C'è una questione sociale nelle piazze d’Europa: «I giovani non credono alle promesse della politica»
di Diego Motta
Sono cortei a ondate intermittenti, dalla Francia alla Germania: scuola, casa e lotta al riarmo le priorità. Solo i partiti più radicali intercettano l’agenda di questi movimenti

Dimenticate il Sessantotto. Dimenticate la contestazione, le piazze piene e la voglia di rivoluzione. L’Europa fa i conti con la questione sociale, ma quanto sta accadendo nei cortei e dentro minoranze rumorose e preoccupate non ha nulla a che vedere con il passato. Recente e remoto. In Francia la protesta autunnale dei liceali ha messo da parte gli ideali di una volta e si è concentrata su cose concrete: le aule delle scuole che cadono a pezzi, gli insegnanti che mancano, i percorsi di accesso alle università predefiniti e discriminanti. Analogamente, nel centro di Bruxelles settimana scorsa migliaia di giovani e giovanissimi hanno portato in piazza la protesta contro il cattivo stato di manutenzione degli istituti scolastici e la situazione del personale docente. In Spagna la lotta per la casa vede i giovani rivendicare il “diritto al tetto” senza se e senza ma, insieme ai comitati degli inquilini. L’alleanza più inattesa finora ha visto ragazzi italiani della Rete degli studenti medi unirsi ai coetanei tedeschi che protestano contro il ritorno della leva obbligatoria. Il terreno comune qui è il pacifismo in chiave anti-riarmo ed è forse questo l’aspetto valoriale comune che più avvicina i figli ribelli di questo tempo ai loro genitori. «È corretto parlare di mobilitazione intermittente, su singole istanze: ormai ci si muove all’insegna del “si salvi chi può”, scegliendo di puntare su contenuti base» spiega Caterina Manicardi, ricercatrice dell’Università di Parma che con Fabrizio Barca nei mesi scorsi ha scritto un saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile” per il Forum Disuguaglianze Diversità. «Si cerca di tradurre in iniziative di buon senso, quello che è il senso comune prevalente e imperante».
Il disagio di chi si mobilita
Paese che vai, protesta che trovi. Se si guarda all’Europa, pare difficile ricondurre tutto a un filo comune. Prendete uno dei simboli dell’ultimo decennio: Greta Thunberg. Va meno di moda rispetto a qualche anno fa, eppure negli ultimi giorni si è vista prima a Napoli, per un incontro organizzato nell’ex base Nato insieme agli attivisti dell’associazione “The Marea” e poi a Parigi, quartiere di Saint-Denis, al liceo “Paul-Eluard”. «Questi ragazzi sono grande motivo di ispirazione per me» ha detto l’attivista. La lotta per i diritti, vista dai giovani, si sta spostando, dalla cornice ideale all’azione pragmatica. Dal generale al particolare. Perché tutto questo non si trasforma in un moto collettivo di rivolta? Perché è ignorato dalla politica? Per una serie di ragioni. «Oggi si sta peggio rispetto ad altre stagioni, anche recenti: l’onda lunga del boom è finita, ci sono meno margini per negoziare con chi sta al potere» spiega Manicardi. Nel saggio firmato con Barca, si fotografa attraverso una serie di interviste fatte a 17-19enni la situazione di stress di una generazione che credeva di avere tutto e invece rischia di finire soffocata da attese e richieste di performance. Oggi paradossalmente, scrivono gli autori del rapporto, «la sofferenza riguarda la sovraesposizione, l’allerta permanente, l’infinità di occasioni». In concreto la precarietà economica è un ostacolo che paralizza, mentre si va affermando la teoria del brokenism, la convinzione che il sistema pubblico sia irrimediabilmente in frantumi. «È cambiata l’idea di cos’è lo Stato e di cosa deve fare l’ente pubblico. La pubblica amministrazione è considerata come vecchia, inadempiente e alcuni preferiscono il neocolonialismo digitale di Big tech all’inefficienza delle istituzioni» spiega Manicardi. Il passo verso la sfiducia totale nella politica è breve, ma non per tutti: le frange radicali dei movimenti mantengono, soprattutto a sinistra, rapporti con alcuni soggetti rappresentati nei Parlamenti nazionali. Basta guardare a Parigi: la filiera che unisce giovani politicizzati a parlamentari e sindaci de “La France Insoumise”, grazie anche al sindacato della Cgt è piuttosto consolidata.
