Oltre il disagio materiale c'è la speranza di una vita piena. Mostriamola
Di fronte alle minoranze giovanili che lanciano allarmi di esistenziale disperazione, la risposta non sia solo repressiva, ma si traduca nella mobilitazione verso i giovani di una maggioranza consapevole della forza dei propri ideali

Il dibattito sollecitato da Avvenire sui fenomeni di violenza giovanile che occupano le cronache di questi giorni sta offrendo contenuti finalmente originali, che meritano di essere raccolte soprattutto da parte dei corpi intermedi. Appare particolarmente ficcante l’osservazione svolta da queste colonne da Davide Rondoni, per cui, in sintesi, il coro di coloro che hanno voluto analizzare (e giustificare) la minoranza attiva di giovani violenti ha riproposto le ragioni “novecentesche” del disagio materiale: il carovita, la casa, il lavoro, i bassi salari. Orfani dei loro ’68 incompiuti e alla continua ricerca di un risveglio delle piazze catartiche, hanno applicato le loro letture marxiane a questa componente giovanile, prevalentemente originata dalle nostre (poche) periferie metropolitane e, per una quota rilevante, dalle seconde generazioni immigrate.
Per chi ha conosciuto la stessa emigrazione italiana, sono sempre state quest’ultime la componente più disorientata del fenomeno migratorio per motivi non materiali, ma esistenziali, indotti dal vuoto identitario. Gli “analisti” che commentano questi giorni drammatici per lo più sembrano non vedere la plastica contraddizione tra la loro analisi, di cui sono innamorati, e i comportamenti di un vandalismo che rifiuta obiettivi. Anche perché spesso loro, come noi, come in qualche modo gli “adulti” in quanto tali, sono i probabili colpevoli in quanto genitori, docenti, accompagnatori anche spirituali di un fallimento educativo fondato sulla loro banale distrazione dal compito assegnato o dal loro rifiuto delle radici della cultura occidentale. Ancor più con l’ingresso massivo della religione più lontana dalla nostra, il compianto cardinale Biffi consigliava, già prima di lasciarci, di non demolire la nostra casa ma di preservarne l’architettura originaria. L’incontro si fa fertile e si evita la dis-integrazione, se offriamo a chi arriva una nostra identità consapevole e orgogliosa della sua forza portatrice di amore e di speranza.
La questione, insomma, non è politica ma ben più complessa, antropologica come aveva intuito Ratzinger quasi dieci anni fa. Se molte élite occidentali disprezzano la propria storia, i propri ideali, si espongono all’ulteriore disprezzo di chi già ci attribuisce una inevitabile decadenza e non offrono quella speranza, che nasce e vive dal fatto della presenza di Cristo nella storia. Più in generale, la crisi delle nostre attività educative, incluse molte di quelle religiose, anche parrocchiali, partita dagli anni ’70, ha generato il vuoto che a sua volta si traduce in nichilismo. Il network di associazioni di ispirazione cristiana “Ditelo sui Tetti”, costituitosi per il comune desiderio di promuovere, soprattutto nelle scelte pubbliche, l’antropologia di un “umano tutto intero”, secondo la felice espressione del giovane poeta e drammaturgo Wojtyla di fronte ai progetti (anch’essi “pubblici”!) di una sua sistematica sovversione, avverte che questa ulteriore emergenza si iscrive in questo ambito. Per i nostri giovani, per i nostri figli, la speranza può significare la possibilità di una vita piena, se la vedono incarnata nella bellezza di esperienze umane, ove, ad esempio, si condivide matrimonio e procreazione, ove il lavoro è vissuto non solo come diritto ma anche come lieta responsabilità verso la comunità, e le esperienze solidali di aiuto alle fragilità ravvivano di gratuità la quotidianità di tutti. Se tali prospettive esistenziali in cui brilli la possibilità del “centuplo”, si realizzano in condizioni di benessere materiale la strada sarà ovviamente meno faticosa, ma la sua ricchezza è intrinseca e può essere vissuta sempre esprimendo tutto il proprio potenziale nelle attività umane.
Vi sono oggi probabilmente le condizioni perché, di fronte a queste minoranze giovanili che lanciano un allarme di esistenziale disperazione, la risposta non sia solo (doverosamente) repressiva a tutela degli altri, ma si traduca anche nella mobilitazione appassionata verso i giovani di una maggioranza silenziosa, ma consapevole della forza dei propri ideali e, soprattutto, della fonte vivente e trascendente della (da tutti) attesa speranza di una “magnifica humanitas”.
Network associativo “Ditelo sui tetti”
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