Il vero ring di Rocky è stato imporsi a Hollywood

Alla Festa di Roma il film di Peter Farrelly che racconta la dura lotta di Sylvester Stallone per interpretare il pugile da lui creato e che lo ha consacrato star del cinema americano
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October 20, 2026
Il vero ring di Rocky è stato imporsi a Hollywood
Anthony Ippolito protagonista del film “Rocky sono io” del regista Peter Farrelly / Claire Folger
Cinquant’anni fa, nel 1976, non è stato solo il film con il più alto risultato al botteghino, ma è diventato un fenomeno cinematografico capace di conquistare il pubblico di tutto il mondo. Realizzato con un solo milione di dollari, ne incassò 117. Nominato a dieci premi Oscar ne conquistò tre, tra cui quello per il miglior film, battendo capolavori del calibro di Tutti gli uomini del presidente al Alan Pakula, Taxi Driver di Martin Scorsese e Quinto potere di Sidney Lumet. Quel film era Rocky e pochi sanno l’incredibile storia della realizzazione di questa pellicola che collocò lo sconosciuto 29enne Sylvester Stallone nell’Olimpo delle star di Hollywood.
A raccontarcela è Peter Farrelly (premio Oscar per Green Book ) in Rocky sono io , che affida il ruolo del protagonista ad Antony Ippolito, attore già visto anche nei panni del giovane Al Pacino nella serie The Offer , che racconta il dietro le quinte de Il Padrino .
La storia di Rocky è nota, il fatto che la vita di quell’emarginato disposto a farsi massacrare sul ring da Apollo Creed assomigliasse a quella di Stallone lo sapevamo. Ma cosa accadde prima e durante la lavorazione è una cosa che scoprirete solo guardando questo film, presentato ieri alla Festa di Roma e nelle nostre sale con Eagle Pictures il prossimo 31 dicembre.
Attore destinato solo a piccolissime parti, ma ricco di idee ed entusiasmo, Stallone, che allora senza una casa dormiva alla Penn Station di New York con il suo cane Butkus, decide di scrivere un film per potersi assicurare un ruolo da protagonista. I produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff si innamorano di quella storia, ne affidano la regia a John G. Avildsen, ma la United Artist impone una condizione: il film dovrà essere interpretato da una star, possibilmente Ryan O’Neal. Al giovane Sylvester vengono offerti 360mila dollari per tirarsi indietro, soldi che avrebbero fatto comodo a lui e alla moglie Sasha Czack, in attesa di un figlio, ma lui non ne vuole sapere: «Rocky sono io - dice - e voglio essere io a interpretarlo».
Alla fine di numerose trattative fallite, la United Artist cedette, ma a una condizione: Rocky non avrebbe potuto superare il budget nemmeno di un dollaro, né sforare il piano di lavorazione di un solo giorno. In caso contrario, Stallone sarebbe stato immediatamente sostituito.
E lo Studio fece di tutto per boicottare l’attore durante i 28 giorni di riprese favorendo infortuni e ogni sorta di ostacolo mirato ad allungare i tempi di lavorazione. Ma più i problemi aumentavano, più il regista, gli attori e la troupe si davano da fare per trovare soluzioni creative, una delle quali fu l’uso steady-cam, inventata solo due anni prima da Garrett Brown e capace di velocizzare e rendere fluide riprese che altrimenti avrebbero richiesto ore e ore di preparazione. Per problemi di budget poi la lavorazione fu spostata da New York a Philadelphia, dove però la celebre scalinata del Museum of Art regalò al film una delle location più iconiche della storia del cinema. A questo si unirono alcuni piccoli colpi di fortuna e le note dell’indimenticabile tema musicale composto da Bill Conti.
Il regista restituisce al pubblico questa lotta dietro le quinte in un film affettuoso e divertente, commovente e appassionato, ricco di magia e ottimismo, dove i fatti e gli ambienti vengono accuratamente ricostruiti e dove si rivive l’inizio di una saga che ha accompagnato per decenni il pubblico di tutto il mondo. Anthony Ippolito non imita Stallone, ma ne filtra lo spirito, la rabbia, le movenze e il modo di parlare.
Il film ci riporta inoltre alla nascita di una stella del cinema e a un modo coraggioso, rischioso e rocambolesco di fare cinema che non esiste più. Perché quello che emerge da questo racconto è che i sogni non hanno prezzo e che se davvero si crede in se stessi e nel proprio progetto, non c’è denaro che tenga.
«Non mi piace fare film per lanciare messaggi – dice il regista, che si è subito innamorato della sceneggiatura di Peter Gamble – ma questa volta devo ammettere di essere rimasto molto colpito dall’insegnamento di Stallone: in un mondo in cui tutti sono disposti a vendersi, lui non lo fece. Oggi desiderano tutti essere milionari come Elon Musk, ma io sono cresciuto pensando che la felicità stia nel condividere il proprio tempo con le persone importanti per noi, nel fare un lavoro che si ama, nel lottare per vedere realizzati i propri sogni. E sperare sempre di riuscirci. Viviamo in tempi difficilissimi, ma se continuiamo a sperare le cose andranno meglio».
«Stallone è uno dei miei eroi - aggiunge Ippolito – e lui si è dimostrato entusiasta del film, generoso nell’accettare di incontrarmi un mese prima di iniziare le riprese. Abbiamo avuto una conversazione interessantissima durante la quale mi ha raccontato com'era stato il suo rapporto con i produttori, come si era sentito nei suoi periodi più difficili e come aveva lottato per uscirne. Spero che sia questo a rimanere nel cuore del pubblico, la battaglia costante contro sé stessi, per andare oltre i propri limiti e quello che pensiamo di non poter fare».

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