Vangelo e riscatto sociale nella favela con padre Gean, il parroco-pallavolista

In Brasile, a Capao Redondo, periferia di San Paolo: «Negli anni ’80 era fra i quartieri più pericolosi al mondo. Grazie allo sport ora è polo culturale e di inclusione per ragazzi e adulti. E c’è chi si avvicina alla fede» testimonia il sacerdote
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October 20, 2026
Vangelo e riscatto sociale nella favela con padre Gean, il parroco-pallavolista
Padre Gean Medeiros nei locali della parrocchia
I mbarcarsi sulla linea 5 della metro di San Paolo in direzione dell’estrema periferia sud, la più distante dal centro, fa capire cosa significhi vivere nella più grande area metropolitana dell’America Latina, con oltre venti milioni di abitanti. Man mano che ci si allontana dai grattacieli a specchio, il panorama offre prima un misto di anonimi palazzoni semidisabitati e baraccopoli, poi lascia spazio a un’unica grande favela-dormitorio: quella di Capao Redondo. Il capolinea della linea 5, da lì, ogni giorno consente ai suoi settecentomila abitanti di fare i pendolari verso la city .
A pochi minuti dalla stazione, in località Valo Velho, sorge la parrocchia di San Francesco di Assisi, retta dal 2016 dal 48enne padre Gean Medeiros: «Negli anni ’80 questo era considerato tra i quartieri più pericolosi al mondo, paragonabile a quelli dei Paesi in guerra. Ci svegliavamo con i cadaveri per strada», racconta, ricevendoci con un pallone da volley in mano. Padre Gean è conosciuto come il parroco-pallavolista: è professionista nella categoria over 35 con il club del San Paolo e soprattutto ha fatto del suo amore per lo sport uno strumento d’inclusione. «Il pallone ha un potere magico, ci ha permesso di trasformare una periferia dimenticata in un polo culturale e sportivo».
Su Instagram ha 250mila follower: «All’inizio rifiutavo i social, ma poi ho capito che aiutano a raggiungere più persone», spiega. Nel tempo, ha riqualificato un’area abbandonata vicino alla parrocchia per farne una palestra dove oggi trovano svago e possibilità di crescere in modo sano duecento giovanissimi tra i 7 e i 18 anni. «In Brasile, si è perso lo sport a scuola. Per questo abbiamo ideato i Catholic Games , un torneo di calcio e pallavolo maschile e femminile nello Stato di San Paolo, con oltre settecento partecipanti dai 15 ai 21 anni: a settembre è partita la seconda edizione e a breve lanceremo qui vicino un’altra scuola di pallavolo per trecento bambini».
Una volta messo in sicurezza l’impianto elettrico, a ottobre, si apre anche agli adulti: «C’è una lunga lista d’attesa nel quartiere, il volley è diventato di moda e vogliono giocare anche i genitori». Al momento, la palestra è aperta solo di giorno, sfruttando la luce naturale, perché i tossicodipendenti della zona rubano i cavi elettrici per rivenderli al mercato nero del rame, lasciando al buio diverse strutture. «Un ex boss del narcotraffico è caduto nella dipendenza ed è venuto a chiedermi aiuto. L’ho accolto», rivela il sacerdote.
Lo sport diventa anche strumento di evangelizzazione: «Molte persone si sono avvicinate alla fede attraverso la pallavolo, ma io voglio prima di tutto migliorare la vita di tutta la comunità, non solo di quella cattolica». In fondo, osserva il sacerdote, anche questo è chiesto alla Chiesa in queste periferie: arrivare lì dove la politica non arriva. «Tutti questi progetti sono finanziati dal Comune, che qui non mette piede e, di fatto, delega a noi non solo lo sport, ma anche altri servizi pubblici».
La parrocchia di Valo Velho, dunque, è anche un centro di assistenza sociale che organizza incontri per gli anziani, dà ascolto e accoglienza alle donne vittime di violenza domestica e dà lavoro e prospettive professionali a decine di ragazzi: c’è chi attraverso la pallavolo e chi attraverso la gestione della comunicazione del parroco, che ha un team di diciotto giovani che gli curano social, interviste, apparizioni in tv.
In più, ci sono nove insegnanti di volley, capitanati dall’ex pallavolista professionista Cida, che ha giocato anche in Svizzera e parla italiano. È lei, oggi 51enne, che ha dato l’idea del nome dell’associazione non profit attraverso la quale Gean riceve finanziamenti e patrocini: “Piano Piano”. «Cida scelse questa espressione italiana per farmi capire di non avere fretta, che ci sarebbe voluto del tempo prima che questo progetto, lanciato appena prima della pandemia, desse i suoi frutti. Aveva ragione». Padre Gean ha anche scritto un libro di autodisciplina e sta lavorando a un altro volume con altri nove autori, per mettere assieme fede e scienza: «Ho fatto il seminario a ventun anni, sentendo una forte vocazione grazie alla mia famiglia e in particolare a mio zio, che era prete. La mia formazione è filosofica e nei miei libri parlo di psicologia», spiega il prete che a Roma una volta ha avuto la possibilità di incontrare papa Francesco. «Onestamente – sorride – ho trovato la città troppo turistica e caotica. Bergoglio è stato un Pontefice semplicemente fantastico, capace di aprire le porte della Chiesa e di parlare al mondo. Anche Leone XIV mi sta piacendo, è una fase difficile per il pianeta e ci vuole un Papa equilibrato come lui». Prossimi impegni sportivi? «Allenarmi con il San Paolo. Di ruolo sono opposto nonostante sia alto solo un metro e settanta, ma mi alleno in palestra due volte a settimana e vado a correre. Seguo anche una rigorosa dieta senza alcol e zuccheri e ho scoperto il pilates». È un atleta a tutti gli effetti: ha già subito sei interventi chirurgici tra caviglie, spalla e legamenti del ginocchio.

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