Due Germanie contro
Simone Zoppellaro insegna all’Università di Stoccarda e Mannheim e tutti i giorni si confronta con allievi che hanno il problema della casa. «Lo hanno dimostrato le elezioni a Berlino, dove dai ragazzi è arrivato un forte supporto alla Linke, che aveva lanciato una proposta radicale sul tema. È vero, l’inquietudine c’è perché qui si esce prima dalla famiglia d’origine, si frequentano gratuitamente i corsi universitari, ma gli affitti restano troppo alti. Ovunque. A Monaco come ad Amburgo». L’aspetto che colpisce di più ascoltando il docente italiano è la polarizzazione che si coglie dentro le nuove generazioni. «In piazza vanno anche i giovani di AfD, per ragioni esattamente opposte a quelle dei giovani di sinistra. Si soffia sul fuoco della precarietà economica e di un malinteso sentimento pacifista, in chiave anti-ucraina». Complessivamente, dai Lander emerge l’immagine di una Germania contro l’altra: mondi che non si parlano, piazze ideologicamente all’opposto, non imponenti ma significative, che rifiutano sempre più i partiti tradizionali, dalla Cdu-Csu alla Spd. «Eppure questo non significa disimpegno. Il voto dei giovani non va sottovalutato, il rischio degli estremismi tiene banco anche nei loro ragionamenti. Non sono ragazzi ideologizzati, ma politicizzati sì» dice il professore italiano. È l’affiorare della questione sociale la vera novità della Germania, che si appresta ad affrontare uno scenario inedito dimostrando di essere «scarsamente preposta ad assorbire gli estremismi, a differenza ad esempio dell’Italia».
Cosa chiedono gli altri
Se i giovani più mobilitati si polarizzano e finiscono per aderire alle formazioni più radicali, nella misura in cui però ricevono le risposte giuste, un discorso diverso va invece fatto per tutti gli altri. Il concetto di partecipazione è cambiato in profondità e buona parte della “generazione Z” sceglie di muoversi per singole battaglie attraverso il passaparola digitale. In Italia, sono stati la questione palestinese e il recente referendum sulla giustizia prima e i temi dell’istruzione e dell’insicurezza globale poi, a tenere banco. Ma si tratta di fenomeni carsici, che appaiono e scompaiono magari a ridosso di scadenze elettorali. Se possibile, infatti, nel nostro Paese si assiste ancora ad una minor militanza da parte dei giovanissimi. «Siamo arrivati ormai alla partecipazione individuale, un vero e proprio ossimoro» argomenta il sociologo dell’Università di Padova, Daniele Marini, che nei mesi scorsi ha dato alle stampe per Guerini e associati “Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono”. «Complessivamente, si intuisce una percezione, un mood che tende al negativo: ci avete rovinato il mondo, noi non possiamo fare più nulla». Qui si innesca l’eterna querelle sul possibile scontro generazionale, sulla visione di un futuro che per tanti 20-30enni sembra non esserci. Il contesto è così volatile, è il ragionamento condiviso, che è meglio concentrarsi sul presente, evitando di fare previsioni. Per questo, anche la battaglia per un nuovo welfare, che resta il cuore della questione sociale posta in questi mesi da liceali e universitari, rimane sullo sfondo. «L’obiettivo non è cercare il lavoro della vita, ma garantirsi benessere e qualità. Anche le pensioni sono un discorso di là da venire - continua Marini -. Per i ragazzi il denaro è il tempo, non viceversa». La domanda di protezione e il bisogno di sentirsi capiti agitano da diversi mesi le rappresentanze del mondo giovanile nel Vecchio continente. Tutto questo ha ancora poco o nulla a che fare con i percorsi della politica. La guerra dei mondi, in fondo, è in corso da decenni: perso l’idealismo del movimento pacifista globale degli anni Sessanta, messo da parte il filone dell’impegno umanitario che dai Balcani al Medioriente aveva caratterizzato gli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, non rimane che il ritorno alle battaglie primordiali. Il punto di rottura con il mondo degli adulti che ancora comanda sembra avvicinarsi ma ancora non si vede: in questo senso, le piazze dell’autunno caldo europeo sono fotografie da tenere a mente per le stagioni che verranno.
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