Il bivio israeliano: il voto che sfida l'etnopolitica
La democrazia si fonda sul "demos", una comunità di cittadini con pari diritti, non sull’"ethnos", definito dall’appartenenza etnica. I 19 seggi conquistati dai partiti dei palestinesi israeliani potrebbero favorire il superamento delle esclusioni, ma le coalizioni sioniste ne rifiutano il coinvolgimento nel governo

Una delle conquiste fondamentali della democrazia liberale è stata quella di concepire il popolo come demos , cioè come un insieme di cittadini e di persone portatrici di diritti, e non più come ethnos , vale a dire un gruppo umano caratterizzato da discendenza omogenea e potenzialmente esclusiva. Questa configurazione del popolo è oggi messa in discussione, anche da noi in Occidente e in Italia, da idee che tendono a declassare, ad esempio, le “seconde generazioni” di migranti a cittadini di seconda classe. Un importante commentatore vicino alla destra si è spinto a tacciare i giovani di seconda generazione che hanno manifestato nelle nostre piazze di ingratitudine verso una “nazione” che avrebbe loro dato tutto, senza essere ricambiata. Una concezione francamente razzista, visto che nemmeno la cittadinanza e l’articolo 3 della Costituzione sono considerati condizioni necessarie e sufficienti affinché possano essere considerati concittadini a pieno titolo e senza condizioni. È l’idea malsana della cittadinanza come privilegio di sangue o addirittura come gentile concessione per buona condotta. È almeno dal Trattato di Versailles del 1919 che la pretesa che a ogni Stato debba corrispondere un unico gruppo omogeneo per lingua, cultura, tradizioni e religione si è rivelata non solo un’impresa antistorica, ma anche una pericolosa illusione. In epoca più recente, la partizione tra India e Pakistan del 1947 è il prodotto di questa angusta concezione dell’identità esclusiva abbinata a un territorio. Senza contare la tragedia della dissoluzione dell’ex Jugoslavia, in cui l’etnopolitica ha condotto a immani stermini e a un vero e proprio genocidio a Srebrenica.
In questa lunga e triste vicenda della supremazia dell’ ethnos rispetto al demos , l’ottimo risultato elettorale dei partiti che rappresentano i palestinesi con cittadinanza israeliana costituisce non solo un fatto politico rilevante, ma potrebbe divenire – se fosse colta – un’occasione storica per Israele. Al di là dei numeri, che suggeriscono che i 19 seggi conquistati sono essenziali ai fini della formazione di una maggioranza parlamentare, il punto essenziale è proprio il superamento dell’etnopolitica che è alla base dell’autodefinizione di Israele come Stato ebraico. In termini molto pratici, in questa fase della politica israeliana, ciò sembra condurre a un’esclusione pregiudiziale di una coalizione che includa i palestinesi israeliani. Ora, un sistema parlamentare basato sul suffragio universale (che comunque lascia nel limbo almeno 500.000 palestinesi a Gerusalemme Est, esclusi dal diritto di voto) dovrebbe assegnare un pari peso a tutti i voti, non distinguerli in base alla provenienza etnica. La conventio ad excludendum tacitamente adottata dalle coalizioni in senso lato sioniste è esattamente quella di non formare governi che coinvolgano i palestinesi israeliani.
E siamo dinanzi a un bivio che conduce a due vicoli ciechi. Da una parte, si esclude anche solo la possibilità di uno Stato palestinese – cui nessuno o quasi fa ormai cenno nel panorama politico israeliano, tranne la “Joint List”. Dall’altra, con l’ostracismo di fatto nei confronti degli elettori palestinesi israeliani, si preclude anche la strada verso una soluzione a un solo Stato, ma con una composizione pluralistica, non fondata su matrici etniche o appartenenze religiose, bensì sulla nozione, semplice e democratica, dell’uguale cittadinanza. Sullo sfondo, le macerie di Gaza e i suoi 75.000 morti, rimasti senza voce nelle elezioni israeliane, nelle quali si è parlato di una commissione d’inchiesta sulle responsabilità del 7 ottobre, ma non di una commissione d’inchiesta, ben più urgente e necessaria, sui crimini di guerra – sterminio o genocidio che sia – a Gaza. I palestinesi israeliani, nonostante tutto, sono andati alle urne, dimostrando una fiducia nella democrazia, per quanto nei loro confronti profondamente discriminatoria e basata su uno Stato di diritto a dir poco selettivo, che ha sfidato la disperazione e il nichilismo. Sarebbe il caso di ricambiare con altrettanta fiducia. Perché la vera democrazia è demos, non ethnos.
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