"Pètros enì", il documentario che racconta la scoperta della tomba dell'apostolo
di Tiziana Lupi
A quattrocento anni dalla consacrazione della Basilica Vaticana, il documentario “Pètros enì” ripercorre la scoperta della tomba e delle reliquie dell’apostolo Pietro sotto San Pietro

Il 18 novembre 1626 papa Urbano VIII consacrava la Basilica di San Pietro in Vaticano. A 400 anni da quell’evento arriva (ieri alla Festa del Cinema di Roma, nei primi mesi del 2027 nelle sale) Pètros enì, documentario scritto da Andrea Tornielli (con la consulenza di Pietro Zander) e diretto da Paula Ortiz che ripercorre una delle vicende più affascinanti della storia della Chiesa Cattolica: la scoperta della tomba del Principe degli Apostoli e il ritrovamento delle sue reliquie. “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” dice Gesù al pescatore di Betsaida. E proprio tra le pietre si snoda il percorso di Pètros enì nel quale a guidare gli spettatori nella Necropoli Vaticana è l’attore statunitense Chris Pratt.
Tutto ha inizio da una semplice domanda: «Com’è possibile che un semplice pescatore abbia ispirato una tale grandezza?» si chiede Pratt, ammirando la magnificenza del baldacchino del Bernini che sovrasta l’altare maggiore della Basilica Vaticana e alzando lo sguardo verso la monumentale cupola. La risposta è nel titolo del documentario, Pètros enì, cioè Pietro è qui. Perché è proprio sotto quell’altare che è stato sepolto e riposa tuttora il Principe degli Apostoli ma, per averne la certezza, ci sono voluti anni, studi, ricerche, errori. E, soprattutto, il coraggio di un papa, Pio XII, che ha deciso di iniziare i lavori di scavo là dove nessuno aveva mai osato prima; e la competenza e il rigore di una donna, Margherita Guarducci, la studiosa che, per prima, ha tradotto e compreso il significato di quella incisione: Pètros enì, Pietro è qui.
Il documentario ripercorre, con immagini suggestive e inedite, il tempo intercorso tra la decisione di papa Pacelli di iniziare gli scavi sotto la Basilica Vaticana (nel 1939) e l’annuncio dell’identificazione delle ossa di san Pietro fatto da Paolo VI (nel 1968). Nel mezzo c’è un vero e proprio giallo storico - archeologico che comincia ad offrire indizi significativi nel 1941 quando i sanpietrini (gli operai addetti alla manutenzione della Basilica) entrano per la prima volta in quella che si rivelerà essere una grande necropoli romana, una città dei morti in cui tombe e i simboli pagani si mescolano a quelli cristiani. L’imperatore Costantino l’ha fatta interrare quando ha edificato la prima basilica e, per questo, la necropoli si è conservata perfettamente: «Non sembra un cimitero, ha le vie di un’antica città» osserva Pratt mentre si muove tra i monumenti funebri. Ci sono mausolei grandi e tombe più piccole, sarcofagi, iscrizioni, volti come quelli di due bambini morti a causa della peste.
È in quella necropoli che gli operai di Pacelli, scavando al buio tra la polvere e fango, a volte immersi nell’acqua fino alle ginocchia, trovano una tomba terragna. È circondata da altre sepolture ma è l’unica sormontata da una piccola edicola funeraria, due semplici colonne addossate a un muro rosso che presto vengono identificate con il Trofeo di Gaio: “Se infatti vorrai uscire verso il Vaticano o sulla via di Ostia, vi troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa” diceva il giovane presbitero secondo quanto riferito dallo storico Eusebio di Cesarea. Quella semplice tomba a fossa dunque è la tomba di Pietro, concludono gli archeologi. Tanto che, nel radiomessaggio del Natale 1950, ne può finalmente annunciare il ritrovamento: «È stata veramente ritrovata la tomba di san Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo Sì. La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata».
Peccato, però, che sia vuota. Di Pietro o, meglio, dei suoi resti, non c’è traccia. Questo non inficia il valore straordinario della scoperta («Ciò lascia tuttavia intatta la realtà storica della tomba» puntualizza Pio XII) ma, certo, la delusione è tanta anche perché, osserva nel documentario Pietro Zander, «negli ultimi 1.500 anni nessuno era mai arrivato così vicino».
È qui che subentra Margherita Guarducci, la più grande epigrafista del XX secolo che riesce a interpretare il significato di uno dei tanti graffiti lasciati sul cosiddetto muro “G”, posto alla destra dell’edicola funeraria: «Pètros enì vuole dire “Pietro è qui” oppure “Pietro è qui dentro” o ancora, meno probabilmente, “Pietro è in pace”» riferisce Zander. Da questa convinzione prendono il via le ricerche che portano, finalmente, a trovare le reliquie di Pietro, fatte inizialmente dissotterrare da Costantino per dare loro una collocazione più degna in un loculo nel muro “G”, dove si trovano tuttora. A identificare le ossa ritrovate in una cassetta di legno, miste a terra, detriti e a filamenti di stoffa rossa, è l’antropologo Venerando Correnti: appartengono a un unico individuo, un uomo robusto che, al momento della morte, aveva tra i 60 e i 70 anni. Curiosamente non ci sono i piedi ma questo avvalora ulteriormente la tesi che si tratti dei resti di san Pietro che, com’è noto, ha voluto essere crocifisso a testa in giù, pratica che può causare proprio il distacco delle ossa dei piedi. Il 29 luglio 1968 Paolo VI annuncia lo straordinario ritrovamento.
Dopo avere guidato gli spettatori alla tomba di Pietro, Pratt conclude il suo viaggio nel tempo, accompagnandoli sul luogo del martirio, l’allora circo di Nerone (oggi all’interno del Vaticano), dove il Principe degli Apostoli fu ucciso nel 64 d.C. durante la terribile persecuzione dell’imperatore Nerone. Pètros enì, però, non è ancora finito. A impreziosire ulteriormente il documentario è l’intervento di papa Leone XIV: «Quando guardiamo allo splendore di San Pietro e al colonnato che si apre con un abbraccio al mondo, è bello ricordare perché questa Basilica è stata costruita proprio qui. E il motivo è che questa terra è bagnata del sangue dell’Apostolo: qui è stato infatti martirizzato, Simone di Betsaida, il pescatore che Gesù ha ribattezzato Pietro e al quale ha detto: “Su questa Pietra edificherò la mia Chiesa».
Pètros enì è prodotto da AF Films in collaborazione con Vatican Media, con il Dicastero per la Comunicazione e con la Fabbrica di San Pietro.
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