Non lasciamo che i nostri figli diventino burattini
Il copione comportamentale che sta invadendo la vita di chi cresce è diventato al tempo stesso occulto e violento, distruttivo e digitalmente nichilista. Obblighiamo il mondo online a cambiare rotta

Per la prima volta sabato scorso abbiamo visto scendere in piazza preadolescenti che ancora frequentano la scuola secondaria di primo grado. Apparentemente partecipavano a una manifestazione connotata da temi sociali molto importanti. In realtà, quello che hanno fatto molti di loro è stato spaccare tutto. La piazza e la rivolta sociale non sono luoghi e azioni per cui la preadolescenza può dirsi pronta. Non lo è perché in preadolescenza si è dotati, per la prima volta nella vita, di un corpo potente e di un’emozionalità straripante. L’ingresso in pubertà cambia il corpo del preadolescente rendendolo pronto alla scoperta del mondo, dotandolo di un’energia e di una forza che non ha mai posseduto prima. Al contempo, anche la sua mente diventa potente. Il sistema limbico, che è il luogo del cervello in cui si attiva il sentire emotivo, prende il controllo del funzionamento psichico del preadolescente e lo rende vulnerabile a qualsiasi proposta in cui c’è da mettere in gioco questa potenza inedita, che lui ancora non sa “maneggiare bene”. La preadolescenza, infatti, è quel tempo di transito dall’infanzia alle età successive, in cui si esce dal copione dell’obbedienza verso gli adulti e ci si prepara all’autonomia: solo che in questo tempo della crescita non si possiede la maturità cognitiva per poterlo fare bene.
Tutte le reti neuronali che si occupano di governare e regolare le emozioni (a quest’età intense e spesso fuori controllo) sono ancora fragilissime e devono essere potenziate e strutturate attraverso un paziente, costante e sapiente lavoro del mondo adulto. Fino a due decenni fa, i preadolescenti uscivano fuori nel mondo con le loro biciclette, andavano al campetto dell’oratorio o del parco cittadino a giocare a pallone, frequentavano gli oratori, le associazioni sportive, lo scoutismo, la banda, il coro. Per la prima volta si muovevano in autonomia nello spazio ristretto del loro territorio di vita. Lì incontravano i loro coetanei, ma anche gli adulti della loro comunità educante che ne supervisionavano la crescita, dando direzione a questa loro nuova potenza che, giorno dopo giorno, veniva trasformata in competenza.
Poi è accaduto che all’improvviso ci è finita in mano una seconda vita: eccitantissima, sempre accesa, piena di cose divertenti e anche molto proibite. Sono scomparse le biciclette dalle città, gli adulti hanno immaginato che avere i figli tranquilli a casa a giocare nelle community multiplayer fosse in qualche modo più comodo e protettivo per tutti. Dentro lo schermo non cadi, non fratturi le ossa, non fai rumore. Così la vita virtuale ha assorbito, quasi inghiottito tutto il tempo libero dei nostri figli. E la preadolescenza, che è in assoluto il tempo della crescita che risulta più fragile e vulnerabile all’offerta del “Paese dei Balocchi”, si è tuffata dentro questo nuovo mondo e questa nuova vita, ben felice di poter far esplodere la voglia di potenza e “sensation seeking” tipica di questa età in territori ultra-eccitanti e gratificanti. Le piattaforme di videogioco, i social media, i siti pornografici hanno sostituito gli oratori, i campi da calcio, le uscite con gli scout. Le famiglie più attente sul piano educativo hanno cercato di fare un faticosissimo lavoro di equilibrismo pedagogico, imponendo ai figli dosi di vita reale obbligatorie. Mentre prima i figli fuggivano fuori nel mondo, rincorsi dai genitori che volevano imbrigliarne le richieste di libertà e autonomia, negli ultimi dieci anni i genitori si sono trovati quasi obbligati a spingere ragazzi e ragazze alla scoperta della vita reale, perché i loro figli – spesso – vi avrebbero rinunciato molto volentieri, preferendo adagiarsi nella comfort zone del loro parco giochi virtuale.
Ora però le rivolte di sabato, ci dicono che a tutto questo si è aggiunto un altro fenomeno. Dopo averli tenuti incollati allo schermo per anni, a fare le cose che avrebbero dovuto fare nel mondo reale (ovvero giocare e socializzare), ora il mondo online – che ha preso un forte controllo delle loro vite – comincia a dare loro i comandi. “Vai in piazza e spacca tutto”: e loro come soldati obbedienti, escono di casa e spaccano tutto. L’altro giorno, nei loro smartphones è arrivato il messaggio: “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”. Complice la paura di noi adulti, quel giorno in tanti non sono andati a scuola. A che cosa stiamo assistendo? A un totale ribaltamento del concetto di villaggio educante: quello del mondo reale era fatto da persone che ci mettevano la faccia e si prendevano responsabilità oggettive verso i minori della propria comunità di appartenenza. Nel mondo virtuale, invece, c’è qualcuno di cui non conosciamo nome e volto che come un burattinaio dirige i nostri figli più fragili e più digitalizzati come farebbe un burattinaio che ne tiene in mano i fili e ne condiziona i movimenti. Se il villaggio educante nel mondo reale punta a trasformare la potenza del preadolescente in competenza, il mondo virtuale sembra invece spingere chi cresce verso l’azione pulsionale e violenta, dove trovare il proprio posto nel mondo può voler dire “spaccare tutto” oppure “non andare a scuola”. Il codice e il copione comportamentale che sta invadendo la vita di chi cresce è al tempo stesso occulto e molto violento, distruttivo e digitalmente nichilista. Questo è un oggettivo e reale pericolo e questo, in effetti, è il tempo in cui noi del mondo civile dobbiamo obbligare il mondo online a cambiare rotta e a non trasformare i nostri figli in burattini del suo perverso progetto, di cui ogni giorno vediamo gli effetti indesiderati e collaterali.
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