La cappella abbandonata a Napoli diventa pizzeria sociale per detenuti ed ex detenuti
di Rosanna Borzillo, Napoli
L'avvio di "Brigata Caterina", il progetto che trasforma gli errori del passato in possibilità di futuro. Al centro la storica cappella di Santa Caterina de' Celani

«Mani sporche di farina e non di sangue». Nelle parole del cardinale di Napoli don Mimmo Battaglia c’è il senso di “Brigata Caterina”, il progetto che trasforma gli errori del passato in una possibilità di futuro. A Napoli, la storica cappella di Santa Caterina de’ Celani diventerà una pizzeria sociale e un luogo di formazione professionale per detenuti ed ex detenuti. Il protocollo d’intesa è stato firmato ieri mattina nella Curia arcivescovile dal cardinale Battaglia, dal sindaco Gaetano Manfredi, dalla presidente del Tribunale di Sorveglianza Patrizia Mirra, dalla dirigente dell’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna (Uiepe) per la Campania Claudia Nannola e dal direttore del carcere di Secondigliano, Gianfranco Marcello, con la partecipazione della cooperativa sociale Consul Service.
«Per tutti noi è un giorno importante: si alza il profumo della farina che diventa pane, diventa pizza, diventa cibo», ha detto Battaglia. «Oggi noi liberiamo coloro che stanno fuori dalle sbarre, non quelli che sono in carcere. Li liberiamo dalla mentalità dello scarto e soprattutto da quel pregiudizio che macchia un detenuto per sempre». La cappella, di proprietà dell’arcidiocesi e situata in vico Pallonetto a Santa Chiara, nel centro storico patrimonio Unesco, tornerà così a vivere. Accanto alla pizzeria sono previsti laboratori professionali, attività culturali e visite guidate. «Da un lato c’è la rigenerazione urbana, dall’altro c’è un’opportunità di reinserimento concreta, con un’attività vera», ha sottolineato Manfredi. Un progetto «molto innovativo che «lascerà un segno».
Per Mirra, «la sinergia tra Chiesa e istituzioni locali dà vita a interventi capaci di risanare le persone e il tessuto sociale». La magistratura di sorveglianza sostiene questi percorsi anche per «ridurre i tempi di permanenza in carcere laddove sul territorio si creino reali opportunità alternative». Nannola richiama la responsabilità collettiva: «Se la responsabilità penale è personale, la dimensione delle pene deve necessariamente essere collettiva, perché la funzione della pena è pubblica». Il raccordo tra istituzioni e territorio è essenziale perché il reinserimento diventi reale e duraturo.
«Con la firma avviamo le procedure e ci mettiamo a lavorare da subito», ha spiegato Antonio Mattone, responsabile del progetto. Non ci sono numeri prefissati: «C’è una rete che costruiamo per provare a inserire quante più persone possibile». «Il nostro non è un inizio, si tratta di una ripartenza», ha aggiunto, ricordando i corsi per pizzaioli già sperimentati nel carcere di Poggioreale. I percorsi sono rivolti a detenuti con una pena definitiva residua non superiore a sei anni, persone seguite dagli uffici di esecuzione penale esterna ed ex detenuti. La formazione riguarderà anche i mestieri del fornaio e del barista. Si valuta inoltre l’attivazione di un polo formativo nel complesso «Mediterraneo» di Secondigliano. Per il direttore Marcello, «restituire dignità attraverso il lavoro significa abbattere le barriere del pregiudizio, ridurre il rischio di recidiva e investire sulla sicurezza e sulla coesione del territorio». La possibilità di ricominciare ha già un volto: quello di Gennaro Guardasole, ex detenuto, che racconta la propria storia di riscatto. «Ho trovato un futuro – racconta – quando gli altri hanno cominciato a credere in me».
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