Viola: la povertà per la Chiesa non è un programma politico. Serve per incontrare Cristo

Nella prolusione per l’apertura dell’anno accademico dell’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova, il nuovo vicario generale del Papa per la Città del Vaticano rilegge l’esperienza di san Francesco: la rinuncia al possesso apre allo stupore e all'incontro con Dio
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October 20, 2026
Il vescovo Vittorio Francesco Viola, dei frati minori / SICILIANI
Il vescovo Vittorio Francesco Viola, dei frati minori / SICILIANI
La povertà come spazio interiore nel quale diventa possibile l’incontro con Cristo e lo stupore come sguardo nuovo, finalmente libero dalla pretesa di possedere e dominare il Mistero divino: attorno a questi due nuclei, profondamente intrecciati tra loro, si è sviluppata la prolusione che il vescovo francescano Vittorio Francesco Viola, nuovo vicario generale del Papa per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, ha tenuto oggi all’Istituto di Liturgia Pastorale dell’abbazia di Santa Giustina, a Padova, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2026-2027. L’appuntamento ha assunto quest’anno un significato particolare, perché coincide con il sessantesimo anniversario della fondazione dell’Istituto, incorporato alla Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. Ad aprire il pomeriggio, dopo la preghiera iniziale, è stato il direttore, don Loris Della Pietra, che ha ripercorso la vita accademica dell’Istituto, presentandone le attività formative, scientifiche ed editoriali e ricordando, tra gli altri dati, l’arrivo di nove nuovi studenti, i sedici diplomi di licenza e i sei dottorati conseguiti nell’ultimo biennio. Introducendo il tema della prolusione, in particolare, Della Pietra ha messo in guardia dalle letture semplicistiche o ideologiche del rapporto tra liturgia e povertà: se, infatti, anche il culto può essere esposto alla tentazione dell’ostentazione e della mondanità spirituale, la necessaria sobrietà non può tradursi in un impoverimento dei linguaggi rituali o in una concezione puramente funzionale della celebrazione. «La liturgia non è mai minimal, ma sempre plurale, articolata, ricca nei suoi linguaggi», ha affermato il direttore, perché «non è della logica del minimo necessario, ma del massimo gratuito».

La povertà è spazio all'incontro con il Signore

Nella relazione intitolata Liturgia e povertà, Viola (frate minore che fino a pochi giorni fa era segretario del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti) ha scelto di affrontare il tema attraverso la vicenda spirituale di san Francesco d’Assisi, rileggendone il cammino come un progressivo itinerario di spoliazione, nel quale il distacco dai beni materiali rappresenta soltanto una delle forme di una più radicale rinuncia all’appropriazione di sé. Ripercorrendo gli episodi che precedono l’incontro con il Crocifisso di San Damiano, il presule francescano ha individuato il passaggio decisivo in un’espressione tramandata dalle antiche fonti: «Da quel momento smise di adorare se stesso». La povertà francescana, ha spiegato Viola, non nasce anzitutto da un programma sociale né da una scelta ascetica fine a se stessa, ma dal desiderio di creare dentro di sé lo spazio necessario perché l’incontro con Cristo possa realmente accadere. Francesco non si limita più a essere generoso con i poveri, ma avverte la necessità di condividerne la condizione e di «sentire la povertà», lasciandosi condurre verso una forma di vita nella quale nulla viene trattenuto come proprietà esclusiva. «La povertà è stata per Francesco una preparazione per l’incontro con Cristo», ha osservato il relatore, definendola «uno spazio libero dentro il quale l’incontro può realizzarsi».

Rinunciare ad appropriarsi è seguire Cristo

È dunque una ragione profondamente teologica a sostenere la radicalità del santo di Assisi. «La povertà di Francesco ha una motivazione cristologica», ha sottolineato Viola: se Cristo si manifesta come il Figlio che si abbassa e si consegna, l’incontro con lui domanda al credente di percorrere la medesima strada, liberandosi da tutto ciò che impedisce di accogliere il dono. «Non potrà esserci un incontro vero con Cristo se non facendo lo stesso percorso», ha aggiunto, indicando nell’incarnazione e nella croce il movimento di abbassamento che la vita cristiana è chiamata a seguire. Da questa consapevolezza deriva l’attenzione, costante negli scritti di Francesco, «a non appropriarsi e a espropriarsi», non soltanto dei beni materiali o del denaro, ma anche del sapere, degli incarichi ricevuti, della reputazione, dei risultati del proprio agire e perfino della volontà personale. La povertà acquista così il significato di una continua restituzione: nulla può essere rivendicato come esclusivamente proprio, poiché ogni cosa è ricevuta da Dio e a Dio deve essere riconsegnata.

Il Natale di Greccio? Serviva a "vedere il Mistero"

Uno dei passaggi centrali della prolusione è stato dedicato al Natale di Greccio, che Viola ha invitato a non ridurre alla semplice origine storica del presepe. Ciò che Francesco desiderava, infatti, non era anzitutto costruire una rappresentazione della Natività, ma poter «vedere con gli occhi del corpo» il mistero dell’incarnazione, lasciando che la realtà sensibile diventasse il luogo attraverso il quale percepire l’azione salvifica di Dio. «Che cos’è il rito se non questo?», ha domandato il relatore. «È il desiderio di vedere con gli occhi del corpo il Mistero che si rende presente». La mangiatoia di Greccio, in questa prospettiva, non può essere separata dall’altare, perché l’intuizione di Francesco conduce direttamente all’Eucaristia, nella quale l’abbassamento del Figlio continua a offrirsi alla contemplazione e alla fede della Chiesa. «È un presepe eucaristico quello che fa Francesco», ha affermato Viola, perché nel pane consacrato il santo riconosce il permanere dell’«umiltà dell’incarnazione» e della «carità della passione», ossia dello stesso movimento di consegna che ha segnato l’intera esistenza terrena di Cristo.

Lo stupore? È l'anima della liturgia

Proprio qui il tema della povertà si salda a quello dello stupore. Soltanto uno sguardo che abbia rinunciato alla volontà di possedere e controllare può infatti riconoscere, nella concretezza e nell’umiltà dei segni sacramentali, la presenza del Signore. «La povertà è lo spazio nel quale lo Spirito compie quell’azione che amplia lo spettro visivo», ha spiegato Viola, «abilitando i nostri occhi a quella particolare frequenza usata nell’agire sacramentale». Non si tratta, quindi, di un semplice atteggiamento emotivo, ma di una disposizione spirituale che permette di lasciarsi sorprendere dall’iniziativa di Dio. La liturgia domanda questo sguardo disponibile e disarmato, capace di accogliere il mistero senza pretendere di ridurlo a qualcosa di già conosciuto o interamente comprensibile. «Senza questa dimensione dello stupore non c’è celebrazione», ha affermato il vescovo, sottolineando come soltanto in tale apertura «la potenza del linguaggio simbolico» possa manifestarsi pienamente e rendere percepibile l’azione del mistero pasquale nella vita della Chiesa. Da qui anche l’invito a non trattenere nulla, perché la piena disponibilità dell’uomo possa incontrare il dono totale di Cristo: «Nulla dunque di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre». In questa espropriazione, che non impoverisce ma rende liberi, povertà e stupore finiscono per coincidere: la prima libera lo spazio dell’incontro, il secondo permette di riconoscere la presenza di colui che, nella celebrazione, continua a donarsi alla sua Chiesa.

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