Nascite in caduta libera, l’Italia non inverte la rotta (ma invertirla si può ancora?)
Nel 2025 appena 355.772 nascite, il 3,8% in meno in un anno e oltre 220mila in meno dal 2008. La fecondità scende al minimo storico di 1,14 figli per donna. Male anche i primi sette mesi del 2026. E quasi la metà dei bambini nascono da coppie non sposate

L’Italia fa sempre meno figli, e purtroppo non è una sorpresa. Il nuovo minimo storico della fecondità, con 1,14 figli per donna nel 2025, conferma una traiettoria demografica che il Paese percorre da anni e che si inserisce in una trasformazione più ampia, comune a gran parte del mondo. Il consueto rapporto dell’Istat sulla natalità e la fecondità della popolazione residente restituisce solo la misura sempre più drammatica del fenomeno: nel 2025 sono nati 355.772 bambini, il 3,8% in meno rispetto al 2024: circa 14mila in meno in un solo anno. Dal 2008, quando si erano superate le 576mila nascite, la perdita è di oltre 220mila bambini, pari al 38,3%. Il calo prosegue anche nel 2026, sebbene con un’intensità più contenuta. Peggio ancora nel 2026: nei primi sette mesi dell’anno le nascite sono state 196.864, contro le 198.975 dello stesso periodo del 2025, con una diminuzione dell’1,1%. A segnare un nuovo minimo è anche il numero medio di figli per donna: 1,14 nel 2025, contro 1,18 nel 2024, e una stima provvisoria di 1,13 per il periodo gennaio-luglio 2026.
La tendenza globale, le ricadute italiane
La diminuzione della fecondità attraversa molte aree del mondo, si diceva, sebbene con intensità e conseguenze differenti. Cambiano i tempi della genitorialità, le dimensioni delle famiglie e le condizioni nelle quali si decide di avere un figlio. In Italia, però, il fenomeno assume contorni particolarmente critici perché si prolunga da decenni e restringe progressivamente la base delle generazioni più giovani. Il calo, insomma, è il risultato di due dinamiche che si sommano: da una diminuisce il numero delle persone in età riproduttiva, perché le generazioni nate quando la fecondità aveva già cominciato a scendere sono meno numerose; dall’altra si riduce ulteriormente la propensione ad avere figli, nonostante il desiderio ci sia, eccome. A queste tendenze strutturali si intrecciano le difficoltà di accesso alla casa (di cui tanto si è dibattuto nelle ultime settimane a partire dal caso spagnolo di Maricarmen Abascal e non solo), la precarietà del lavoro giovanile, l’allungamento dei percorsi di istruzione e i problemi di conciliazione tra occupazione e vita familiare. Fattori che rendono sempre più difficile, se non impossibile, realizzare i progetti di genitorialità inducendo a rinviarli o, in alcuni casi, a rinunciarvi del tutto.
La diminuzione riguarda tanto il primo figlio quanto quelli successivi. Nel 2025 i primogeniti sono stati 174.842, in diminuzione del 3,7%; i secondogeniti 127.479, con una flessione del 4,8%; i bambini di terzo ordine o successivo 53.451, in calo del 2,1%. Nel confronto con il 2008, i secondi figli sono diminuiti del 41,1% e i primi del 38,6%. La contrazione, dunque, investe sia l’avvio della vita familiare sia la possibilità di allargarla. Senza nuove nascite diminuisce inoltre il numero delle persone che potranno diventare genitori negli anni a venire, alimentando un circolo demografico sempre più difficile da interrompere. Le differenze territoriali restano significative. Nel Mezzogiorno la diminuzione dei primogeniti raggiunge il 5,3%, contro il 2,3% del Nord e il 3,9% del Centro. Per i secondi figli il calo è del 5,5% nel Sud, del 4,3% nel Nord e del 4,6% nel Centro. Quanto alla fecondità, il valore più basso si registra nel Centro, con 1,07 figli per donna, seguito dal Nord con 1,15 e dal Mezzogiorno con 1,16. La Sardegna si conferma la regione più lontana dal ricambio generazionale, con appena 0,85 figli per donna. Il primato positivo spetta invece alla provincia autonoma di Bolzano, con 1,54.
Madri più istruite, figli più tardi
Un’altra distanza emerge dal livello di istruzione. Le donne laureate hanno in media 1,09 figli e diventano madri a 34,9 anni; tra quelle con la licenza media la fecondità sale a 1,58 figli, mentre l’età media al parto scende a 29,7 anni. Il dato restituisce percorsi di vita differenti, nei quali la durata degli studi, la stabilità lavorativa e le prospettive economiche possono incidere sui tempi e sulle possibilità della genitorialità. Quando si diventa genitori più tardi, inoltre, si restringe il tempo disponibile per realizzare eventuali progetti di avere altri figli. Nel frattempo si trasformano anche le forme familiari. Nel 2025 le nascite fuori dal matrimonio sono state 156.874, il 44,1% del totale. Nel Centro, per la prima volta, si è arrivati al 50,1%: un bambino su due nasce da genitori non sposati. La quota è del 43,1% nel Nord e del 42,3% nel Mezzogiorno. La Sardegna è la regione con l’incidenza più elevata, pari al 59,4%, seguita dal Lazio con il 51,7%. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di coppie in cui entrambi i genitori non sono mai stati sposati. È un segnale del progressivo cambiamento dei modi di costruire una famiglia, in cui matrimonio e genitorialità non coincidono più necessariamente. Quanto alla cittadinanza, il 77,4% dei bambini è nato da genitori italiani, il 13,8% da genitori entrambi stranieri e l’8,8% da coppie miste. I nati da coppie miste sono aumentati del 4,2% rispetto al 2024, arrivando a 31.440; sono invece diminuiti i nati da genitori italiani (-4,8%) e quelli da genitori entrambi stranieri (-3,1%). Nel complesso, i bambini nati da almeno un genitore straniero sono stati 80.442, pari al 22,6% delle nascite. In questo quadro, anche i nomi più scelti dai genitori raccontano una continuità che resiste al mutamento demografico: nel 2025 Sofia e Leonardo si confermano in cima alle preferenze, rispettivamente per le bambine e per i bambini.
«Il rischio è la rassegnazione»
A preoccupare è anche il rischio che il declino demografico venga considerato ormai inevitabile. «Vediamo un grande pericolo di dichiarare partita persa e temiamo una rassegnazione strisciante che si sta sempre più palesando», avverte Adriano Bordignon, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari. I dati, sottolinea, non possono essere soltanto registrati: «Servono politiche strutturali, continuative e capaci di accompagnare le famiglie nel tempo». In dieci anni, ricorda, il numero medio di figli per donna è passato da 1,35 a 1,14, segnalando quanto sia diventato difficile per tante persone e coppie realizzare il proprio progetto familiare. Precarietà lavorativa, accesso alla casa e conciliazione tra lavoro e famiglia restano nodi centrali. Da qui la richiesta all’Unione europea di maggiore flessibilità di bilancio per i Paesi che investono nell’equilibrio demografico e nel sostegno alle famiglie, insieme al potenziamento dell’assegno unico, dei servizi territoriali e degli asili nido, a congedi adeguati e misure per favorire l’accesso delle giovani coppie al lavoro stabile e alla casa.
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