punto in cui la mêtis si separa dal suo gemello cattivo, il dólos, l'inganno. Lo stesso confine corre ogni domenica lungo i cordoli, dove la differenza fra il sorpasso al limite e la manovra scorretta è questione di pochi centimetri. Antiloco attraversa quel limite, ma torna indietro e, così facendo, cresce. Antonelli quel confine sembra conoscerlo meglio di quanto la sua età lascerebbe supporre. Da esordiente, sul sedile che era stato di Lewis Hamilton, aveva pagato errori e inesperienza. Quest'anno, a marzo in Australia, dopo essersi schiantato nelle prove libere, si è qualificato come secondo e ha detto che gli eroi della giornata erano stati i meccanici. A Monza è partito diciannovesimo per una penalità e ha vinto, primo italiano dopo Ludovico Scarfiotti nel 1966. Wolff, proprio quel giorno, disse che il ragazzo avrebbe anche potuto camminare sulle acque: ancora il lessico del miracolo, ancora il nome di ciò che non si sa misurare. A Shanghai, Kimi era diventato il più giovane di sempre a conquistare una pole position; a Suzuka, il più giovane a guidare la classifica del Mondiale. La sua mêtis si è irrobustita in fretta, ma non abbastanza, per fortuna, da trasformarsi in arroganza. Il venerdì di Austin i numeri dicevano che la Mercedes non aveva cavalli buoni, ma la telemetria misura la velocità, non l'astuzia; registra la potenza, non l'istante in cui scegliere di usarla. E Kimi è passato in quel varco stretto, suggerito dall’esperto Nestore. Domenica Antonelli correrà a oltre duemila metri di quota, nell'aria più sottile del circuito, quella in cui i motori respirano a fatica e l’aerodinamica fa meno presa sull'asfalto. Sembra abbia avuto anche una fastidiosa febbre. Omero diceva che la mêtis di un giovane è sottile, perché aveva capito che è proprio lì, dove l'aria si fa rarefatta e la forza non basta più, che si scrive la storia.

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