Daphne Caruana Galizia: quei nove anni in attesa della verità

di Paolo Borrometi
A Malta sono stati condannati gli esecutori materiali dell’omicidio della giornalista, ma non i mandanti. Dopo l’assoluzione dell’imprenditore Yorgen Fenech, l’Avvocatura Generale ha presentato ricorso in appello. Intanto proseguono gli accertamenti su possibili violazioni delle regole da parte di alcuni giurati
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October 17, 2026
Daphne Caruana Galizia: quei nove anni in attesa della verità
/Foto Epa
«Abbiamo tutti visto le prove», è questo il claim, rigorosamente in inglese, che ha caratterizzato le imponenti manifestazioni a Malta per chiedere, con forza, verità e giustizia per la morte della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa esattamente nove anni fa sull’Isola. Quando la sua auto saltò in aria, causandone la morte e distruggendo la vita di un’intera famiglia, l’indignazione fu tantissima. Dopo quasi un decennio, però, si hanno soltanto le condanne dei killer che piazzarono la bomba ma non quelle per i mandanti. Come se i bombaroli potessero far arrivare dalla Sicilia l’esplosivo, senza aver ricevuto protezioni e finanziamenti dai mandanti dell’attentato.
Daphne non era solita far sconti nelle sue denunce, a nessuno. Soprattutto ai potenti del suo Paese. Il suo mantra era: «I giornalisti devono controllare i politici, i politici non devono controllare i giornalisti». E infatti scriveva sulla corruzione di politica e imprenditoria nella sua terra, sui Panama Papers, sui MaltaFiles e sulle società offshore collegate ai vertici del governo, come la famigerata 17 Black Limited. Portò alla luce, in solitaria, una rete – per usare un eufemismo - di grandi opacità, che travolse le istituzioni maltesi, fino alle dimissioni dell’ex premier Joseph Muscat e agli arresti di figure chiave come Keith Schembri e l’imprenditore Yorgen Fenech. Ed è proprio Fenech, miliardario ed erede del Tumas Group, arrestato il 21 novembre 2019 mentre tentava di fuggire a bordo del suo yacht, ad ottenere l’assoluzione un mese fa dall’accusa di essere il mandante e finanziatore. Una sentenza che il figlio di Daphne, Matthew Caruana Galizia, ha definito senza mezzi termini «oscena». E che adesso rilancia: «A nove anni dal brutale assassinio di mia madre, le carenze istituzionali che hanno reso possibile la sua uccisione restano irrisolte e immutate».
Mentre la famiglia e i cittadini maltesi ricordano Daphne, l’Isola continua ad essere in preda di un susseguirsi di eventi clamorosi. A fine settembre l’Avvocatura Generale di Malta ha depositato ufficialmente un corposo ricorso in appello contro la sentenza d’assoluzione di Fenech. Ma ciò che rende il quadro assai fosco è accaduto qualche giorno dopo la lettura della sua sentenza d’assoluzione. La polizia ha posto in stato di fermo un giurato supplente della Corte. Dopo di lui, altri quattro giurati sono finiti sotto torchio degli inquirenti. L’attività di chi indaga si è incentrata sulla presunta violazione del divieto di comunicazione esterna tramite dispositivi mobili, durante il periodo che doveva essere di totale clausura per la sentenza. E su alcuni post antecedenti pubblicati dai giurati sui social media. Le persone fermate ed interrogate sono state successivamente rilasciate su cauzione, ad oggi non sono state formulate accuse formali di corruzione o alterazione diretta delle prove. Le indagini, però, proseguono per accertare se vi siano state condotte contrarie ai doveri d’ufficio dei componenti della Corte giudicante.
È questo il quadro in cui Daphne Caruana Galizia, dileggiata in vita e vituperata dopo la morte, continua a non trovare la pace della verità. E allora, se Malta come insieme di istituzioni ha il dovere della verità sulla sua morte, gli altri Paesi Europei hanno il dovere di non utilizzarla come una bandierina da sventolare. Mi riferisco all’approvazione del Parlamento Europeo della cosiddetta "Direttiva Daphne", quella contro le "SLAPP", ovvero le querele bavaglio nei confronti dei giornalisti. Una direttiva che in Italia è stata recepita solo in parte, relativamente cioè alle querele temerarie transfrontaliere, escludendo quelle domestiche. Si è scelto di non tutelare il lavoro di ricerca, dimenticando che il diritto del giornalista ad informare - come ha sempre fatto Daphne -, coincide soprattutto con il fondamentale diritto del cittadino ad essere informato. È tutto qui il punto, uccidere Daphne, minacciare o impedire ai giornalisti di scrivere, equivale a non permettere ai cittadini di conoscere. E quindi decidere liberamente da che parte stare.

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