Noi prof e gli studenti da proteggere. I veri nemici sono quattro

L'immagine dei docenti di Torino che si sono interposti tra le forze dell'ordine e gli studenti in piazza è insieme un segnale di prevenzione e di cura. Ecco da cosa si deve stare in guardia
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October 21, 2026
Noi prof e gli studenti da proteggere. I veri nemici sono quattro
Manifestazioni degli studenti contro il carovita a Torino / Fotogramma
Le foto dei docenti di Torino che si sono interposti tra le forze dell’ordine e gli studenti durante la manifestazione della scorsa settimana sono diventate virali. L’immagine colpisce molto: mostra infatti degli insegnanti che, col loro gesto, cercano di prevenire il degenerare di una situazione critica. Si tratta di un’azione di cura, di protezione, che ha un grande impatto emotivo e un alto valore simbolico.
Quell’immagine mi ha interrogato. Mi sono chiesto: cosa significa davvero per un docente proteggere i propri studenti? Da cosa davvero dobbiamo proteggerli tutti i giorni in classe, non solo in manifestazione davanti ai fotografi e alle telecamere?
Prima di tutto, dobbiamo proteggere i nostri studenti dalle nostre idee, se non dalla nostra ideologia. Questo non significa che non dobbiamo esprimere il nostro pensiero, perché il confronto fa crescere, ma significa che la scuola non deve mai essere un luogo di indottrinamento, di nessun tipo. La classe non è lo spazio adatto per i nostri comizietti o per le catechesi sulle nostre posizioni, deve invece restare sempre un luogo in cui generare domande. Il successo di un docente si misura sulla capacità degli studenti di ragionare con la propria testa, di essere sé stessi. Un docente capace ha studenti che lo contestano, che lo criticano, che non sono schiacciati sulle sue idee e sulla sua visione del mondo. Un insegnante di successo non ha allievi che la pensano sempre come lui, ma ha allievi che la pensano ognuno a proprio modo.
Un secondo, letale nemico da cui dobbiamo proteggere i nostri studenti è la semplificazione di questioni complesse. La scuola non è il luogo degli slogan, delle bandierine da piantare, degli schieramenti acritici, delle posizioni granitiche assunte in nome di una presunta superiorità morale. La scuola è il luogo dello studio approfondito, lo spazio in cui si comprende che i problemi sono molto più complessi di come una comunicazione sempre più polarizzata, e talvolta in aperta malafede, vuole dipingerli. La scuola è un luogo in cui la sospensione del giudizio troppo netto è un passaggio necessario per crescere. Per affrontare la vita, per risolvere davvero i problemi, gli striscioni e gli slogan non bastano: servono conoscenza, capacità di ragionare fondandosi su argomentazioni serie, capacità di ascolto vero delle diverse posizioni in campo, ed empatia. L’empatia è una dote fondamentale: permette di entrare in connessione con chi è diverso da me e magari viene da un’altra storia, da un vissuto per me incomprensibile. L’empatia fa sentire l’altro come parte di me: mi fa riconoscere in lui, anche se veniamo da percorsi diversissimi, anche se alcune nostre differenze resteranno irriducibili. L’empatia è compassione: la compassione permette di percepire il dolore altrui, di comprendere che di fronte al dolore il gioco delle parti si azzera, che non esiste un dolore di serie A e un dolore di serie B. L’empatia è la via maestra per comprendere le ragioni dell’altro, per scoprire le radici di ogni conflitto e per avere almeno una chance in più di affrontarle in modo adeguato.
Un terzo nemico da cui dobbiamo proteggere i nostri studenti è la superficialità, che si combatte stimolando in loro la responsabilità. Responsabilità è una parola bellissima: significa rispondere delle proprie decisioni, rendere ragione delle proprie scelte. Ad esempio, quando i miei studenti scioperano, chiedo loro perché lo hanno fatto, quali motivazioni li hanno spinti. Lo sciopero è un diritto democratico fondamentale, troppo importante per essere banalizzato. Chi decide di scioperare per porre una questione, difendere un diritto, fare una richiesta, e per questo partecipa a una manifestazione in modo pacifico, merita il massimo del rispetto. Chi invece non sa nemmeno perché si sciopera, ma coglie l’occasione per stare a casa da scuola a dormire, per saltare una verifica o per andare a fare colazione con gli amici, manca di rispetto a sé stesso, a chi sciopera sul serio e a chi a scuola ci va. Credo sia necessario ricordare ai nostri studenti anche questo, se vogliamo aiutarli a diventare cittadini consapevoli.
Un quarto nemico da cui proteggere i nostri studenti è la distruzione. Quando sei adolescente, quando attraversi una crisi, quando sei fragile e insicuro, la tendenza a distruggersi e a distruggere è dietro l’angolo. Noi docenti abbiamo il compito di coltivare uno sguardo positivo sul presente e sul futuro, per trasmettere prima di tutto con la nostra testimonianza che essere felici, donando qualcosa di sé al mondo, è possibile. Dobbiamo proteggere gli studenti che ci sono affidati dal nostro stesso cinismo; dobbiamo testimoniare che gli altri sono potenziali alleati, non potenziali nemici. Dobbiamo testimoniarlo con parole e gesti che siano ponti, non muri. Solo così sarà possibile per loro capire che costruire è possibile, che giocare in squadra è la via vincente. Questa è la base dell’educazione civica, della convivenza civile, che porta, ad esempio, a vedere le forze dell’ordine per ciò che sono: non nemici da attaccare, ma servitori dello Stato, persone impegnate in un compito delicatissimo e pericoloso anche per il nostro bene. Certo, poi c’è chi sbaglia, come ci sono insegnanti, medici, magistrati che sbagliano, e chi sbaglia deve affrontare le conseguenze dei propri errori. Non si può però costruire futuro se non coltiviamo insieme ai nostri allievi il rispetto per le istituzioni a ogni livello; se tolleriamo o, peggio, sdoganiamo subdolamente forme di esecrabile violenza contro chi serve lo Stato, spacciandole per proteste in fondo legittime.
Infine, proteggere i propri studenti significa avere sempre un atteggiamento attento alla relazione. Significa amare i propri studenti più della materia che si insegna, significa abitare la scuola come una casa che deve aiutare a crescere e non considerarla un asettico laboratorio per la selezione dei migliori. Significa insegnare ogni giorno la propria materia non utilizzandola come una clava, ma come uno specchio, affinché i nostri studenti possano conoscere meglio sé stessi e scegliere il loro posto nel mondo.

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