L’ossessione per l’ordine può alimentare il disagio
In quella che ovunque sembra una nuova “epoca del manganello” non è strano il fatto che quando si parla di sicurezza si escluda ogni domanda che riguardi quella del lavoro e sul lavoro, oppure sulle cure sanitarie?

In attesa degli accertamenti sulle responsabilità individuali relative ai danneggiamenti, ai furti, nonché all’uso smodato della violenza (da criti-care e rifiutare qualunque sia la parte da cui essa proviene), ciò che sta succedendo in questi giorni fa emergere il sospetto che, a livello globale, quanto più si parla di sicurezza – e quanto più si agisce per la sicurezza – tanto più ci sentiamo insicuri. E forse non è un caso. Perché la sicurezza è ormai da tempo il luogo centrale della legittimazione politica – è su di essa che i governi chiedono il consenso dei cittadini – e per questa ragione sembra non possa essere affrontata se non attraverso parole, metodi, azioni che lascino intatto, o addirittura finiscano per accrescere il senso di insicurezza.
Lo ha spiegato molto bene Vittorio Pelligra nei suoi articoli sulla «monarchia della paura», letti i quali verrebbe da ripetere quanto scriveva un po’ di anni fa Luca Baiada: «nulla è più al sicuro con la sicurezza». Questo senso di insicurezza, prodotto paradossalmente dalla ricerca ossessiva della sicurezza, vale sul piano interno come sul piano esterno. È abbastanza chiaro, infatti, che l’odierna ricerca della sicurezza interna si pone come l’altra faccia della medaglia rispetto all’«amore per la guerra» che sembra essersi impossessato delle menti dei governanti sul piano esterno. Ne sono prova, da un lato, il fatto che in entrambi i casi ad essere al centro della scena è l’elemento della forza, considerata come l’unica leva che possa produrre effetti concreti sul mantenimento dell’ordine; e dall’altro lato, la delegittimazione, la censura, quando non la criminalizzazione, delle voci critiche o di qualsiasi iniziativa di protesta, che riguardi il tema della sicurezza o le guerre in corso.
La nostra, tragicamente, sembra caratterizzarsi sempre più, anche nelle democrazie avanzate, come “l’epoca del manganello”: uno strumento brandito come minaccia, che assurge a simbolo di una stagione in cui si rinnova quella che Simone Weil chiamava l’«adorazione della forza». Così, per quanto ci si possa aspettare (come sembrerebbe logico) che il discorso interno sulla sicurezza cammini parallelamente al discorso esterno sulla pace, succede esattamente il contrario: chi insiste sulla sicurezza all’interno dei confini richiamando il vecchio connubio “legge e ordine”, è pronto a brandire le armi, dichiarandosi pronto a fare la guerra, e quindi a produrre il massimo della insicurezza, dal momento che non c’è nulla che distrugga il senso e la realtà della sicurezza quanto il trovarsi implicati in un conflitto armato. In entrambi i casi, ed è questo un ulteriore elemento di conferma del parallelismo che stiamo richiamando, sia nella battaglia per la sicurezza in-terna sia nei preparativi bellici, si concepisce la politica – a partire dal linguaggio d’odio – come continuazione della guerra con altri mezzi; e cioè rovesciando il famoso detto di Clausewitz («la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi») ed agendo esattamente al contrario di come la politica dovrebbe essere concepita. Perché la politica, nelle sue origini, è proprio il contrario della violenza.
Nel momento in cui la politica sembra rinchiudersi in se stessa, perdendo capacità di analisi e distinzioni (quelle a cui si riferiva nel suo editoriale di martedì Danilo Paolini), è il caso di cercare delle risposte che non siano un appello vuoto e retorico alla «sicurezza dei cittadini». Perché l’impressione, anzi più che l’impressione, è che la sicurezza in nome della quale si militarizzano le città e si restringono gli spazi di libertà soprattutto per le fasce più deboli, assomiglia al «patto iniquo» di cui parlava Jean-Jacques Rousseau: un “accordo” che i forti impongono ai deboli convincendoli cha la loro sicurezza coincide con la sicurezza di tutti. Farsi domande scomode vuol dire innanzitutto essere onesti con noi stessi, tanto più in un’epoca in cui viene dato per scontato che alcuni pilastri della nostra stabilità esistenziale, come il lavoro e la salute, vengono considerati estranei a ogni discorso sulla sicurezza. Non è strano – non dovrebbe sembrarci strano – il fatto che quando si parla di sicurezza si escluda ogni domanda sulla sicurezza del lavoro? Oppure sulla sicurezza relativa alle cure sanitarie? E persino sulla sicurezza sul lavoro? Quante volte, chi parla di sicurezza, include queste cose?
Proprio ciò che maggiormente contribuisce al nostro senso di sicurezza è escluso dai discorsi sulla sicurezza, perché questa è stata ormai ridotta soltanto alla necessità di salvaguardare l’incolumità fisica dei corpi e l’integrità delle cose a cui teniamo. Ed è frutto di un rovesciamento paradossale che i giovani della generazione Z, protagonisti delle proteste di questi giorni – proteste fatte in nome di una sicurezza esistenziale composta di cura, di casa, di lavoro, di scuola, di università, di certezze sul futuro, di ambiente, di possibilità di arrivare a fine mese, di aspirazioni alla giustizia e alla pace – vengano fatti passare genericamente e collettivamente come attentatori alla sicurezza, come nemici del futuro. Proprio loro che sono i garanti del futuro di tutti, e la cui voce dovremmo ascoltare invece di soffocarla mettendogli violentemente un ginocchio sul collo.
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