Il sindaco di Parma: «Così la strategia della paura ha svuotato le scuole»
di Pietro Saccò
Nella città emiliana, come in altri centri, gli allarmi per possibili violenze e aggressioni nelle classi, fatte girare su social e chat, hanno spaventato le famiglie, che hanno poi tenuto i figli a casa. Erano "fake news" ma hanno creato terrore. Michele Guerra: «Messaggi allarmistici identici in Comuni diversi, è inquietante»

Parma è una delle città che sabato scorso ha visto le aule scolastiche svuotarsi per il timore di possibili violenze. «Sui social e nelle chat giravano allarmi su stupri, violenze e aggressioni. Molte famiglie si sono spaventate, anche legittimamente, e hanno deciso di tenere i figli a casa da scuola – nota il sindaco, Michele Guerra –. Abbiamo subito visto che c'era qualcosa di strano: gli stessi messaggi che circolavano nelle chat di Parma sono comparsi anche a Cremona, Bologna, Milano, Como e in tante altre città. In alcuni casi erano addirittura identici. Quello che mi ha colpito è stata proprio questa strategia della paura: mi è sembrato evidente che l'obiettivo fosse creare terrore».
Avete capito chi lanciava e diffondeva gli allarmi?
Nel caso di Parma, già da giovedì la polizia era al lavoro e aveva identificato gli amministratori di una chat che diffondeva messaggi con contenuti anche violenti. Erano minorenni, sono stati diffidati e la manifestazione che preparavano è stata annullata. Nel frattempo, però, alcune forze e soggetti politici locali hanno cavalcato la paura e amplificato quegli allarmi via social. Con il risultato che diverse aule sono rimaste quasi deserte. Se fosse successo soltanto a Parma, avremmo potuto considerarlo un episodio isolato. Ma quando ho visto quello che accadeva anche in altre città e ho parlato con altri sindaci, ho cominciato a pensare che ci fosse una strategia. Ed è una cosa piuttosto inquietante.
Che cosa può fare un sindaco per contrastare questo tipo di disinformazione?
Si fa il possibile per costruire un'informazione consapevole, corretta e fondata sui fatti. Venerdì ho diffuso un video in cui ho spiegato che cosa era accaduto e come avevamo lavorato con la Questura. Non è stato sufficiente: dobbiamo fare in modo che, in casi come questo, tornino a esserci punti di riferimento riconoscibili e autorevoli, capaci di fornire informazioni attendibili. E questo a prescindere dalle appartenenze politiche.
Una manifestazione, alla fine, c'è stata anche a Parma.
Sì, ed è stata una manifestazione tranquilla. Ho parlato con molti giovani: chiedono impegni seri su istruzione, casa, lavoro e protestano per la spesa militare. Sentono che nel mondo che si sta costruendo per la loro generazione non c’è nulla. Gli adulti e la politica non possono ignorarli. Mentre a Parma la manifestazione era pacifica, i controlli della Questura hanno portato al fermo e alla denuncia, nei pressi di un presidio studentesco, di un militante di estrema destra. Aveva con sé un manganello, mentre nell’auto e nell’abitazione sono stati trovate due pistole, un pugnale e simboli nazifascisti.
La violenza giovanile, però, è un problema crescente anche nella sua città. Parma avrebbe rischiato scenari simili a quelli di Milano se la Questura non fosse intervenuta preventivamente?
Non posso dire con certezza se quello che stavano organizzando a Parma avrebbe potuto trasformarsi in una rivolta violenta. Il problema della crescente rabbia dei giovani c'è e ha radici diverse: condizioni socioeconomiche, modelli falsati di realizzazione proposti dai social, un senso profondo di ingiustizia, anche rispetto alle questioni globali come le guerre. Si aggiunga la quasi completa assenza della voce dei giovani dai dibattiti che riguardano il presente e il futuro del Paese e dell’Europa. Mi è capitato spesso di incontrare ragazzi protagonisti di episodi di violenza: ciò che emerge è soprattutto un enorme sentimento di esclusione dai sistemi in cui vivono.
Che risposta può dare loro una città?
Militarizzare le strade non è la soluzione, può servire a smorzare l’incendio ma non spegne il fuoco. Servono politiche sociali sui territori che integrino davvero i giovani nelle nostre società, restituendo loro quella dignità che sentono di non ricevere ad ogni livello, a partire dall’istruzione fino ai giganteschi temi economici e lavorativi. Di fronte agli episodi di violenza di questi giorni è chiaro che abbiamo sottovalutato troppe cose e per troppi anni. Il fatto che la rabbia esploda a livello nazionale ed europeo ci dice che dobbiamo svegliarci e smetterla di credere che basti tamponare la protesta o inventarsi l’ennesimo decreto sicurezza per sentirsi a posto con la coscienza.
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