Evitiamo di dare risposte automatiche alla violenza giovanile

Prendere sul serio gli adolescenti significa riconoscerne le fragilità senza negarne la capacità di scegliere, sbagliare, assumersi responsabilità e cambiare. È una distinzione necessaria
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October 20, 2026
Evitiamo di dare risposte automatiche alla violenza giovanile
La minicar dalla quale un 16enne e un 17enne hanno spinto, facendolo cadere dal monopattino, l'attore Davide Iacopini / IMAGOECONOMICA, immagini dal TG3 RAI
Due adolescenti a bordo di una minicar, aggressioni a persone sconosciute per le strade di Roma, una vittima gravemente ferita. E una spiegazione che lascia sgomenti: i ragazzi avrebbero agito per gioco, per noia. È difficile accettare che si possa fare del male a qualcuno senza una ragione riconoscibile. E così, davanti a episodi come questo, cerchiamo una causa nascosta, qualcosa che renda comprensibile ciò che appare assurdo.
Sempre più spesso, però, le spiegazioni sembrano precedere i fatti. Anche esperti autorevoli propongono talvolta chiavi di lettura che sembrano già confezionate, applicate a vicende molto diverse indipendentemente dalle persone coinvolte e dal contesto in cui si verificano. È una tentazione particolarmente evidente quando si parla di adolescenti. Cambiano le storie, le persone, le circostanze, ma le interpretazioni sembrano rimanere sempre le stesse. Come se disponessimo di una spiegazione buona per ogni occasione, capace di ricondurre comportamenti anche molto diversi a un’unica causa. Eppure, comprendere gli adolescenti richiede esattamente il contrario: rinunciare alle risposte già pronte, accettare l’incertezza, confrontarsi con la complessità delle motivazioni e delle esperienze individuali. Altrimenti, ciò che vorrebbe essere una spiegazione rischia di diventare una banalizzazione.
Come neuropsichiatra infantile incontro ogni giorno bambini e adolescenti che soffrono, a volte in modo drammatico. So quanto sia importante non fermarsi alle apparenze, ascoltare, riconoscere una richiesta di aiuto anche dietro comportamenti difficili. Ma l’esperienza clinica ci insegna che gesti simili tra loro possono avere origini molto diverse. E non sempre un comportamento violento o aggressivo è sintomo di un disturbo mentale. Un adolescente può aggredire per rabbia, vendetta, desiderio di dominio, ricerca dell’approvazione del gruppo, imitazione, impulsività o scarsa consapevolezza delle conseguenze. Può attraversare una condizione di sofferenza psicologica oppure no. Spesso concorrono più fattori, individuali, familiari e sociali. Ridurre tutto a una sola, generica spiegazione («è colpa della famiglia, della scuola, della società, del disagio psicologico …») significa rinunciare a comprendere davvero le ragioni di quei comportamenti. E senza comprenderne le ragioni diventa difficile anche immaginare come intervenire, quali risposte offrire, quali strade percorrere per evitare che si ripetano.
È proprio quello che accade quando pretendiamo di trovare una spiegazione psicologica a ogni comportamento che ci inquieta. Chi aggredisce sarebbe sempre un ragazzo ferito; chi trasgredisce starebbe chiedendo aiuto; chi umilia un compagno esprimerebbe una fragilità nascosta. Ma se ogni comportamento diventa un sintomo, rischiamo di smettere di interrogarci sulle molteplici ragioni che possono averlo determinato. La sofferenza psichica esiste, merita attenzione e cure appropriate. Non può però diventare un’etichetta generica per qualsiasi gesto che giudichiamo incomprensibile o inaccettabile.
Esiste poi una responsabilità educativa che nessuna interpretazione psicologica può cancellare. Comprendere le ragioni di un gesto non significa giustificarlo. Anche un ragazzo che ha vissuto esperienze difficili ha bisogno di adulti capaci di ascoltarlo e sostenerlo, ma anche di aiutarlo a riconoscere il danno provocato, il punto di vista dell’altro, i limiti che non possono essere oltrepassati. E quando la nostra attenzione si concentra soltanto su ciò che potrebbe provare chi aggredisce, rischiamo di lasciare sullo sfondo chi quella violenza l’ha subita davvero.
Non credo dovremmo scegliere tra ascolto e regole, tra cura e responsabilità. Dovremmo piuttosto evitare diagnosi formulate a distanza e spiegazioni automatiche, buone per tutte le occasioni, forse immediatamente rassicuranti ma certamente molto fragili. La psicologia e la psichiatria offrono strumenti preziosi, ma non una chiave universale per interpretare ogni azione umana. Ci sono comportamenti che chiedono una valutazione clinica, altri che richiedono soprattutto una risposta educativa e sociale; talvolta servono entrambe. Non tutta la sofferenza produce violenza. E non tutta la violenza nasce dalla sofferenza. Prendere sul serio gli adolescenti significa riconoscerne le fragilità senza negarne la capacità di scegliere, sbagliare, assumersi responsabilità e cambiare. È una distinzione necessaria, se vogliamo davvero comprenderli e aiutarli a crescere.
Stefano Vicari è professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

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