Erri De Luca protagonista al cinema: «La libertà ci arriva dal basso»
Parla lo scrittore alla Festa di Roma: il film “Me, you” è tratto da una sua opera, in "I pesci non chiudono gli occhi" è lui il protagonista

C’è chi parla di coincidenza, altri di destino. Fatto è che ieri sugli schermi della Festa del Cinema di Roma sono approdati due film, Me, you di Bille August (da ieri nelle sale italiane) e I pesci non chiudono gli occhi di Audrey Gordon, che prendono le mosse da due diversi romanzi di formazione dello scrittore Erri De Luca, entrambi ambientati a Ischia – negli anni Cinquanta e nel decennio successivo – e dal raccontare il primo amore di un bambino in un’estate destinata a cambiargli la vita. Se il film di August adatta per lo schermo Tu, mio, quello di Gordon, che incrocia in modo suggestivo finzione e documentario, presente e passato, parole e immagini, vede in scena lo stesso De Luca di ritorno nei luoghi della sua infanzia, impegnato a rievocare quel ragazzino di dieci anni costretto a entrare nell’età adulta attraverso una prima, dolorosa conoscenza dell’amore e della giustizia.
De Luca, i dieci anni sono stati la sua linea d’ombra?
«Quando il numero dell’età assume la doppia cifra, c’è uno scatto. Nel bambino che ero e che racconto questo scatto coincide col fatto di avere una testa più grande: è un lettore, si è trovato in casa libri che ha continuato a leggere e che hanno ingrandito la sua personalità e la sua consapevolezza mentre si trova rinchiuso in un corpo ancora infantile. Questo contrasto comporta il desiderio di forzare l’involucro, di aprire una breccia e uscirne».
È bello raccontare l’uomo che si è diventati a partire dal bambino che si è stato.
«Questo è possibile non grazie alla memoria, ma al sentimento di giustizia che si fonda in quella età e che poi orienta la figura e il carattere della persona successiva. Io mi considero il seguito di quel bambino e di quel giovane uomo che sono stato. Ho avuto un avviamento al sentimento di giustizia del tutto napoletano inculcatomi da mia madre che nei quartieri spagnoli, dove abitavamo, mi spingeva a notare quello che gli altri non avevano: vestiti, scarpe, cibo, cure. Lo faceva per rendermi responsabile del privilegio, per trasmettere a quel bambino il sentimento dell’indifferenza e dell’ingiustizia. Un sentimento che poi nel corso della vita mi ha spinto a inventare delle risposte, prima insieme a una generazione che lo faceva nelle strade, poi in fabbrica e più recentemente portando aiuti a orfanotrofi e campi profughi in Ucraina. Continuo a inventare risposte perché ci sono avvenimenti che mi scuotono ancora come mi scuotevano le storie napoletane».
Sua madre era la prima lettrice dei suoi romanzi?
«Sì, le lasciavo un quaderno che leggeva a mio padre, diventato quasi cieco. Mio padre ha potuto immaginare un avvenire diverso per quel figlio che a 40 anni ha avuto la possibilità di non stare otto ore in tuta».
Se il giovane Erri incontrasse l’Erri di oggi, gli stringerebbe la mano orgoglioso?
«L’Erri di oggi è rimasto leale alle ragioni di quel giovane uomo. Come dicevo, ho mantenuto l’avviamento materno alla scoperta delle differenze, perché per me l’indifferenza non è l’infischiarsene degli altri, ma il non riconoscere sentimentalmente le differenze. Se le differenze ti sfregano dentro, fanno attrito con la tua coscienza, allora ti impediscono di essere indifferente».
Che riflessioni fa oggi sui suoi anni di Lotta Continua?
«All’epoca era quello che andava fatto. Resto leale alle ragioni di quegli anni e di quelle lotte, anche se sono finite rovinosamente. C’era l’intenzione di applicare una volontà di giustizia, che era difficile però da mantenere pura. La perdita di quella comunità per me è stata la perdita di qualunque possibilità di appartenenza».
Che effetto le fa vedere le sue parole in immagini?
«Le immagini sono un ingrandimento, una trasformazione dalla mia immaginazione a quella definitiva dello schermo. Se nel caso nel caso di Me, you sono lo spettatore di una storia che è stata voluta, impugnata e trasformata dal regista, nel caso di I pesci non chiudono gli occhi ci sono dentro fino ai capelli».
Nel film parla della scoperta della Bibbia.
«In un momento della mia vita mi sono ritrovato in una specie di convento in Piemonte dove spedivano le persone in Africa. Non avevo libri con me, ma c’era la Bibbia. Ho cominciato a leggerla dall’inizio e ho capito che quella non era letteratura, non chiedeva che i lettori si identificassero nei personaggi. Era il verbale di una divinità che decideva di rivelarsi come strumento della parola a delle persone. Questo della parola è uno strumento fisico, perché il verbo è parlare e dire, è il verbo più diffuso come manifestazione della divinità nella scrittura sacra. Volevo sapere come era fatta la lingua in cui si era formata questa notizia del monoteismo, l’antico ebraico, e in Africa ho avuto il tempo di studiarlo e capirci qualcosa. Continuo a leggere e rileggere la Bibbia tutte le mattine, talvolta faccio delle traduzioni molto letterali, a volte dei commentari, e mi capita spesso poi di avere a che fare con delle autorità religiose».
In lei è ancora così presente Ischia?
«È stata la mia educazione fisica alla libertà. La prima cosa che facevo dopo essere sbarcato era togliermi le scarpe perché la libertà parte dai piedi. Parte sempre dal basso la libertà. Ma non sono nostalgico, non vorrei tornare nelle stazioni del tempo precedente».
Cosa vede davanti a sé?
«Dal punto di vista personale vedo il giorno dopo. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, e ha il diritto di esserlo, ma io lo tratto sempre da penultimo e non spreco nulla del tempo a disposizione. Tutti i momenti sono intensi per me. Con la vecchiaia poi devi fare molta più attività fisica e quindi continuo a scalare».
E per chi verrà dopo?
«Vedo un futuro remoto, dove le generazioni saranno costrette a inventare un’economia della riparazione dei guasti e dovranno applicare la parola più potente che esista nelle trasformazioni, che non è “rivoluzione”, ma “conversione”. Questa comporta uno stravolgimento interiore totale, come per san Paolo. Bisognerà trasformarsi da persecutore della vita, dell’ambiente, del pianeta in protettore».
Lei ha fiducia?
«Quando si è vecchi è come stare in cima a un bosco: lo hai attraversato, era fitto e ombroso, ma in cima si dirada, c’è più luce e vedi più lontano».
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