Gli extracosti dell'inazione

Povertà minorile, violenze e disagio psicologico: i dati descrivono una condizione giovanile allarmante, troppo spesso ignorata dal dibattito pubblico. Serve un impegno concreto, non soltanto commenti sulle rivolte
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October 22, 2026
Gli extracosti dell'inazione
/Foto Siciliani
Leone XIV, nell’enciclica Magnifica humanitas , invita il mondo a seguire l’esempio del profeta Neemia, il quale «ascolta il grido di una città ferita … organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme». Il Papa invita, quindi, credenti e non credenti a essere «non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto».
Come si fa ad ascoltare il grido di una città ferita (Parigi, Milano, ecc.), non essendo semplici commentatori delle rovine (negozi distrutti, cassonetti incendiati, ecc.), ma attori impegnati per rialzare ciò che è crollato (l’ordine pubblico) e proteggere ciò che è esposto (l’ingiustizia reale e anche percepita delle giovani generazioni)? È una domanda a cui è veramente difficile rispondere senza essere rimproverati di cadere negli stereotipi, accusare la parte politica opposta, giustificare i violenti, e così via, salvo poi tornare a occuparci tra qualche giorno delle cose di cui i media si occupavano solo una settimana fa (i processi infiniti, le leadership politiche, i litigi europei, ecc.), impermeabili ai dati che descrivono le tante forme del disagio giovanile.
In Italia, ci ha detto l’Istat una settimana fa, abbiamo 1,1 milioni di poveri assoluti con meno di 18 anni, il 12,5% dei minori residenti in Italia. Sono persone che vivono in famiglie che non riescono a soddisfare i bisogni minimi e che, ormai lo sanno anche i sassi (e quindi anche loro), hanno un’elevatissima probabilità di restare poveri anche da adulti. L’incidenza della povertà è massima per i 14-17enni (13,2%) e scende al crescere dell’età, fino ad un minimo del 6,1% per gli ultrasessantacinquenni. Tra le famiglie di soli italiani l’incidenza della povertà minorile è pari al 7,8%, tra quelle composte solo da stranieri è del 31,4%. Sono dati simili a quelli del 2024, ma più alti di quelli degli anni pre-pandemia, e quindi nessuno può dire «non lo sapevo». Terres des Hommes ci ha detto dieci giorni fa che nel 2025 ci sono stati 7.272 minori vittime di violenza: circa 3.000 hanno subito maltrattamenti in famiglia, circa 1.500 violenze sessuali, circa 600 sono stati abbandonati. Allargando lo sguardo agli ultimi 10 anni sono circa 60.000 i bambini e le bambine vittime di violenza. Sono dati simili a quelli del 2024, ma più alti di quelli degli anni pre-pandemia, e quindi nessuno può dire «non lo sapevo».
A maggio la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ci aveva detto che il disagio psicologico giovanile riguarda circa il 16% degli adolescenti e delle adolescenti (quasi un giovane su cinque nella fascia 18-34 anni) e che sono circa 600.000 i minori seguiti dai Dipartimenti di Salute Mentale, con una situazione peggiore per le donne e le ragazze (14-24 anni) rispetto agli uomini. E che in un anno, sono 8.500 i minorenni che accedono al Pronto Soccorso con codici rossi e gialli per disturbi psichiatrici, ma che solo il 18% dei ricoverati in Pronto Soccorso riesce ad accedere ad un reparto specializzato. Sono dati simili a quelli del 2024, e molto più alti di quelli degli anni pre-pandemia, e quindi nessuno può dire «non lo sapevo». Avete forse visto, dopo la pubblicazione di questi dati (ma ne potremmo citarne molti altri), stuoli di commentatori e di opinionisti da talk show indignarsi per situazioni come queste, ben note agli esperti e a chi lavora quotidianamente con le realtà più disagiate nelle scuole, nelle periferie, per strada, nei pronti soccorsi psichiatrici? Io no, ma forse sono stato distratto.
Nei primi anni ’80, il Primo ministro del Regno Unito, Margaret Thatcher, ripeteva spesso « There is no alternative» (non c’è alternativa) per giustificare le politiche neoliberiste. Ed è quello che le giovani generazioni (ma anche i poveri adulti) in tutto il mondo si sentono spesso ripetere e che, giustamente, rifiutano. Un recente sondaggio mostra che nei Paesi del G20 il 70% delle persone ritiene che vi sia un’eccessiva disuguaglianza, il 65% che il sistema sia truccato a vantaggio dei ricchi e dei potenti, e solo il 31% (in Italia il 20%) crede che il proprio governo adotterà decisioni vantaggiose per la popolazione tra venti o trent’anni. Insomma, il problema esiste e basta interrogare il Global Protest Tracker del Carnegie Endowment for International Peace per capire che il fenomeno cui stiamo assistendo non può essere giudicato con quell’approccio provinciale così tipico di una certa opinione pubblica italiana. Ascoltare il grido di una città ferita, non essere semplici commentatori delle rovine, ma attori impegnati per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto deve diventare l’impegno di tutte e di tutti, smettendo soprattutto di dire alle giovani generazioni che (per dirla alla romanesca) “T’hai da adattà”.

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