La violenza dei giovani. L'emergenza degli adulti

Gli episodi di cronaca chiamano scuole, famiglie e istituzioni a costruire nuove alleanze. Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: "I care", mi sta a cuore
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October 16, 2026
La violenza dei giovani. L'emergenza degli adulti
/Foto Siciliani
Le cronache di questi giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E, ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti? Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri.
Vorrei essere chiaro: chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità. Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società che ha fatto dell’aggressività una prova di forza. Insegniamo a riconoscere i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi.
Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono. Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo.
Poi c’è un equivoco importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere.
Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza.
La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme. Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati.
Possiamo "tirare a campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore. Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile. Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno.
Soprattutto mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio. Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti. I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi. Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.

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