E Hemingway seguì la stella dei cronisti
Attraverso gli articoli per il “Toronto Star”, molti dei quali mai tradotti in italiano, Gabriella Airaldi ricostruisce l’impegno politico dello scrittore per libertà e giustizia. Coinvolgimento civile che segnò anche la sua opera narrativa

Per Ernest Hemingway il giornalismo fu una palestra di scrittura che gli fece esprimere la sua visione del mondo, immersa nella realtà, e lo condusse alla letteratura. A testimonianza di ciò stanno i 172 articoli che scrisse per il quotidiano “Toronto Daily Star”, e per la sua edizione settimanale, nell’arco di tempo che va dal febbraio 1920 al gennaio 1924. Questo corpus è alla base del saggio della storica Gabriella Airaldi Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica (Arcadia edizioni, pagine 326, euro 18,00). L’autrice traduce molti di quei pezzi, la maggior parte dei quali mai apparsi in italiano, e attraverso essi offre il profilo di un uomo che «fin da giovanissimo sceglie di mettere al centro della sua vita l’impegno politico». In questo gli è d’aiuto un lavoro che lo costringe a immergersi nei fatti alla ricerca di una verità possibile. Airaldi – che ha insegnato Storia medievale a Genova e ha svolto in vari continenti attività di ricerca per Cnr e ministero degli Esteri – all’inizio convoca due esponenti di spicco della parola storica e di quella poetica: Marc Bloch e Federico García Lorca, la cui riflessione sul duende , il folletto, il daimon che spinge l’uomo a partire dal suo intimo – elaborata in una celebre conferenza del 1933 – apre e chiude il libro. Entrambi vennero uccisi da regimi liberticidi, Bloch dalla Gestapo nel giugno 1944, Garcia Lorca dai nazionalisti spagnoli nel 1936. Hemingway, animato dallo stesso indomito spirito di libertà - un «guerriero vivace e potente», lo definisce l’autrice – soccomberà con il suicidio nel 1961 al male che lo seguì come un ombra: la depressione.
Era uno dei due corni del suo percorso esistenziale scandito dalla scrittura e dall’azione sempre in cerca della grace under pressure , la grazia sotto pressione, che però alla fine è divenuta la (de)pressione che lo ha schiacciato. Airaldi evidenzia bene come le mille esperienze dello scrittore - dalle ambulanze della Grande guerra, ai tori spagnoli, fino alla pesca in alto mare – non fossero solo cieco vitalismo, bensì rispondessero a una precisa visione della vita: vedere con i propri occhi, toccare con mano, insomma fare esperienza di qualcosa prima di raccontarla. Un’esperienza nella quale il giornalismo ha giocato evidentemente un ruolo di primo piano. A evidenziarlo è la scansione del volume, diviso in due parti: la prima copre gli anni dal 1899 – data di nascita che accomuna lo scrittore alla generazione di italiani che incontrerà nella conflagrazione mondiale – al 1924, anno in cui terminò la collaborazione con il “Toronto Star”. La seconda, lungi da essere una cesura, sottolinea la continuità tra i reportage per la testata canadese con il prosieguo della produzione dello scrittore e indaga le radici che connettono la sua attività giornalistica ai capolavori romanzeschi che gli valsero il Nobel nel 1954: Fiesta! , Addio alle armi , Per chi suona la campana , Il vecchio e il mare , per citare i titoli più noti. La storia del pescatore Santiago, ad esempio, uscita nel 1953, è prefigurata in un articolo per il giornale canadese scritto nel 1922 durante il trasferimento in Francia con la prima moglie Hadley Richardson. Una sosta del piroscafo a Vigo gli diede la possibilità di seguire, scrive Airaldi, la «lunga e sanguinosa pesca del tonno, una lotta che dura sei ore ed oggi appare un preludio interessante alla sfida di The old man and the sea », oltre che un assaggio di quella Spagna che negli anni Trenta lo vedrà in prima linea.
Hemingway si immerge nella scrittura e vive la scena parigina, caratterizzata dai fermenti artistici della lost generation , la generazione perduta di artisti americani. Lì trova l’aiuto di Gertrude Stein e conosce James Joyce, Francis Scott Fitzgerald, Ezra Pound. Per il “Toronto Star”, sia Daily che Weekly, Ernest incontra nel 1922 anche Benito Mussolini e dà un lucido ritratto dell’uomo e della situazione creata dalla camice nere, pronte a prendere il potere con la violenza. E mentre molti giornalisti Usa sono affascinati dal Duce, lui «nonostante quello che abitualmente si pensa, non esprime un vero giudizio positivo», scrive la storica. Inizialmente non si sbilancia, secondo il suo stile di non assumere una posizione per partito preso, ma in seguito avrà modo di condannare uomo e regime. Lo si vedrà in Spagna. Ma prima di impegnarsi in quella guerra civile, lo scrittore si è misurato con altri conflitti: quello mondiale, come noto, ma anche la guerra greco-turca del 1918.
La sua formazione politica ha un punto di svolta proprio nel primo dopoguerra, quando il giornale di Toronto lo invia a seguire la conferenza di Genova del 1922, quando in sella al governo c’è ancora Facta, ma Mussolini di lì a poco prenderà il potere. Si tratta del momento in cui a livello internazionale si deve decidere della ricostruzione post-bellica e dei rapporti con la Germania sconfitta e con la neonata Unione Sovietica. «A Genova il giovane giornalista americano prende confidenza per la prima volta con la geopolitica mondiale e oggi i suoi reportage, testimonianze precise e profonde di una prima e chiara esposizione delle sue idee politiche, devono essere considerate autentiche lezioni di storia». I numerosi articoli scritti in quell’occasione sono stati utilizzati in minima parte, sottolinea Airaldi, che ne pubblica integralmente alcuni. Hemingway alterna lucidi scenari della politica internazionale (e di quella del paese ospitante che scivola verso la dittatura) a puntuali resoconti dell’andamento della conferenza che vede la delegazione russa opporsi ai progetti degli alleati e poi stipulare un patto con i tedeschi, fino a notazioni sulla scarsa presenza di donne e a ritratti dei vari membri delle delegazioni, dalla Bulgaria a Russia e Germania, nei quali emerge la vena dello scrittore. Non manca un caustico ritratto dei giornalisti tedeschi, vestiti in modo stravagante e che si considerano intellettuali, disprezzando chi, come l’americano, si attiene al racconto dei fatti.
Merito del libro di Airaldi è quello di scavare nelle righe degli articoli in cerca di quello spirito umanistico (e anche religioso) che caratterizza lo scrittore. E che si vede già in uno degli articoli per il “Toronto Syar” del 1923: “ The Blind man’s Christmas Eve” , storia tragica dall’attacco fulminante: «Per tutti tranne uno dei cinquecentomila abitanti di Toronto era Vigilia di Natale. Per l’uomo cieco era solo il ventiquattro dicembre». Un segno della ricerca di grace under pressure che, esemplifica Airaldi, fu il «modello di comportamento» che lo scrittore dalla giovinezza applicò a se stesso, ma anche i protagonisti delle sue storie, «uomini e donne responsabili della proprie scelte, positive o negative che siano, qualsiasi colore della pelle abbiano , qualsiasi sia la loro posizione sociale : miliardari, intellettuali, toreri, pescatori, camerieri, portatori africani».
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