Pierfrancesco Favino: «Io, frate Leopoldo ma anche me stesso»

Presentato alla Mostra di Venezia, arriva nelle sale “Dio ride” di Giovanni Veronesi. L'attore: «Ho accompagnato il regista in ricerca in questo viaggio scomodo e coraggioso»
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October 29, 2026
Pierfrancesco Favino: «Io, frate Leopoldo ma anche me stesso»
L’attore Pierfrancesco Favino in una scena del film “Dio ride” di Giovanni Veronesi da oggi al cinema / Enrico De Luigi
È stato chiamato a chiudere l’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ed è ora pronto per il pubblico che da oggi lo attende nelle sale, distribuito da PiperFilm. Si tratta di Dio ride di Giovanni Veronesi, che ha affidato a Pierfrancesco Favino il ruolo di Leopoldo da Casamacchia, un frate capace, nel cuore del ‘600, di parlare di Dio come nessuno aveva fatto prima, raccontando il Vangelo con una gioia contagiosa e portando a chi lo ascolta sollievo e speranza. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando migliaia di persone, ma quel clamore arriva fino a Roma e il Papa decide di affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma però in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili. Nel cast anche Silvio Orando, Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi e Carlo Cecchi.
Abbiamo parlato del film con Favino, che in queste settimane non solo dirige Anna Ferzetti nello spettacolo teatrale People, Places & Things (Cose, Posti & Persone) di Duncan MacMillian, ma è già impegnato nelle riprese di Falcon, il nuovo lavoro di Marco Bellocchio, dove interpreta Sergio Marchionne, nominato amministratore delegato della Fiat nel 2004. Il film indaga la vicenda umana e professionale, ma anche le contraddizioni del celebre dirigente la cui spietatezza manageriale gli consentì di sfidare veri e propri colossi industriali.
In occasione di alcune proiezioni in anteprima Dio ride è stato accolto con molta commozione.
«C’è un grande bisogno di umanità e questo film parla degli esseri umani, del loro lato migliore. Mi sembra che le persone, dopo aver visto il film, riconoscano dentro di sé la possibilità di ricontattare le zone più luminose dell’umanità».
Perché ha sentito Leopoldo intonato alle sue corde di attore?
«È il ruolo che tutti gli attori del mondo vorrebbero interpretare. Un ruolo che ti permette di essere divertente, emozionante e di accedere a quella umanità che ha fatto bene anche a me abitare. Le reazioni del pubblico sono state anche le mie mentre lavoravo sul set».
Cosa ammira di questo personaggio che in fondo è un attore anche lui?
«La capacità di essere se stesso fino in fondo, in contatto con ciò che sente piuttosto che non ciò che pensa o gli conviene. Per me frate Leopoldo è stato un vero e proprio regalo da parte di Veronesi».
Quanto è difficile oggi rimanere fedeli a se stessi?
«Una delle cose più belle del film è che non si distingue tra torto e ragione. Se Leopoldo fosse stato nei panni del cardinale Maculani e avesse avuto le sue stesse responsabilità, sarebbe stato diverso. Quando sei responsabile anche per gli altri, è più difficile o forse solo più rischioso. Ci sono persone che hanno il coraggio, ma anche la possibilità di rimanere fedeli a se stesse, anche a costo di perdere tutto. Leopoldo è un uomo che ha la forza di dire no, ma quando fai parte di un’organizzazione politica, ad esempio, e parli anche a nome di altri, il compromesso mi sembra inevitabile. Le cose intorno a noi ci cambiano, io cerco di rimanere fedele da me stesso mantenendo sempre un occhio attento alla realtà che mi circonda, ma non posso dire di non essere cambiato rispetto a quando avevo vent’anni. Sarebbe molto ipocrita da parte mia affermare di essere quello di una volta. Quello che cerco di salvaguardare però è il mio rapporto con l’onestà: voglio potermi svegliare la mattina, guardarmi in faccia e dirmi che continuo a lottare per proteggere quello in cui credo».
Uno dei temi del film è Dio.
«Un tema che oggi sembra essere stato relegato a spazi molto marginali nel nostro dibattito collettivo. Qui si torna a ragionare di fede: in Dio, in se stessi, nelle nostre emozioni, negli altri. L’altro è un bel tema da trattare: gli altri esistono e per altri possiamo fare qualcosa, includendoli nel nostro mondo. Di tutto questo si parla con grandissima leggerezza, però, senza voler dare lezioni a nessuno, e questo penso sia il più grande pregio del film di Giovanni».
La risata è sempre stata un’arma contro il potere, ma ridere è ancora così pericoloso oggi oppure rischia di non essere abbastanza?
«La risata sottolinea l’assurdità delle cose, il paradosso, e nasce dalla contrapposizione tra il reale e il suo opposto. Quando il ribaltamento della realtà diventa cronaca, allora c’è davvero poco da ridere».
Papa Francesco, che vediamo in alcune immagini alla fine del film, ha spesso parlato del valore della gioia e del senso dell’umorismo nella vita cristiana.
«Bergoglio ha incontrato i comici, ha parlato tante volte del potere delle barzellette e del benessere che nasce da una risata, che resta un mistero. Abbiamo sentito tutto questo un po’ come una benedizione».
Quanto è stato personalmente coinvolto nelle ricerche sull’epoca? Sua sorella è una storica specializzata proprio nel Seicento.
«Gli sceneggiatori avevano già fatto un lavoro molto puntuale, io più che altro ho approfondito la regola dei cappuccini. Ci sono pochissimi documenti scritti, perché faceva parte della loro regola mendicare e aiutare gli altri, ma ho trovato un libro di un frate francese che spiegava bene tutti i momenti della loro giornata».
Le sta sempre molto a cuore il lavoro sulla lingua.
«Avevo a che fare con un analfabeta del Seicento, che non sapeva leggere né scrivere, e dubito che sapesse parlare in italiano. Sono quindi andato a cercarmi dei documenti, per esempio la deposizione in tribunale di un contadino, ma c’è poi tutta la novellistica di quel periodo, indietro fino a Jacopone da Todi. Quindi è stato un lavoro sia di ricerca che di invenzione fatto insieme a Veronesi».
Come ha lavorato con lui per trovare Leopoldo?
«Con Giovanni c’è un rapporto di amicizia che va oltre il set e mi sento molto legato a lui per la sua sensibilità. Abbiamo letto, pensato e parlato tanto, fatto insieme un percorso per cercare il personaggio, un’esperienza che si è nutrita anche di quello che abbiamo vissuto. Sentivo che Giovanni voleva mettersi in una zona scomoda e ho voluto accompagnarlo in questo viaggio coraggioso. Sulla carta Leopoldo era più minuto e scattante, ma poi il suo saio addosso a me ha preso una forma più ingombrante. Nei primi giorni abbiamo cercato un equilibrio anche tra la parte più brillante e quella più seria del racconto guardando al lavoro del guitto. E Paolo Rossi, che nel film interpreta il mio priore, è stata la persona alla quale chiedevo se fossi sulla strada giusta».

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