L'ex prefetto e l'ordine pubblico: «Isolare i violenti e tutelare il diritto a manifestare»
Francesco Tagliente analizza lo scenario delle piazze dopo le devastazioni a Milano e in vista delle manifestazioni previste domani in 8 città. «L'amplificatore dei social ora rende più difficile individuare chi promuove le proteste. L'uso della forza può essere necessario, ma attenzione a non eccedere. La prevenzione? Inizia in famiglia»

«Le autorità di pubblica sicurezza di Milano sono guidate da professionisti di grande esperienza, che hanno sempre dimostrato capacità e competenza nella gestione dell’ordine pubblico. Sapranno individuare le misure più adeguate per prevenire e ridurre i rischi...». Già questore di Roma e Firenze, prefetto di Pisa e presidente dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, Francesco Tagliente è un esperto della gestione dell’ordine pubblico, per aver tutelato la sicurezza di migliaia di eventi (compreso il Giubileo del 2000) nella sua lunga carriera in Polizia. E quando gli si chiede quale sia il suo livello di preoccupazione per la nuova protesta, convocata sui social per domani nel capoluogo lombardo e in altre 7 città dal «Movimento 17 ottobre», evita previsioni, ma confida nelle capacità di chi dovrà contenere i subbugli della piazza.
Prefetto, come si gestisce l’ordine pubblico quando la piazza è composta da ragazzini che impazzano, devastano, saccheggiano?
La presenza di tanti minorenni condiziona la gestione della piazza, ma non attenua la necessità di contrastare la violenza. Occorre distinguere chi manifesta pacificamente da chi aggredisce, con fermezza verso i responsabili e proporzionalità nell’intervento.
Questa guerriglia urbana “spontanea”, orchestrata sui social, rischia di alimentare una escalation?
Chat e dirette social possono trasformare disordini apparentemente spontanei in escalation organizzate, alimentando emulazione e consenso. Perciò, ormai la prevenzione comincia anche nello spazio digitale, prima ancora che la piazza si riempia, e la deterrenza va esercitata prima del contatto fisico. Non solo: servono intelligence e documentazione per identificare i responsabili anche successivamente. Non si può permettere che la violenza diventi uno strumento per conquistare visibilità e impunità.
Torniamo sul presunto “spontaneismo”. I ministri Piantedosi e Crosetto non escludono ingerenze straniere nel fomentare sui social la partecipazione ai disordini.
L’eventuale interferenza straniera è una pista che merita attenzione. Ma al momento non va confusa con le responsabilità accertate per i fatti di Milano. Ciò detto, al di là di come si concluderanno gli accertamenti, è indubbio che i social abbiano cambiato lo scenario della prevenzione dell’ordine pubblico. Possono amplificare rapidamente una mobilitazione, raggiungere migliaia di giovani e rendere più difficile individuare chi la promuove e quali siano le reali finalità.
Come presidente della Fondazione «Insigniti Omri», lei organizza iniziative per trasmettere ai giovani i valori della Costituzione. Ma molti ragazzi coinvolti nei fatti di Milano sembrano perfino privi di figure educative di riferimento. Può bastare la sola risposta repressiva di polizia e magistratura?
No. La prevenzione comincia in famiglia. E richiede una responsabilità condivisa tra genitori, scuola, servizi sociali e istituzioni. Non basta intervenire quando il disagio è sfociato in violenza: occorre riconoscere i segnali di allarme e costruire una rete educativa capace di trasmettere il rispetto delle regole.
Alcuni genitori dei fermati sono trasecolati: «Non potevamo immaginarlo». Pensa che le sanzioni pecuniarie possano responsabilizzare le mamme e i papà?
La responsabilità penale resta personale. Ma i genitori rispondono civilmente nei casi previsti dalla legge: educare significa far comprendere ai figli che ogni comportamento ha conseguenze e nessuno può sentirsi al di sopra delle regole.
La inquieta che fra gli identificati ci sia un undicenne?
Sì. E non solo per il coinvolgimento di un bambino di appena 11 anni, ma per il rischio che le energie, le frustrazioni, la rabbia delle nuove generazioni possano essere indirizzate verso obiettivi che danneggiano il Paese. Mentre noi cerchiamo di promuovere fra i giovani i valori della Carta, non si può escludere che altri possano investire su di loro con finalità opposte. Certo, è un’ipotesi da verificare, ma ci interpella e ci impone di rafforzare educazione, prevenzione e capacità della società di offrire ai ragazzi modelli positivi.
Scorribande giovanili, proteste per il carovita e dei carburanti, cortei per la pace, sit-in... Resta arduo bilanciare la garanzia del diritto a manifestare con la sicurezza dei cittadini e dei servizi pubblici?
Sono esigenze democratiche da tutelare insieme. Occorre isolare i violenti, impedire che una minoranza facinorosa comprometta la libertà e la credibilità di tutti gli altri manifestanti.
Basteranno i presidi militari e i nuovi reati introdotti dal decreto del Governo?
La risposta dello Stato deve integrare strumenti giuridici efficaci e attività di prevenzione e intelligence. E in piazza bisognerà agire con attenzione: l’uso della forza può essere necessario, ma interventi indiscriminati rischiano di alimentare risentimento e ulteriori escalation. Io ritengo fondamentale affinare il rigore giuridico. Sa come si dice? L’inchiostro è meglio del manganello...
Cioè?
Ad esempio, l’arresto in flagranza differita, quando ne ricorrano i presupposti, consente di identificare i responsabili attraverso le prove e rafforza la deterrenza. Ma occorre intercettare i segnali di rischio prima che degenerino in violenza, attraverso la conoscenza del territorio e la capacità di prevenire i disordini. È la vera sfida di ogni giorno, per chi deve gestire l’ordine pubblico. E adesso, mi creda, è divenuta ancora più complessa.
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