Gli studenti sono sempre meno, forse dovremmo ascoltiamoli di più

Dopo i liceali francesi, anche i giovani italiani hanno iniziato a manifestare per la scuola. Condannando le violenze, sarebbe bene guardare alle fondamenta economiche e demografiche della crisi. E ricordarsi che chiedere di studiare e meglio che smettere di farlo
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October 17, 2026
Gli studenti sono sempre meno, forse dovremmo ascoltiamoli di più
Un corteo di studenti francesi a Montpellier / ANSA
Nel momento in cui anche tanti studenti italiani, in diverse città, hanno incominciato a manifestare, con un ventaglio di rivendicazioni ampio ed eterogeno, che va dalle condizioni degli edifici scolastici alle risorse per l’istruzione fino alle ultime riforme, tra le quali rientra l’introduzione del tetto per gli stranieri, può essere utile fare un passo indietro. E ripartire dalla Francia, da dove cioè è stata accesa la prima “miccia” di questa nuova protesta studentesca che purtroppo si sta caratterizzando in diversi casi anche per infiltrazioni politiche e derive violente che hanno obiettivi esterni al perimetro scolastico. C’è infatti un dato anagrafico che può essere interessante rilevare: i liceali francesi scesi in piazza per chiedere più investimenti nella scuola e percorsi di accesso all’università più trasparenti sono nati attorno all’anno 2010. Non è un aspetto marginale: in quell’anno in Francia si è registrato un picco di nascite, 828.000, la cifra più alta dagli anni Settanta. L’elemento demografico ha un suo peso, nel momento in cui Oltralpe una generazione di studenti si trova costretta a seguire le lezioni in aule affollate e, dopo il diploma, fatica ad accedere all’università perché non c’è posto per tutti, mentre la selezione dei “meritevoli” è affidata alla piattaforma Parcoursup, guidata parzialmente da un algoritmo.
Fermarsi a guardare i cassonetti che bruciano in Francia, insomma, per quanto si tratti di azioni condannabili, non aiuta a vedere oltre per comprendere la vera natura delle richieste. In una fase storica in cui l’Intelligenza artificiale rende difficile capire cosa si deve studiare oggi per trovare lavoro domani, soprattutto se ci saranno ancora lavori, e quali, questi giovani chiedono fondamentalmente di studiare. Anzi, di studiare meglio, in spazi dignitosi, con professori meno stressati e adeguatamente retribuiti. Non sono richieste molto diverse da quelle che animano da tempo il contesto italiano, se oltre ai tassi di burnout della classe insegnante si pensa a come il percorso verso la maturità, più che una maratona di crescita e formazione verso un traguardo finale è diventato una corsa a ostacoli, dove ogni voto conta per il curriculum, mentre poi per iscriversi all’università si devono sostenere ulteriori esami con i test di ammissione.
Confronti a parte, la lezione francese dovrebbe far riflettere sullo sguardo che le nostre società sempre più anziane rivolgono alle giovani generazioni. La demografia, in tal senso, resta una chiave di lettura efficace. L’alto numero di nascite registrate in Francia nel 2010, che ha reso numerosissima l’attuale generazione di sedicenni, è infatti diventato un “picco” perché da quell’anno in poi i tassi di fecondità sono andati cadendo molto rapidamente, fino ad arrivare ai 645mila nati del 2025. Da questo punto di vista si potrebbe pensare che la protesta andrà a spegnersi presto per esaurimento della materia prima, i giovani. Con sempre meno figli ci saranno meno scuole e alla fine meno studenti nelle università. Una prospettiva che l’Italia sta già osservando da vicino, visto che entro il 2040 è previsto debba perdere altri due milioni di studenti, ma che non può rasserenare. Il crollo delle nascite in Francia registrato dopo il 2010 è stato attribuito da varie analisi anche con il netto ridimensionamento delle politiche familiari decisi dal governo di François Hollande, tra la riduzione dei vantaggi del quoziente fiscale a partire dal 2013 e la fine del sistema di assegni familiari universali decisa nel 2014. La flessione dei tassi di fecondità è un tratto comune a molti Paesi avanzati, ma anche l’inadeguatezza degli investimenti a favore delle nuove generazioni, a partire dalla loro venuta al mondo, è elemento comune a vari contesti nazionali, in particolare il nostro, caratterizzati da elevati debiti pubblici e invecchiamento della popolazione.
Lo stesso impatto che le tecnologie digitali non governate hanno avuto sulla salute mentale dei giovanissimi può essere visto come la conseguenza di una resa educativa, una pubblica trascuratezza verso le età in erba effetto dell’interesse per altre priorità, altre “cose da fare”. Pensiamo anche a quanto poco si parli, in genere, nel nostro Paese, di risorse da destinare specialmente a chi ha figli, li cresce e vorrebbe farli studiare, quando si discute di tagli di tasse e di accise o di sconti energetici in vista della prossima Manovra. Guardare i cassonetti che bruciano in Francia, o gli atti di vandalismo nei cortei italiani, deve servire a condannare la violenza, e a fare ordine nelle rivendicazioni, ma non può essere l’alibi per sottrarsi alla responsabilità di capire perché molti giovani chiedono di studiare meglio, supportati dalle loro famiglie e dagli insegnanti. Impedisce soprattutto di cogliere il paradosso che si nasconde dietro l’esatto opposto di quanto sta avvenendo. Perché se una intera generazione, anziché sfilare e protestare, decidesse improvvisamente di smettere di studiare, l’intera Europa si troverebbe vittima di una tale perdita di capitale umano, in aggiunta al prosciugamento indotto dall’inverno demografico, da compromettere la tenuta economica e sociale dell’intero Continente. Ecco, da questa prospettiva, forse è più facile capire perché sarebbe utile investire di più nei giovani e nella loro formazione, magari incominciando ad ascoltarli, senza pregiudizi.

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