Il nostro "voto" alla Manovra, tra pensioni e nuovi nati. Ma i giovani meritavano di più
Segnali positivi sulle emergenze sociali. Viene da chiedersi, pur salvando l’impianto generale: non sarebbe stato preferibile accrescere il volume degli impegni di spesa finalizzati ai giovani?

Per valutare la manovra 2027 si può partire da un dato empirico: il ritardo, nelle prime ore, di reazioni fortemente critiche da parte dei leader delle opposizioni e della Cgil. Con uno sguardo realista e non ideologico è difficilmente sostenibile che, nelle condizioni date, si potesse fare molto di più o di meglio nell’ultima legge di Bilancio di questa legislatura. Senza dubbio la varietà delle opzioni, rivolte a beneficiari diversi, si presta a una doppia lettura: da un lato quella della maggioranza, intenzionata a offrire prime risposte a esigenze avvertite da ampie fasce della popolazione; dall’altro quella delle opposizioni, secondo cui si tratta solo di una caterva di “mance” pre-elettorali. Come spesso succede, la verità può stare nel mezzo. Più che altro, misure così articolate indicano anche che alcune istanze avrebbero meritato già negli anni passati risposte che non sono arrivate.
Venendo al merito, quest’ultima manovra meloniana si segnala soprattutto per due elementi innovativi: l’avvio di interventi specifici per i giovani, il cui disagio – al netto delle violenze inaudite – è al centro delle proteste di queste settimane, e la prospettiva offerta agli appena nati, con l’avvio di un fondo previdenziale dedicato. Più scontata, poi, è la mano tesa agli anziani più fragili. Se una pecca si può trovare in questa legge, è allora quella di non aver concentrato ancora di più gli sforzi possibili su questi ambiti. Certamente il ceto medio è un’altra categoria bisognosa di sollievo, come ampiamente dibattuto negli ultimi anni. Però, dopo i 21 miliardi di aiuti fiscali destinati dal 2023 ai redditi medio-bassi, ricordati dalla stessa premier Meloni, il voler per forza piantare – in questo caso da parte di Forza Italia – una “bandierina” a suo sostegno, con un taglio dell’Irpef che vale 50 euro al mese, cambia poco per il ceto medio. un ceto per di più poi penalizzato in materia di rivalutazione degli assegni pensionistici già in essere. Allo stesso modo, l’aver voluto a tutti i costi, in questo caso da parte della Lega, un nuovo aggiramento della “legge Fornero”, con un fondo per consentire la pensione anticipata dai 64anni – però penalizzata perché calcolata interamente con il meno generoso sistema contributivo – appare di utilità relativa e, oltre tutto, denota una rotta incerta: con una mano dà ai prepensionati quel che con l’altra non assegna a chi dalla pensione è ben lontano.
Vien da chiedersi infatti, pur salvando l’impianto generale: non sarebbe stato preferibile accrescere il volume degli impegni di spesa finalizzati ai giovani? Avendo il coraggio, così, di dare il via a una vera riflessione su uno dei limiti oggettivi del Paese: le scarse opportunità per chi si affaccia al lavoro, in un’Italia dove l’ascensore sociale funziona poco, tradendo – stavolta davvero – le promesse della Costituzione. Sono 630mila i giovani che, negli anni dal 2011 in poi, hanno lasciato l’Italia. E da noi arriva a una laurea il 63% dei figli di laureati, a fronte di appena il 15% di chi ha genitori senza diploma. Per il Cnel, a parità di potere d’acquisto, nell’ultimo quarto di secolo lo svantaggio salariale degli italiani è peggiorato rispetto a tutti i maggiori partner europei, con divari, ad esempio, dal 14 fino al 36% rispetto alla Germania. Per di più in un Paese dove i salari, già bassi prima del Covid, hanno perso in media l’8-10% del potere d’acquisto, eroso dall’inflazione.
Da questo punto di vista, l’aver concesso agli “under 30” un premio di poco più di 500 euro – oltre alla norma sugli affitti agevolati – è troppo poco rispetto alla flat tax al 5% di cui si era parlato alla vigilia. Lo stesso vale per il fondo previdenziale per i neonati: giusta l’idea, di cui peraltro si parlava da anni senza mai concretizzarla, peccato però che 100 euro l’anno siano una cifra modesta.
Sono mosse che risentono anche di un certo “isolazionismo” di cui sembra soffrire il governo Meloni. Perché va detto che gli stipendi, anello debole della nostra economia, potranno crescere poco senza un’azione concertata anche con le aziende private che, quando sane, vanno spinte e motivate a una maggiore condivisione dei benefici economici, anziché premiare soprattutto gli azionisti. Cominciando a immaginare un potenziale avvio di rovesciamento di quella piramide che oggi fa guadagnare poco in giovane età e tanto da anziani, quando magari si lavora anche un po’ demotivati. Per farlo serve anche una sorta di “ moral suasion ” simile a quella mostrata verso le società petrolifere sui prezzi dei carburanti e, al tempo stesso, lontana dall’imposizione riservata a banche e assicurazioni. È questo un altro elemento della manovra che si presta a una doppia lettura: bene, in sé, il richiamo a una condivisione degli utili che questi settori stanno raccogliendo da anni; meno bene il metodo senza dialogo, in violazione dell’accordo di un anno fa.
È la riprova che il Paese fatica a trovare punti d’intesa attorno a obiettivi comuni, che è poi la pre-condizione che il difficile quadro geopolitico, aggravato dalla crisi demografica, imporrebbe invece a tutti. Ed è anche il “lievito” necessario per tornare a un sentiero di crescita vera, quel che manda. Tutte queste misure di spesa – nell’auspicio che le coperture indicate siano reali – ci portano infine a ricordare, sullo sfondo, l’altro fattore che caratterizza gli oltre 4 anni di governo di centrodestra. Quel primato che, a differenza dell’occupazione, a Palazzo Chigi faticano a ricordare e che rappresenta la vera tassa a carico delle giovani generazioni, al di là degli aiuti ora concessi: i circa 470 miliardi di debito pubblico in più dal settembre 2022, un aumento del 17% a un ritmo che ha pochi precedenti nella storia italiana. Un incremento dovuto in parte, certo, agli strascichi del nefasto Superbonus – ragion per cui Pd e M5s poco possono dare lezioni sulla tenuta dei conti e sulle eredità lasciate (al di là del sostegno dato al Pil negli anni ‘22-23) -, ma poi frutto anche dell’azione di questo esecutivo.
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