Montepaschi, il risiko bancario e le mire della politica: cosa cambia dopo l'assemblea di Siena
Con il "no" degli azionisti alla controffensiva studiata da Luigi Lovaglio, si spiana la strada al prevedibile rafforzamento di Intesa Sanpaolo: il nodo "spezzatino" sulle filiali e i servizi per i risparmiatori rimangono i dossier chiave da affrontare

Quanto accaduto a Siena, all’assemblea dei soci del Monte dei Paschi, passerà probabilmente alla storia come un punto di svolta nell’evoluzione del tessuto economico italiano. Negli ultimi anni molte banche hanno già unito le loro sorti, per volere o per necessità, ma questa volta ci troviamo di fronte a un’operazione molto più articolata e imponente, che impatterà strutturalmente sulle banche che operano in Italia, sull’assetto e le reti di distribuzione dei principali operatori assicurativi e più in generale vedrà un’ulteriore espansione dei “campioni” domestici, potenzialmente destinati a pesare di più anche in un contesto internazionale dove il fattore dimensionale è un punto cruciale e vede l’Europa ancora molto lontana dagli Stati Uniti.
Nel dettaglio, il “no” degli azionisti alla controffensiva studiata dall’ad dell’istituto senese Luigi Lovaglio nei fatti spiana (quasi) definitivamente la strada all’offerta di Intesa Sanpaolo e Unipol. Il gruppo guidato da Carlo Messina ne uscirà con un concorrente in meno, ma soprattutto con una rete di filiali e una base di clienti ancora più capillare di quella odierna, l’acquisizione della storica rivale Mediobanca e del pacchetto del 13% di Generali: un “ponte” verso la compagnia triestina che dopodomani potrebbe diventare premessa per ulteriori azioni in altri settori (le polizze, ma anche la gestione del risparmio) e soprattutto fuori dall’Italia, dove finora la crescita è stata molto più faticosa che in patria. Un punto nodale e sofferto del progetto è lo spezzatino che attenderà nei prossimi mesi la rete di Mps, che vedrà oltre 600 filiali passare sotto le insegne di Bper, destinata a consolidarsi come terzo polo con 2.600 insegne sparse per tutta Italia: incombono novità di forma (cosa ci sarà scritto su quelle insegne, Mps o Bper?) ma anche di sostanza, visto che la controllante Unipol beneficerà di una base distributiva più ampia per i propri prodotti assicurativi; le ricadute si preannunciano significative sul fronte degli utili ma anche del peso specifico che questo gruppo capace di far dialogare cooperative, fondazioni e mercato sta consolidando sul piano finanziario e politico. Generali per ora è soggetto spettatore, ma difficilmente sfuggirà ai contraccolpi di un riassetto che potrebbe in prospettiva rivederne il perimetro (molti operatori guardano a Banca Generali come preziosa merce di scambio) e coinvolgere UniCredit, socia del Leone e considerata troppo “acquiescente” di fronte all’attivismo dei concorrenti per non avere qualche obiettivo in testa e qualche risultato magari già ipotecato.
Non è un gioco, ha ricordato qualche giorno fa il presidente dell’Abi Antonio Patuelli a proposito del “risiko bancario”, e bastano i movimenti di cui sopra a dargli ragione. Ma se pensiamo che in ballo ci sono servizi chiave per l’economia e la vita quotidiana delle persone, ecco che il riassetto strutturale non vede coinvolti solo azionisti, manager e dipendenti delle società in questione. Le ricadute saranno importanti anche su imprese e risparmiatori, che vedranno cambiare radicalmente interlocutori, servizi e prodotti offerti, che si tratti di una linea di credito, di una polizza assicurativa, di un qualunque servizio legato alla gestione dei propri investimenti, piccoli o grandi che siano. Quando il numero degli operatori si assottiglia c’è sempre il rischio che la concorrenza reciproca si riduca e a pagarne il conto siano i clienti, ma su credito e assicurazioni gli esperti fanno notare che non è un assioma, perché gli investimenti richiesti e la complessità del business hanno un peso determinante. Piuttosto, un punto dirimente è la salvaguardia della biodiversità: soprattutto in un Paese come l’Italia, con le sue aree interne e il suo sottobosco unico al mondo di Pmi, i servizi finanziari sono una leva di sviluppo e inclusione fondamentale nel momento in cui sa porsi come un vestito su misura. L’evoluzione degli ultimi anni ha generato una bipartizione naturale tra istituti molto grandi con una forte proiezione internazionale (in termini di partner e servizi offerti) e istituti medio-piccoli più sensibili alle istanze del territorio: in quest’ottica, l’operazione Intesa-Mps-Unipol sembra dare ulteriore spinta a questa polarizzazione già in corso, ma è un processo che andrà monitorato e governato. Compito che tocca all’Antitrust (il via libera dell’Authority figura tra gli ultimi ostacoli prima del traguardo) e più in generale alla politica, che su Siena privilegia storicamente il tifo all’ingegneria.
E pensare che il dossier Mps ha tormentato il sonno in Via XX Settembre per una decina d’anni, tra il 2013 e pochi mesi fa, visto prima l’oneroso salvataggio pubblico e la riprivatizzazione che ne ha fortemente limitato i danni visto anche l’operato di Lovaglio. Nei corridoi da mesi si dice che al Governo, e soprattutto al Tesoro, la mossa su Siena non sia piaciuta troppo soprattutto perché scopre il fronte della Popolare di Milano, particolarmente caro alla Lega; e i maligni fanno notare che proprio di qui potrebbe essere partita l’idea del maxi-contributo chiesto alle banche per la manovra. Magari se ne scoprirà di più domani, quando alla Giornata del risparmio si troveranno seduti l’uno accanto all’altro il presidente dell’Acri Giovanni Azzone, il presidente Abi Antonio Patuelli, il governatore Fabio Panetta e il ministro Giancarlo Giorgetti.
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